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La Chiesa memoria e presente





23/06/2015
La recente presentazione del libro di Michele Zappella "Il clero della diocesi di Avellino e la sua vicenda storica dal 1958 al 1978" ha non solo suscitato un notevole e significativo interesse nel mondo ecclesiale, politico e culturale irpino, ma ha avuto il merito di riannodare i fili della nostra memoria storica e culturale, smentendo coloro che spesso esasperano tale sindrome come un fatto endemico nostrano.
Zappella, per altro, sottolinea tale esigenza a conclusione della presentazione del suo libro. La finalità di fondo della sua ricerca è quella di "far conoscere a tutti, in particolare alla gente d'Irpina e, sopratutto al clero e ai cristiani laici della diocesi, le vicende storiche che hanno interessato la nostra Chiesa in una fase convulsa di cambiamenti, comprendere la quale è indispensabile per progettare proficuamente il presente e il futuro ecclesiale e civile, nella profonda convinzione che senza memoria storica non si va da nessuna parte". Credo che al di là dello spessore della rigorosa ricerca documentale a la costante consonanza con il magistero ecclesiale del dopo Concilio Vaticano II, del libro va approfondita proprio la lettura del tempo del Concilio, che coincide con l'avvio di uno straordinario processo di modernizzazione e di sviluppo della società irpina, processi accompagnati dalla vivace originalità di uno sforzo culturale e politico – certamente mai più avvenuto successivamente – che ha visto la Chiesa irpina, con due vecovi protagonisti, Pedicini e Venezia, a confronto con una classe politica di altissomo profilo costituita da De Mita, Bianco, Mancino e Gargani. Quella rappresentata dal teologo Zappella, già stimato collaboratore dell'Osservatore Romano per un decennio, ai tempi di Mario Agnes, è una Chiesa irpina che, nonostante la effervescenza di una generazione di presbiteri più attenti ai venti della contestazione che alle sorprendenti e profetiche sollecitazioni del Vaticano II, vive non passivamente le trasformazioni in atto con il significativo sforzo di una programmazione sociopastorale, che vede i laici cristiani irpini in posizione non di retroguardia, ma nemmeno infatuati da un malinteso pluralismo, rivelatosi, negli anni successivi, improvvido incubatore di un deleterio relativismo etico. Credo di poter cogliere, con onesta modestia, nello scritto di Zappella un «pungolante» invito di pedagogia ecclesiale e sociale – rivolto ai presbiteri e ai laici cristiani irpini – per riprendere i contenuti e le prospettive della dottrina sociale, a partire dal magistero di Giovanni Paolo II, fino al nuovo e immediatamente palpabile umanesimo cristiano di Papa Francesco. Da questa chiave di lettura e da questo sforzo di riannodare i fili di un ordito ancora sfilacciato del tessuto civile ed ecclesiale irpino, Zappella va affrancato dalla sua "vis polemica" che è dato costitutivo più del suo temperamento che del suo adamantino pensiero di cristiano e di studioso non improvvisato.












Quest'articolo è stato visualizzato 1005 volteGerardo Salvatore
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