E’ Federico Preziosi, poeta atripaldese, che da tempo ha scelto di vivere in Ungheria, a Budapest dove insegna lingua e cultura italiana, a commentare la vittoria di Magyar alle elezioni: “In Ungheria è finita un’epoca, si è chiusa una fase storica che ha accompagnato un pezzo della mia vita abbastanza lungo. Ricordo gli entusiasmi di tanti amici che nel 2010 riponevano proprio in Viktór Orbán e in Fidesz, in seguito a uno scandalo che coinvolse l’allora governo di centrosinistra qualche anno prima. Il centrosinistra ha fatto fatica a rimettersi in piedi da allora, non ha saputo organizzare una proposta credibile agli occhi dell’elettorato. Gli stessi amici che votavano Fidesz negli anni passati hanno cambiato idea, ma non ho mai intravisto in loro grandi aderenze ideologiche. Percepivo un malcontento disorganizzato e una frustrazione difficile da indirizzare politicamente. Osservando l’incapacità da parte dell’opposizione di mettere sul tavolo un’offerta convincente (in particolare fuori da Budapest dove, salvo alcune eccezioni, non ha mai toccato palla), mi ero convinto che il sistema Orbán sarebbe stato stato scardinato dall’interno. La mia considerazione era giusta: Péter Magyar passerà alla storia proprio per essere stato quell’uomo che ha rivoltato il sistema Orbán contro il proprio ideatore. Magyar non solo ha convinto una parte dei vecchi sostenitori di Fidesz a votare, elettori di centrodestra probabilmente più in linea con le linee del Partito Popolare Europeo, ma ha goduto anche del sostegno di tante persone che in passato si erano astenute e di tanti elettori politicamente distanti, disposti a fare il patto col diavolo pur di voltare pagina. E naturalmente ci tanti sono giovani che ai tempi dell’ascesa di Orbán non avevano diritto di voto. Ci sarebbero tante cose da dire, ma a mio avviso è importante focalizzarsi su un punto: la grande maggioranza incassata da Magyar è frutto di una legge elettorale sbilanciata, che assegna ai vincitori poteri enormi, una maggioranza tale da cambiare la Costituzione con estrema facilità (cosa inconcepibile in un Paese come l’Italia, come ha dimostrato l’ultimo referendum). Il meccanismo che ha premiato Tisza e Magyar è esattamente lo stesso con cui Orbán ha mantenuto il potere per 16 anni. L’attuale sistema elettorale ungherese deforma la rappresentanza, perché disegnato su un vantaggio netto, ma non così schiacciante, al fine di blindare la maggioranza di un partito prevalentemente, che nella testa di Orbán doveva essere Fidesz e basta. In passato infatti coalizioni molto eterogenee hanno tentato di sfidare l’ex premier includevano forze di ultradestra, di centro e di sinistra. Parte dei loro voti veniva drenato da Fidesz attraverso un sistema di compensazione. Il successo di Orbán al di fuori dell’Ungheria si è basato anche su questo equivoco: che consenso reale non equivale a maggioranze politiche attribuite dai sistemi elettorali.
Non a caso l’elettorato di Magyar ha la stessa eterogeneità dell’opposizione degli anni passati: cosa è cambiato dunque? Magyar non ha stretto patti con la vecchia opposizione, ha fatto di tutto per non essere ad essa assimilata, è andato avanti da solo per la propria strada rivolgendosi direttamente ai cittadini. Ha saputo portare un’offerta anche nelle province più remote del Paese, nei feudi che per decenni sono stati di Fidesz.
Ho vissuto molti anni a Debrecen, una roccaforte arancione che fino a poco tempo fa sembrava inespugnabile. Tisza si è affermata anche da quelle parti, mandando un segnale politico chiaro e inequivocabile. Ma è bene stare coi piedi per terra: se una maggioranza così imponente si è affermata sfruttando le falle del sistema, tra quattro anni le cose potrebbero nuovamente cambiare in maniera drastica. E poi c’è la Costituzione: come verrà ridisegnata nei prossimi anni? Con questo mandato elettorale Magyar ha la possibilità di essere il padre della rifondazione istituzionale ungherese, ma al tempo stesso anche un nuovo Orbán. Solo il tempo ci dirà cosa hanno significato davvero queste elezioni 2026, mai tanto seguite dai media internazionali. Perché Orbán è (è stato?) più di un politico, il suo concetto di democrazia illiberale, per la verità un po’ kafkiano, è diventato un modello per le destre europee, un modello sbagliato, ma pur sempre un modello.
Oggi si scrive un nuovo capitolo nella storia dell’Ungheria, ma il mandato elettorale conferito a Magyar dice almeno una cosa: gli ungheresi non hanno intenzione di stare fuori dall’Europa né in senso ideale né in senso istituzionale. In un’epoca di instabilità il voto ungherese rappresenta un segnale su cui riflettere: l’Europa resta un’ancora di salvezza per milioni di persone”.
Preziosi, atripaldese a Budapest: “E’ finita un’epoca. Oggi si scrive un nuono capitolo”
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