“Oggi, più che mai, è necessario ritrovare l’umanità che abbiamo perduto”. Lo sottolinea Mamadou Kouassi nel presentare al Polo dei giovani il film “Io capitano” di Matteo Garrone, introdotto da Emanuela Fiore dell’Ufficio Migrantes e da Elvira Napoletano di Avellino per il mondo. A moderare il dibattito il giornalista Gianluca Amatucci. “Non è solo la mia storia quella che consegna Garrone. E’ quella di tanti uomini e donne che, come me, hanno lasciato la propria terra alla ricerca di una vita migliore, inseguendo il loro sogno, è la storia del loro viaggio prima di arrivare in Europa, delle enormi difficoltà che devono superare per mettere piede sulla terra ferma. Su tematiche come la violenza sulle donne e l’immigrazione, la vera sfida parte dall’educazione. Poichè l’immigrazione, se ben gestita, è un valore aggiunto”. Ricorda come “Sono partito dalla Costa d’Avorio, sognando l’Europa, inseguendo il mito di un continente che ci aveva affascinato e che credevamo rappresentasse la terra delle tante opportunità. Volevo raggiungere l’Italia e diventare un calciatore. Ci sono voluti tre anni per arrivare qui. Dormivo per strada a Roma e avevo il desiderio di tornare a casa. Non era questa la terra che sognavo. Ho lavorato anche come bracciante, ho tenuto duro, ho capito che non dovevo arrendermi”
“Vivo a Caserta, sono un mediatore interculturale – prosegue Mamadou – l’integrazione non è stata facile. il film è solo un pezzo del viaggio, poichè una volta arrivati in Europa, tutto è ancora più complicato. La prima difficoltà è la barriera linguistica, che mpedisce di esprimersi nella lingua del paese che ci accoglie, di scambiare idee e pensieri. A Roma mi sono iscritto a scuola, ad aiutarmi ad imparare la lingua sono stati anche gli scout. Prezioso è stato il sostegno di Caritas e Chiesa. Il percorso di integrazione è fatto di tanto gradini, il primo è rappresentato dalla conoscenza della lingua e della cultura. Poi, a poco, a poco, si entra in sinergia con le persone. E’ una strada lunga e faticosa che può essere percorsa fino in fondo solo con il sostegno del governo e dei cittadini. Ho incontrato accoglienza e solidarietà, non mi sono curato degli episodi di discriminazione che accadono ovunque nel mondo. Volevo inserirmi nel tessuto sociale della comunità in cui vivevo. Quando le persone conoscono la tua storia, quella conoscenza li aiuta a smantellare la paura dell’altro”. Sottolinea come “esiste una rete sul territorio, dalla chiesa alla Caritas. E’ una catena che funziona”. Non nasconde le sue perplessità sulle politiche del governo “Vorrebbero metterci in un angolo da cui dobbiamo lottare per uscire. Ci sono voluti dieci anni per ottenere il permesso soggiorno, senza il quale diventa impossibile aver un lavoro e prendere in fitto una casa. Gli ultimi decreti stanno smantellando le politiche sull’accoglienza e rendono piu difficile il processo di integrazione”. Ribadisce come “C’è bisogno di una politica conune in tema di migrazioni che coinvolga tutti gli stati d’Europa”. Ricorda il lavoro prezioso delle Ong “Sono stato salvato dalla guardia costiera, è importante riconoscere il loro impegno”. Sulla funzione dei centri di accoglienza, “non devono avere solo una finalità assistenziale, ma aiutare i ragazzi a iscriversi a scuola, a imparare la lingua, favorire l’inserimento nella comunità, così da consentire a chi arriva di diventare cittadini attivi e non essere ghettizzati. Penso a un progetto come quello di accompagnare i bambini a scuola, a cui ho partecipato a Caserta, mi ha permesso di conoscere tante famiglie, insegnavo loro il francese, ho offerto il mio contributo alla comunità ma al tempo stesso ho ricevuto tanto da loro”
E sul ruolo cruciale che possono svolgere i migranti per ripopolare i paesi “Lo ha dimostrato Mimmo Lucano, facendo sì che i migranti partecipassero attivamente alla vita delle città”. Ricorda la collaborazione con Garrone che lo chiamava più volte per aggiornarlo sulle riprese “Non è stato facile rievocare la sofferenza e la rabbia ma ho pensato che era il nostro modo di dare voce a chi non poteva parlare”. Emanuela Fiore dell’ufficio Migrantes pone l’accento l’importanza dell’attenzione e della cura in una società complessa come quella in cui viviamo mentre Elvira Napoletano, motore di Avellino per il mondo, spiega come rivedere il film “mi abbia fatto rivivere le missioni che porto avanti in Africa, cercando di offrire l’aiuto della popolazione irpina a chi ha bisogno”. E’ quindi Marco Cillo, presidente di Avellino per il mondo, a ricordare come l’associazione nasca dal sogno dell’amato vescovo don Antonio Forte di sostenere altri territori, “di qui l’idea da cui siamo partiti di realizzare un’ospedale in Africa”



