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Genzale scrive a Barisano: "Caro Mario non ti riconosco più". La nota di Gianni Festa





30/12/2016
"Caro Mario Barisano, ho perso il conto degli anni - certamente tantissimi - trascorsi dal giorno in cui ci siamo conosciuti. Non ho mai smarrito, invece, la memoria della nostra sincera e solida amicizia. E non mi sono mai scordato – come potrei? - della fiducia che riponesti in me quando – tu editore ed io giornalista – mi chiedesti di collaborare con la tua emittente televisiva affidandomi una rubrica di commenti (Il Venerdì di Franco Genzale) che avevo avviato qualche tempo addietro su Irpinia Tv e che avrei successivamente riproposto prima su Telenostra e poi su Prima Tivvù. “Il Venerdì” era – ed è sempre stato – un format molto scomodo per gli editori: andare controcorrente e soprattutto contro il Palazzo, in una provincia come l’Irpinia, non è né semplice né conveniente. Un giornalista se lo può consentire soltanto se ha alle spalle un editore fuori dai giochi del potere, indipendente sul piano politico, non compromesso: insomma, un editore libero. Tu appartenevi a questa categoria. Per tutto il tempo in cui ho avuto il piacere di collaborare con la tua ormai ex Tv, ho sempre goduto della massima libertà. Te ne sono e te ne sarò sempre grato.

Ma è proprio ricordando quella comune esperienza che oggi, alla luce di alcuni disgustosi avvenimenti giornalistici - ho deciso di scriverti questa lettera aperta. Avrei potuto parlartene in privato, come pure tante volte abbiamo fatto. E sono certo che mi avresti dato ascolto. E che, se te lo avessi chiesto, avresti di buon grado accolto la mia richiesta di rettificare il tiro di un qualche tuo intervento decisamente fuori luogo sulla Tv che ti ospita o sui social, dove pure sei presente con assiduità.

Invece, no. Te ne scrivo pubblicamente, caro Mario, perché certi tuoi interventi sono diventati un “caso”. Se ne parla sui marciapiedi e nei bar, nelle redazioni giornalistiche, negli ambienti delle forze dell’ordine e in quelli giudiziari. E non rallegrartene, amico mio. Perché, al netto dei commenti compiaciuti dei vigliacchi e dei frustrati, che sfogano nell’anonimato l’insostenibile stupidità del proprio essere, si parla molto male del tuo modo di fare giornalismo. E se ne parla male, Mario, per la semplice ragione che il tuo non è più giornalismo, ma una volgare metafora del giornalismo.

Tranquillo, non ho nessuna voglia di salire in cattedra. Desidero soltanto ricordarti (non spiegarti) le cose che tanti anni fa – tu editore per hobby, io giornalista per professione – ci ripetevamo fino alla noia. Ricordi, amico mio? Ci dicevamo che il giornalismo è innanzitutto il racconto di ciò che accade. E che accanto al racconto il giornalismo è opinione sui fatti che accadono. E che l’opinione deve essere sempre libera, ma con un limite invalicabile: il rispetto della dignità umana. Che significa una cosa molto semplice: le persone che svolgono un ruolo pubblico possono e devono essere criticate, con tutta l’asprezza che i diversi casi richiedono, ma la critica – sostenuta da fatti circostanziati – va espressa nell’ambito del ruolo pubblico della persona, mai dentro la dimensione privata della persona.

Anche i giornalisti svolgono una funzione pubblica. E perciò stesso i giornalisti possono, devono essere criticati: con lo stesso stile impietoso, ove ne ricorrano le circostanze, utilizzato per tutte le altre persone nell’ambito del loro ruolo pubblico.

Ed eccoci al punto. Ho ascoltato più di una volta, caro Mario, i tuoi commenti in Tv e sui social circa l’attività di una collega che conosco molto bene, non solo perché avellinese ma anche per essersi abilitata all’esercizio della professione giornalistica in una sessione degli esami di Stato in cui ero commissario, seppure di altra commissione. Si tratta di Titti Festa: professionista eccellente, sicura conoscitrice della lingua italiana (e ti garantisco, Mario: di giornalisti che inciampano nei congiuntivi ce ne sono parecchi in giro!), legittimamente ambiziosa (chi non lo è, in questo come in tutti gli altri mestieri!).

La domanda è: si possono esprimere o no critiche, anche durissime, sull’attività giornalistica della collega Festa? La risposta è scontata: se ne ricorrono le circostanze, certo che sì. Sulla collega Festa, come sul sottoscritto e al pari di qualunque altro faccia questo mestiere. Dico di più: proprio perché i giornalisti, talvolta anche “a schiovere”, criticano l’universo mondo, a maggior ragione devono essere criticati.

Però, Mario, mi spieghi cosa c’entra la critica – ripeto, anche asprissima ed impietosa – sui fatti oggetto dell’attività giornalistica con la persona del giornalista? Mi spieghi cosa c’entra la libera opinione su un fatto pubblico circostanziato con la sfera privata di una qualsiasi persona?

Ti sembra civile, necessario, opportuno - qualcosa che anche soltanto in misura infinitesimale ha a che a vedere con il giornalismo o semplicemente con la libertà di opinione garantita dall’art. 21 della Costituzione – aggredire così volgarmente, come tu continui a fare, una giornalista che magari ha il solo torto di scrivere e parlare di calcio, lo sport a te tanto caro e di cui sei certamente molto competente? E non ti pare una insopportabile volgarità, trattandosi nella fattispecie di una donna, il tuo esasperato ricorso al sessismo, peraltro con metafore disgustose che possono divertire soltanto gli impotenti maschilisti che concimano, come letame, la sottocultura di certi imbarbariti ambienti cittadini?

Non ti riconosco più, amico mio. Una persona di bella intelligenza e di grande simpatia come te non dovrebbe mai cedere alla tentazione dell’imbecillità nemmeno come finzione sarcastica della realtà che purtroppo ci circonda.

Altri dovrebbero essere i bersagli dell’impegno giornalistico e civile che pure ti ha visto protagonista in tante nobili battaglie per questa città e per questa provincia. Per stare al giornalismo e all’editoria, ad esempio, meglio di tanti altri – tu che sei profondo conoscitore del settore – potresti individuare e denunciare le attività prezzolate, i conflitti di interessi, i sottoboschi di mance e favori che inquinano il piccolo mondo dell’informazione irpina.

Concludo - caro amico mio di ieri, di oggi e di domani – esternandoti un desiderio che sento nel profondo del cuore e che spero riesca a raggiungere il tuo cuore: chiedi pubblicamente scusa a Titti Festa e a tutte le persone che hai gratuitamente offeso nella loro sfera privata. Lo so che ci vuole molto coraggio. Ma è proprio il coraggio di chiedere scusa quando sbagliamo che ci fa scoprire la geografia più intima della nostra anima, il nostro essere umani.

P.S.

Ho chiesto all’amico direttore di Orticalab, Marco Staglianò, e ai colleghi della redazione di condividere la mia lettera aperta a Mario Barisano, ottenendone da tutti l’assenso convinto e totale. Li ringrazio e profitto per estendere l’invito a tutti i giornalisti d’Irpinia. Non è un semplice atto di solidarietà nei confronti di una collega gratuitamente offesa, ma un’occasione per ribadire e sostenere l’irrinunciabile dimensione etica della nostra professione".

La nota del direttore Gianni Festa:

Tre precisazioni.
La prima:  mia nipote Titti Festa, che ho avuto il piacere di avviare al giornalismo, svolge il suo ruolo con professionalità, spirito di servizio, passione civile e senso di equilibrio, come risulta dagli attestati che quotidianamente riceve dalla pubblica opinione. 
La seconda: prendo le distanze da una polemica da bettola di paese che nulla ha a che fare con la professione giornalistica, ma che è utile solo a chi cerca la ribalta per far sprofondare nel più basso pettegolezzo anche un settore della vita sociale che, pur tra tante difficoltà, riesce ancora a fare sognare migliaia di sportivi.
La terza: invito chi di competenza ad assumere le più opportune e urgenti iniziative  perché si ponga fine a questa barbarie che offende la dignità umana e professionale di chi con immenso sacrificio svolge la propria missione.

Gianni Festa
direttore del Quotidiano del Sud
decano dei giornalisti professionisti della Campania




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