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Tra pathos e logos. In memoria di Roberto Racinaro

Roberto Racinaro (1948-2018) fu filosofo, politico, consigliere regionale sotto la presidenza di Antonio Bassolino, preside della Facoltà di Filosofia prima e poi Rettore («rosso») dell’Università degli Studi di Salerno, traghettandola dalla sede salernitana di via Irno al campus di Fisciano, ma fu anche imputato, sottoposto a custodia cautela nel carcere irpino di Bellizzi, poi processato, e dopo tre lustri assolto. La Sala del Senato accademico dell’Università porta, non a caso, il suo nome (gli Atti della cerimonia di intitolazione sono stati pubblicati da Rubbettino editore lo scorso dicembre con il titolo Pensare il proprio tempo, tra scelta e destino. La serietà “lieve” di Roberto Racinaro, a cura di Clementina Cantillo, Domenico Taranto, Gian Paolo Cammarota). A raccontare il modo appassionato con cui Racinaro esercitò la sua ragione critica sulle cose del suo tempo storico, impegnandosi in incarichi direttivi nelle Istituzioni in cui trascorse la sua esistenza, sono amici, collaboratori, compagni di partito, allievi e, infine, sua moglie. Una polifonia di voci con la direzione del prof. Domenico Taranto, ordinario di Storia delle dottrine politiche dell’ateneo salernitano, offre il ritratto luminoso dell’ex Rettore tra le Impronte culturali dell’Editoriale Scientifica Napoli sotto il titolo Tra pathos e logos. Roberto Racinaro testimone e interprete del tempo. La scelta o forse l’obbligo, come scrive Taranto, di stare nel proprio tempo, raccontarne le contraddizioni e interpretarlo per poterlo trasformare fu la missione di Racinaro, in tutti i luoghi in cui fece brillare la sua cifra morale e intellettuale. Racinaro ha destinato la filosofia e se stesso all’incontro con la società e ha pagato perciò un prezzo piuttosto alto in nome dell’esercizio di una attività teoretica non disgiunta dalla prassi. Così facendo ha obbedito a quello che avvertiva come un dovere: fare della sua ragione uno strumento per interpretare i segni del tempo, favorendo i processi di emancipazione che la storia sembrava recare con sé e insieme contrastandone le linee involutive di cui era contemporaneamente e contraddittoriamente gravida. Il densissimo volume (pp. 190) segue la multiforme attività intellettuale e politica di Racinaro, come interprete e testimone del pensiero di Hegel nel saggio di Biagio De Giovanni, come filosofo contemporaneo nel saggio di Gian Paolo Cammarota, come Rettore nella ricostruzione di Vittorio Dini, come «detenuto dilettante» nella cella in cui entra Norberto Bobbio, con cui lo ritrae a dialogare Melissa Giannetta e, infine, come uomo delle istituzioni, tra Stato etico e democrazia nel contributo di Giovanni Verde. Accanto a questa analisi della sua vita come pensiero, si apre poi la sezione dell’opera dedicata alle testimonianze e ai ricordi, quelli di Ciriaco De Mita raccolti da Generoso Picone, ma anche di Vincenzo Siniscalchi, Mariano Ragusa, Giovanni D’Avenia e, ultima, ma non ultima, la voce di Annamaria Magini, vedova Racinaro, che nella «pagina a lui dedicata», racconta la sua «vita con Roberto». Il ricordo dell’uomo che fu filosofo senza mai smettere di essere politico e fu politico proprio in quanto filosofo viene così consegnato non a un altro tempo, per eterno che possa essere, ma a chi avrà la pazienza di fare spazio alla sua eredità, quella di colui che, come scrive la vedova Racinaro, «ci ha insegnato ad avere coraggio, a non dimenticare mai i valori fondamentali che hanno a che fare con la libertà di colui che è in grado di ‘gettarsi indietro sulla destra il mantello’, come si addice a persona» che «proviene dalla libertà» e che gode sempre della libertà che la penna e il pensiero gli garantiscono, anche nella cella da cui la sua innocenza non poté salvarlo.

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