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"L'Italia di Salò", quei volontari in Campania

Presentato al Circolo della stampa il volume di Avagliano e Palmieri



07/04/2017
E' stata l'occasione per riflettere su una pagina della storia del paese con la quale è ancora difficile fare i conti la presentazione del volume “L’Italia di Salò”. 1943-1945, edito da il Mulino, a cura di Mario Avagliano e Marco Palmieri. A confrontarsi con Avagliano al Circolo della stampa Luigi Anzalone, Federica Caprio e Berardino Zoina. La scelta degli autori è stata quella di partire dalle fonti, lettere, diari, testamenti ideologici, posta censurata, relazioni sul morale delle truppe e sullo spirito pubblico, notiziari della Gnr, note fiduciarie, carte di polizia e dei servizi segreti, e della memorialistica postuma, mettendo da parte i condizionamenti politici che troppo spesso hanno caratterizzata la lettura della sanguinosa guerra che divise in due l'Italia all'indomani dell'armistizio. Una guerra che vide coinvolti su fronti opposti coloro diedero vita alla Resistenza e coloro che rimasero fedeli al fascismo, aderendo alla Repubblica di Salò. Avagliano e Palmieri si interrogano sulle ragioni di una scelta che coinvolse anche tanti soldati campani, “per una generazione di italiani cresciuta fin dalle aule scolastiche nel mito del duce e forgiata da slogan fideisti, come il famigerato Credere obbedire combattere, l’adesione alla Rsi e l’impegno nella guerra civile in molti casi, fu una conseguenza naturale e ovvia di quel percorso formativo”. Napoli non fu solo la città delle Quattro Giornate e medaglia d’oro della Resistenza. Dopo l’occupazione tedesca all’indomani dell’8 settembre del 1943, sotto il Vesuvio si riorganizzò prontamente il partito fascista. Già alla fine del mese l’avvocato Domenico Tilena riapriva la sede provinciale del fascio in via Medina. Nel corso delle quattro giornate, tra il 27 e il 30 settembre, quando partigiani e civili insorgono contro i tedeschi, diverse centinaia di fascisti entrarono in azione al fianco di questi ultimi come franchi tiratori. Gli episodi furono numerosi, da via Toledo a piazza Marinelli, da via Duomo a via dei Mille, alla salita Magnacavallo e al Vomero. Alcuni dei fascisti napoletani, come Vincenzo Tedesco, partiranno volontari con i tedeschi in fuga da Napoli dopo le quattro giornate. Vincenzo si arruolerà nella divisione Corazzata M; catturato e condannato a morte, scrive ai genitori prima di essere fucilato: «Io cado ucciso dai nostri nemici, dopo avere combattuto fino all’ultimo per la salvezza e la liberazione della Patria. […] Viva l’Italia!». Dopo la disperata resistenza alla liberazione, rivela il saggio di Avagliano e Palmieri, iniziò la fase dell’organizzazione del fascismo clandestino in città. Il primo gruppo ad agire, nato già dopo il 25 luglio, faceva capo ad Antonio De Pascale e Nando di Nardo, dotato di una radio clandestina collegata con stazioni del Nord e con il governo di Salò. A metà dicembre, arrivò in città da Cosenza il prìncipe Cesare Pignatelli, incaricato dal governo del redivivo Mussolini di svolgere attività di intelligence e stringere rapporti col gruppo di De Pascale e di Nardo. In breve tempo Pignatelli stabilì contatti anche con i fascisti di altri centri campani, come Castellamare di Stabia, dove il gruppo locale organizzò campi di atterraggio per le spie della Rsi sui monti Lattari. A Napoli, raccontano Avagliano e Palmieri, la rivolta ebbe il suo apice tra il 16 e il 20 dicembre, quando molti studenti universitari manifestarono contro la chiamata alle armi inneggiando a Mussolini e alla Rsi, facendo sorgere, come si legge in una relazione del prefetto, il sospetto che «l’agitazione degli studenti, camuffata come protesta contro il richiamo alle armi, fosse invece fomentata per fini politici, da forze reazionarie»


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