E’ un universo che si fa riflessione sul tempo e sul potere della memoria quello che costruisce Bianca Fenizia ne “I padroni del mare”, edito da Rubbettino. Un universo in cui a rivivere, con una prosa di rara intensità, sono le estati dell’infanzia, nel paese immaginifico e insieme reale di Jonia, nelle Calabrie, nella terra in cui l’immaginazione aiuta a vincere la noia e le regole non sono le stesse del mondo reale. Uno spazio dominato dalla bellezza del mare e dal calore della famiglia che sembra possa durare per sempre. L’autrice sceglie di parlare di Calabrie, usando il plurale, per raccontare una regione che in quegli anni, agli inizi degli anni ’80, cominciava a diventare meta turistica, a sottolineare la molteplicità di paesaggi che si intrecciano in quei territori tra grano, sterpaglia, cielo e sole. Costante il richiamo al mare “quella fascia di blu che aspettava ogni giorno di essere vista e non sapevo ancora quanto facilmente si potesse sprecare”, il primo desiderio espresso da bambina, giorni che avevano senso perchè si stava insieme, popolati da zii e zie, nonni e nonne, personaggi pittoreschi e misteriosi, che erano tutt’uno con le case di Jonia. Come Uggè col suo forno fronte strada il ristorante Il Galeone con cui ogni anno andava in scena uno strano gioco di botta e risposta, all’arrivo della famiglia a Jonia, quasi un rito di benvenuto, con un irresistibile teatrino con il padre della protagonista “Parliamone” urla dal finestrino mentre la macchina è ancora in moto e Uggè, senza scomporsi, come ogni volta, come ogni anno, gli risponde “E che ne parliamo a fare”. O De Gregorio, il proprietario della casa al mare, figura quasi mitica, con pantaloni di lana beige in pieno agosto, che sfrecciava con la sua 126 a tutte le ore e all’improvviso bussava alla porta, a ribadire in tutti i modi il suo potere sulla casa. Un’abitazione che era una delle tante costruzioni abusive sul mare, nate quasi all’improvviso, con muri piegati e pavimenti scollati, segno di un turismo che cominciava ad affacciarsi con forza nei piccoli paesi e avrebbe finito col deturparli. “E anche il canto del suo motore – scrive Fenizia – fa parte del suono d’orchestra di quelle estati, tanto che ogni volta che rimetto la testa sul libro mi convinco di sentire respirare lo scirocco, le foglie dell’eucalipto sonagliate e una porta sbattere. Ma anche le colombe bianche tubare, motorini sfrecciare sull’asfalto incandescente, mia nonna russare dopo aver mormorato rosari e qualche bambino urlare”.
Sono immagini, pensieri e frammenti di storie a prendere forma tra le pagine, in un coro di voci che raccontano, in un alternarsi di presente e passato, tra ricordi e flusso di coscienza, come zia Rosaria, che custodisce accuratamente il passato nella sua casa, un regno a parte in cui i ricordi delle persone amate prendono vita, quasi a testimoniare che il passato può tornare, dall’immagine della madre che le cuce i vestiti al marito che cerca di aprire le porte della camera per non svegliarla. Dormire da lei è per la protagonista sempre una festa “E’ una creatura completamente diversa da tutto quello che la circonda: fin troppo umana per i sorrisi che spende con amici, parenti e passanti, aliena per l’armonia che sa foggiare anche solo sfogliando una pagina. Dipinge, fin da bambina, che il padre, scultore, ha saputo crescere come una pianta di basilico del proprio orto, eppure non l’ha obbligata a restare a Jonia, dove era nata, perchè è libera di studiare e creare, viaggiare e insegnare. Così ogni volta che torna, è una festa ascoltarla e guardarla, seduta nella poltrona di vimini, aspirando da una sigaretta sottile, che ricorda il suo girovita”. Una casa, quella di Zia Rosaria, piena di presenze misteriose, come ci racconta la protagonista con il suo sguardo curioso e innocente, capace sempre di vedere al di là della superficie e delle convenzioni, uno spazio in cui non è strano, quando scende l’oscurità della notte, sentire strani rumori o vedere muoversi figure”Dove andranno tutte le visioni a nascondersi quando il sole sarà già alto e di nuovo le macchine e le sdraio, i pedalò e le barche occuperanno le pagine dei nostri occhi?”. Uno sguardo che si interroga su quelle regole non scritte che bisogna rispettare a tutti i costi in ogni famiglia, come quella di non rovinarsi l’appetito prima del pranzo, di non fermarsi alla casa stregata o al canneto, fino al rito della processione della Madonna del Mare, in cui succede tutto di notte e non c’è bisogno dell’abito della festa, con la statua scortata a braccio fino in spiaggia. Un processione che assomiglia alla vita, poichè malgrado la folla, ognuno resta solo con i propri pensieri “Perchè in Dio con la maiuscola certamente ho iniziato anche a dubitare, ma comincio a essere convinta che vivere sia camminare in un buio come questo, calpestando o essendo calpestata, sicuramente non ascoltati, nel fracasso di fondo, tra gente che pensa solo ai fatti suoi”. Ognuno prega, chiede grazie ed esprime desideri per i propri figli e nipoti, come se il cambiamento potesse arrivare solo dall’alto. Poichè “Faccio fatica a capire come un paese che spende così tanti momenti a pensarsi più felice nel futuro, non riesca a cambiare e riprodursi in modo differente nel presente”. E nulla sembra mai cambiare in quel paese, poichè per gli adulti è sempre più facile lamentarsi che trasformarsi e per trasformarsi ci vuole immaginazione.
Su tutte si staglia la figura bellissima del nonno, il leone che si è sempre battuto per il mare, che lotta contro le ingiustizie e non smette di ruggire di fronte a ciò che va contro l’ordine naturale del mondo, l’uomo che ebbe il coraggio di dire no al padre che lo voleva impiegato di banca e preferì andarsene al fronte pur di non sottostare alla sua volontà, per poi scoprire l’insensatezza della guerra, il capofamiglia che “qualche volta continua a trasformarsi” e non smette di governare e far sentire la sua voce, senza bisogno di parlare, in famiglia. E’ lui, cresciuto tra le reti dei pescatori e le cucine dei contadini, ad aver deciso un bel giorno di concedersi quell’onda anomala, dopo aver accettato di conformarsi alle regole imposte dalla società con un lavoro d’ufficio. E’ così le estati a Jonia diventano una possibilità di salvezza, una sospensione del tempo per ritrovare sè stessi e insegnare ai figli le leggi del mare “Da padre gli avrebbe insegnato che non tutta la geografia del mondo rispondeva a sanzioni e brevetti. C’era ancora da ascoltare un canto nel cespuglio di un rosmarino, nel cambio arbitrario da una nuvola bassa all’altra, nella coda contorta di un pesce nelle reti all’alba”. Un universo in cui gli adulti continuano a distinguere tra buoni e cattivi, a imporre divieti come quello di non parlare con i figli di Torino per scoprire che disobbedire non è così pericoloso come gli ripete Michele, lo zio che non si ferma un attimo e sembra sempre pronto a fare la cosa sbagliata. Lo scoprirà la protagonista quando imparerà a disubbidire, e sceglierà di fare amicizia con Angelo che proviene dalla famiglia di Tonino, quelli a cui è meglio non rivolgere la parola, secondo il nonno. La piccola protagonista non comprende bene il senso di quel divieto ma osserva e racconta ciò che vede, a partire dai giri in motorino dei figli di Tonino, pronti a farsi rispettare e imporre la loro legge anche a Franco e Patrizia i germanesi, come li chiamano a Jonia, dove hanno rilevato un chiosco per l’estate, da quando sono stati costretti ad emigrare a Monaco. Saggezza e ingenuità si fondono nel racconto dell’io narrante, che non ha paura di mettere in discussione le verità dei grandi, di immaginare un mondo senza gli orrori dell’universo dei adulti “Vorrei tornare a vedere tanti bambini. Anche i figli di Franco e Patrizia, vorrei che stessero qui tutto l’anno e che non debba partire più nessuno se non lo vuole, Vorrei sapere come sarà mio fratello e insegnargli a nuotare. Vorrei non vedere più le lavatrici nel fiume, le reti a strascico e le bolle degli scarichi nel mare”. Per scoprire che chi se ne va resta sempre nelle cose che ha amato, come ripete zio Michele, come sa bene zia Rosaria, che essere padroni del mare, il testimone lasciato dal nonno ai figli e ai nipoti non è una bugia ma una responsabilità, significa fare in modo che tutto resti come è, che ogni cosa rimanga al suo posto, significa prendersi cura dei luoghi, un’idea così lontana da quella del turismo dei borghi che celebra le pietre senza preoccuparsi della storia.
Un universo, quello delineato dall’autrice, in cui ogni elemento, dai rituali collettivi come il cinema all’aperto o la discesa in spiaggia, fino al cibo, si carica di una valenza simbolica. Così accade per il gelato, preso anche quando non si dovrebbe, che diventa richiamo alla disubbidienza, per la pasta di mandorla, insapore dopo un dolore così grande, per il rituale del pranzo di festa costruito con affanno solo “per vederli felici”, per la sardella salata con cipolla di Tropea nel rito della fuga degli uomini di casa dalle mogli per giocare a carte, con la preparazione del piatto della lasagna nel giorno del Ferragosto, in cui ognuno ha la sua parte, con il nonno che assiste alla cottura del sugo tra rimproveri e sbuffi, sorta di ringraziamento per il fatto di essere lì tutti insieme. Come a ricordarci che sono le piccole cose ad avere valore e, nel mondo così veloce in cui viviamo, dobbiamo imparare a ripartire dalla cura dei dettagli, ricordare che conta anche il colore di un pomodoro. Quelle piccole cose che finiscono per imprimersi nella memoria più dei grandi eventi, mettendo il resto in secondo piano, poichè la memoria lavora secondo proprie leggi e può trasformare il passato o farcelo vedere da un’unica prospettiva.
Eppure in questo spazio ovattato, rischiarato dalla luce del mare, la realtà fa capolino continuamente, è negli aerei rumorosi che passano ed evocano la guerra che c’è dall’altra parte della costa, nella ex Jugoslavia, nelle donne che fuggono dai bombardamenti, mute, nella paura di nuotare e di trovarsi di fronte uomini, donne e bambini annegati perchè rifiutati da ogni costa, nell’amianto abbandonato in acqua. E se c’è in chi racconta la consapevolezza che nulla più potrà essere come era, che l’eternità non esiste, che tanti dei sogni e delle certezze di ieri sono svanite, c’è anche la consapevolezza che quei giorni continuano a vivere, che i ricordi si possono ricucire, partendo magari dalle immagini del cinema, dal cappotto in lana di Vittorio De Sica a Marlon Brando che fumava sempre portando sempre la sigaretta al lato della bocca, che ci si può allenare a tornare, che “si può sentire caldo in pieno inverno, e guardare le ombre che gli altri non vedono: che quel mare sopravvive e si può imparare a custodire il passato o almeno a restare uniti per non avere paura “Ogni volta, incontrando un mare diverso, torna una convinzione da bambina: chissà se delle gocce che mi stanno adesso davanti sono passate per Jonia, sanno raccontarmi delle novità o posso affidare un messaggio”.