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La ricerca di se stessi in Amir Naderi e Sergio Piro.





13/05/2017
Questo saggio trae spunto da due eventi importanti per la cultura del nostro paese: l’opera di Sergio Piro nell’ottavo anniversario della sua scomparsa e il premio alla carriera cinematografica dato ad Amir Naderi in occasione del Laceno d’oro svoltosi nella nostra provincia nel dicembre 2016.
Sergio Piro e Amir Naderi sono, pur così distanti, molto vicini per sentire ed agire. E’ la ricerca di se stessi, quella sfrenata voglia di nuovo, di trasformazione e di scoperta ad acuire la loro somiglianza attraverso il silenzio, il sussurro delle parole o l’alito del vento, i gesti, la luce o il buio e tutto ciò che ci circonda.
Sergio Piro è un geniale psichiatra, nato a Palma Campania nel 1927 e morto a Napoli il 7 gennaio 2009. Il suo fare psichiatria lo ha portato a costituire la seconda ‘comunità terapeutica’ in Italia dopo quella condotta da Franco Basaglia a Gorizia. Attraverso la sua ricerca rivolta alla semantica-antropologica, alla linguistica e all’epistemologia ha potuto prendersi cura dei sofferenti psichici in modo nuovo e rivoluzionario rispetto alle pratiche di ospedalizzazione tradizionali. La sofferenza umana va affrontata soprattutto attraverso un silenzio profondamente ricco di senso e significato, con i gesti, e con la ricerca intima e profonda che scaturisce dalla nostra trasformazione antropologica.
Amir Naderi è anch’esso geniale, un geniale regista iraniano, nato ad Abadan nel 1946, una piccola città portuale nel sud dell’Iran. Il suo fare cinema mette a fuoco la vera natura umana, la sofferenza dell’animo, dove la similitudine tra le persone valica i confini geografici e culturali, ma dove, comunque, le emozioni di ognuno di noi interpretano il vissuto personalissimo di ogni essere umano rendendolo unico ed inimitabile. La teoria di base di Amir Naderi parte dalla ricerca ossessiva dell’interiorità, dove il linguaggio fisso, stereotipato, non è il trionfante strumento della razionalità, ma prodotto inadeguato per raggiungere qualsiasi conoscenza della complessità, conoscenza che è, in parole semplici, la conoscenza di se stessi. I segni verbali sono, quindi, solo segni convenzionali, mentre la vera essenza del comunicare si esprime attraverso una gamma amplissima di modi immediati, fra loro interconnessi, derivanti da una situazione pragmatica; quei modi immediati che sono soprattutto cangianti, variabili e rispettosi dell’intimità del soggetto. Sono, per questo motivo, soggetti a trasformazione ‘cronodetica,’ legata al tempo e in continuo divenire come afferma Sergio Piro, negli Stessi Fiumi …, (C.S.R. Edizioni, 1992). La ricerca del sé, quindi, sorpassa anche il linguaggio, dando a dettagli cinetici, come gesti, linguaggio del corpo, espressione del volto, sguardo e respiro umano, un significato profondo che si fonde con il buio o la luce o la penombra, offrendo una analisi talmente personale e vera che lascia aperta qualsiasi conclusione. I chiaroscuri delle scene e il respiro dei personaggi nei film di Naderi non hanno bisogno delle parole per esprimere l’intensità delle situazioni descritte, così come avviene quando un paziente si trova di fronte al suo psichiatra. Il silenzio con i suoi respiri anima il sentire, l’ascolto, la cura, la empatia  sia di Piro con i suoi pazienti sia di Naderi con i suoi personaggi. Infatti, è proprio quel respiro il tratto vincente e il vero protagonista di Monte e Waiting. Quel respiro che diventa affannato, flebile, forte; quel respiro che accompagna gli sguardi intensi dei protagonisti; quel respiro che ha più risvolti delle parole, quel respiro che ci dice quanto male stiamo in quel momento, quel respiro che rivela tutta la nostra angoscia e tutta la nostra ansia, e tutto il nostro dolore, ma anche tutte le nostre speranze e le nostre aspettative. “Il silenzio,” diceva Sergio Piro, “non deve mai essere interrotto,” ogni tentativo di interruzione potrebbe avere l’effetto devastante di un terremoto. In Waiting il ragazzo fissa insistentemente e maneggia e offre una ciotola di cristallo che viene afferrata quasi di nascosto sfiorando prima le sue mani, poi le mani di una giovane e infine le mani di una vecchia; mani vissute, rugose e torturate, mani che si schiudono dietro un portone semiaperto. Tutte le scene alternano immagini e paesaggi che a volte sono bui, altre volte più luminosi, ma che sempre sono sospesi e affidati all’inesauribile volere del destino, di quella incognita propria della vita: “una koiné enfiata di barlumi che vengono da dovunque, dalla natura, dall’ambiente fisico… dal modificarsi, sospingersi, diffrangersi, ridisporsi e ricomporsi della trama segnica nella pancronia fluente dei mutamenti” (Piro, Diadromica, Idelson-Gnocchi, 2001). Amir Naderi ha iniziato a fare il regista fin da giovanissimo ispirandosi a vicende di vita giornaliera, così come le fotografava Henry Cartier-Bresson, suo primo ispiratore. Questa caratteristica è presente in modo preponderante in tutti i suoi film dove la rappresentazione scenica e i personaggi sono un tutt’uno con le loro emozioni; emozioni che rappresentano quanto di più intimo si sprofonda nell’animo umano, e che indiscutibilmente scaturiscono da un intenso sentire, da sensazioni forti, da reazioni incontrollabili, dalla ricerca di se stesso. Questi sono i sentimenti che plasmano i film di Amir Naderi. Perché la ‘conoscenza traversante’ di Sergio Piro, quella conoscenza che agisce sulla nostra trasformazione antropologica, e plasma il nostro sentire così come plasma il mondo a noi circostante, non si ferma mai, dando ragione alla ossessione di Naderi per la ricerca continua, incessante, turbolenta, della originalità che scaturisce dalla analisi dei propri sentimenti. “La conoscenza traversante è grandemente più vasta delle informazioni organizzate, delle nozioni, degli apprendimenti macroscopici… sono sintagmi incompresi, allusioni incomplete, … forme e colori, immagini, disegni, segnali visivi di tutti i tipi, suoni, rumori, musiche, odori, gesti, emozioni, empatie, risonanze d’atmosfera, qualità del mondo e complessità percettive indicibili che si formano e si trasformano, … (Piro 2001). “Il cinema,” afferma il nostro regista, “per essere arte non ha bisogno di particolari studi, o di particolari sceneggiature tecniche, o di intense musiche di sottofondo, o di attori professionisti, ha bisogno soprattutto di scovare nella propria anima, di muovere le più recondite sensazioni, i più intensi pensieri, i più nascosti segreti, perfino quei segreti che, attraverso una intima analisi, riaffiorano a nostra insaputa e che rappresentano la nostra vera essenza, la nostra più profonda esperienza di vita, ricca di tutte le reazioni che da essa ne scaturiscono.” “Waiting” prosegue Amir “rappresenta un momento storico nella mia carriera cinematografica. Con questo film ho cambiato completamente il mio modo di fare cinema; è costato solo 6mila dollari, niente, se si paragona questa cifra ai 70mila dollari che ci sono voluti per produrre Sansir, un mio lavoro precedente che proponeva una visione del cinema che poi ho abbandonato. Ai miei esordi, il cinema iraniano era orribile, ognuno lavorava per conto proprio e si giravano film che non avevano niente di originale. Ho lavorato in grande sintonia con Abbas Kiarostami e insieme decidemmo di dare una svolta al cinema iraniano. Questa svolta ce l’ha offerta proprio la censura, che, imponendoci di non affrontare certi argomenti, ci ha fatto scoprire come, al contrario, quelle stesse trame potessero essere raggirate, se si partiva da una ricerca interiore che lasciasse trasparire più le nostre emozioni che il fatto in se stesso.” Quindi, afferma Naderi, “alla fine devo ringraziare la censura. Con Kiarostami parlavamo di come fare per non incorrere nella censura, proponendo temi riguardanti l’infanzia, il sesso, l’alcol, ecc. ecc.. decidemmo che dovevamo partire analizzando il nostro animo. E’ stato proprio allora che ho deciso cosa fare della mia arte, e non ho più cambiato idea. La sera vado a letto tranquillo, perché mi rendo conto che seguendo questa mia linea di pensiero aiuto tutti coloro che mi circondano o che godono dei miei film. La mia provenienza sociale è molto differente da quella di Kiarostami, io sono cresciuto per strada, ma ambedue siamo rimasti fedeli a noi stessi raccontando la nostra esperienza, andando sempre alla ricerca della originalità. Quella originalità che serve per raggiungere la purezza, l’innocenza.” L’originalità è la caratteristica di ogni essere umano, unico, irripetibile, perché è il risultato di una esperienza molto personale. Quella originalità che è piena di compromessi, di cose e fatti considerati fuori della norma civile, di azioni che non sono facilmente condivisibili, accettate, che esulano dalla solita norma, che equivale alla ‘non-innocenza’ secondo Sergio Piro: “… è sorpassamento ironico delle caratteristiche … sentimentali della routine della contrattazione umana”(Piro, Critica della Vita Personale, La Città del Sole, 1995). Infatti, quante volte Naderi si è sentito chiedere come fa a dirigere attori che parlano una lingua a lui sconosciuta. Ci riesce Naderi, perché ha superato gli schemi tradizionali, ha ‘disubbidito’ alle regole, è andato alla ricerca della originalità attraverso la presa di coscienza della sua non-innocenza. Il consiglio che Naderi offre ai giovani registi è quello di studiare molto guardando molti film, soprattutto i film del passato del cinema italiano da Pasolini a Rossellini ecc. ecc. ma di dare tempo ad ogni film di essere digerito, per farlo passare attraverso il sentimento, attraverso quel filtro che ci fa decidere quale filone poi seguire durante il futuro lavoro di regista. “Non bisogna guardare tanti film per poi copiarli. Bisogna, invece, scegliere solo quelli che sembrano più adatti alla nostra aspirazione, quella aspirazione che deve avere l’ossessione della ricerca della originalità.” “Bisogna uscire dall’angusto pollaio” diceva Sergio Piro, “bisogna andare nel deserto, sempre cangiante e mai uguale, sempre in continua trasformazione; bisogna avere il coraggio di fare nuove scelte, scelte personali, scelte che non copiano nessuno e niente.” Tutto deve essere sempre originale; questa è la vera ossessione di Naderi. Il cinema viene paragonato ad una persona che non deve “abboffarsi” di antipasti per poi rifiutare altre portate perché completamente sazia. “Si deve rimanere sempre affamati per andare alla ricerca di qualche cosa che ci possa veramente soddisfare nel profondo.” Poi paragona il cinema a tutti gli svariati McDonald’s che si trovano nel  mondo e che offrono indiscutibilmente lo stesso cibo. L’originalità è, quindi, la vera ossessione di Naderi. Un uomo forte delle sue passioni, un uomo passionale che durante la sua Master class, usava tanti toni di voce e tanti gesti per marcare il suo sentire, quasi ad apparire irruento quando si scaldava per difendere la sua ricerca ossessiva della originalità. “Ho fatto parte di tante commissioni che dovevano giudicare tantissimi film. Molti erano anche bellissimi, con belle scene, ottime recitazioni, profonde musiche, ma nessuno di essi presentava la caratteristica della originalità, e allora per me non valevano niente, per me perdevano quella intensità interiore che mi fa amare il cinema. “Don’t watch too much, scegli solo quei registi che trovi più affini al tuo sentire, quei registi che pensi ti possano aiutare nel percorso di ricerca intima che ti condurrà alla originalità.” Si scaldava Naderi e sembrava battere i pugni quasi turbato da tutto quel cinema marcio che è alla sola ricerca del denaro. “Apprendere il linguaggio che conduce alla originalità è come imparare a guidare, poi tu puoi andare all’ospedale o da qualche altra parte, a questo serve studiare, per poi  poter essere capace di scegliere chi ci condurrà per quella strada che è più vicina al nostro sentire. Le parole non servono, serve concentrarsi su se stessi, isolarsi e meditare, andare in tutto il mondo come ho fatto io senza dover necessariamente parlare diverse lingue. Bisogna solo assaporare i gesti, i suoni, i rumori di quel paese. Quando ho girato Monti mi sono isolato sulle montagne dell’Alto Adige e del Friuli-Venezia Giulia, e senza conoscere l’italiano usavo i gesti per dirigere gli attori e tutti gli operatori che mi seguivano. Ecco i veri rumori, (e picchia sul legno, sulla poltrona e su un taccuino) “questa per me è musica.” Quando gli ho chiesto che influenza ha sul suo cinema l’Iran, mi ha detto che ha abbandonato il suo paese prima della rivoluzione di Khomeini, di sua spontanea volontà, perché voleva ricercare in tutto il mondo quella sua ossessione della originalità. Ma ha aggiunto che questo sentimento si è maggiormente acuito stando negli Stati Uniti, dove, comunque, si sente sempre straniero. Ed ecco che torniamo al tema dell’emigrante il quale, anche se lascia il proprio paese per sua scelta personale, combatte tra il sentimento del tradito e traditore. Quando gli è stato chiesto se è soddisfatto dei riconoscimenti ottenuti, ribadisce che è apprezzato in tutto il mondo, ma la sua maggiore soddisfazione è che pur pensando di aver appagato la sua ossessione di originalità questa ricerca non deve mai terminare. “Voi giovani non fatevi ingannare dalla bellezza esteriore, ma plasmate e fate affiorare la vostra ricerca interiore che vi condurrà all’originalità, che è la vera essenza di un bel film.” E Sergio Piro, quando frequentavo la sua scuola di Antropologia Trasformazionale, scuola che Lui aveva aperto a tutti gli operatori delle scienze umane, ci spingeva a cercare sempre nuove tecniche di cura, tecniche che non dovevano seguire schemi prefissati e identici, ma che dovevano mutare per rispecchiare la situazione attuale, il sentire di quel momento con tutte le sue sfumature e le sue reazioni e i suoi moti e stati d’animo, e le sue ombre e i riflessi che da esse scaturivano, prestando attenzione agli sguardi, alle espressioni del volto e del corpo, considerati i veri specchi dell’animo umano.    

Maria Rosaria D’Acierno Università di Napoli Lingue e Letterature Straniere.   




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