di Monia Gaita
La falsità protubera dalle vie asfaltate.
Pochi uccelli di pace volano
sorretti da pilastri di durata.
Il senso dell’umano cala le tapparelle,
i giornali e i social ci fanno fumare la loro verità.
I potenti della Terra rimodellano il corso degli interessi
con scelte straripanti egoismi e inganni.
La piaga dei muri divisori butta sangue.
Il bene si spolmona a chiamarci:
nessuno sente, nessuno arriva, nessuno risponde.
In questo breve scritto immagino di essere un ragazzo palestinese, Ibrahim.
Mi chiamo Ibrahim, ho 18 anni. Prima di questa maledetta guerra eravamo felici, io, papà, mamma e mia sorella Aisha di 8 anni. Dal giorno dei bombardamenti abbiamo dovuto lasciare casa e trasferirci in un rifugio sottoterra. Papà diceva: “Non dovete deprimervi, non sarà per sempre, solo il tempo che dura la guerra, poi torneremo a casa”. Aisha domandava:
̶ E se la distruggono la casa?–
̶ Se la distruggono andremo in una casa ancora più bella! –Papà purtroppo non ha rivisto né la nostra casa, né quella ancora più bella che secondo lui avremmo avuto nel caso in cui la prima casa fosse stata abbattuta. Due mesi fa, mentre tornava dall’ospedale dove faceva il medico, è stato colpito da un carrarmato. Con lui sono state uccise altre 6 persone. Era l’una del pomeriggio e io l’ho sentito quello scoppio, ma qui di esplosioni ce ne sono talmente tante che ci fai quasi l’abitudine. In verità però è strano, quei botti mi hanno messo un’agitazione che non so spiegare. Erano lontani, avevano un rimbombo cupo. Parevano trascinare un vuoto e un’angoscia più grandi. Sarà durato 10 secondi e ho ripreso a giocare a pallone con Omar e Abdullah. Quando alle 2 papà non è tornato mamma è caduta nel panico: “Tu rimani qua, provo a raggiungere l’ospedale”. Non potevo permettere che andasse sola. Aisha ha cominciato a piangere, voleva venire pure lei con noi. Mamma glielo ha impedito con fermezza: “Tesoro, non complicarci le cose! Non muoverti di qua! Rimani con nonna!” Ci siamo incamminati col pianto soffocato di Aisha appiccicato addosso, sulla strada polverosa di pietre e rottami. Dopo mezz’ora eravamo stanchi sotto il sole che ci picchiava in testa a perpendicolo. Quando ho avvistato un furgone che trasportava barre di ferro l’ho fermato e ho chiesto al conducente, un ragazzo magro dai capelli folti e ricci:
̶ Dove vai? Noi dobbiamo arrivare all’ospedale. Ti prego, dacci un passaggio! –
– Salite, ci devo passare proprio davanti! –
Il ragazzo ha capito la nostra ansia e ha provato a rassicurarci:
̶ State tranquilli, non sarà successo niente di grave! –
Eppure, man mano che ci avvicinavamo, l’odore del fumo si faceva sempre più acre e insopportabile. E per quanto si fosse in parte dissipato, si levavano alte e grasse, quattro colonne di nuvole nere. La cosa più inquietante è che provenivano proprio dall’ospedale. Mamma si disperava. Io avevo la voce bloccata in gola, ho trovato solo la forza di dirle: “Magari papà sta bene, starà aiutando i feriti”.
Siamo scesi, abbiamo ringraziato il ragazzo che ci ha fissato con uno sguardo carico di turbamento. C’era parecchia gente intorno, sirene spiegate, urla, e io chiedevo: “Il dottor Amir Ahmed, qualcuno lo ha visto? Amir Ahmed, io sono il figlio”. Gli uomini del soccorso con le tute verdi e arancione caricavano i morti nei lenzuoli bianchi collocando i corpi sanguinanti sulle lettighe. Il Pronto Soccorso era tutto una demolizione, una babele di macerie. I morti e i feriti venivano portati nell’ala ancora superstite dell’edificio, sul retro. Io e mamma siamo corsi lì col cuore che pulsava come un martello pazzo. In quella sala improvvisata abbiamo subito distinto la dottoressa Jana e Adnan, il medico amico di papà. Quando Jana ci ha visto, ha abbracciato mamma forte, in un silenzio che diceva tante cose. Il dottore Adnan mi ha guardato: aveva il terrore dipinto negli occhi. Ha solo detto: “Papà non ce l’ha fatta”. Non ho risposto, ho solo domandato di vederlo, ma lui mi ha consigliato: “È meglio di no. Quando il carrarmato ha sparato, la munizione l’ha preso in pieno”. Non ho fiatato, mi sono seduto stringendomi la fronte con le mani come a vietare che potesse sbriciolarsi all’istante. Mamma urlava: “Amir, Amir mio, Amir mio”. Poi due responsabili dell’Autorità Sanitaria Locale ci hanno convocato per l’identificazione del cadavere. Mamma era quasi priva di conoscenza e alcune persone l’hanno presa sottobraccio e portata fuori. Sono entrato io solo, con tre medici e due operatori della Croce Rossa. Papà era coperto da un lenzuolo tutto terra e sangue. Aveva gli occhi semichiusi e il volto ustionato. Pareva che dormisse. Le lacrime mi scendevano da sole e il buco nella pancia aveva spalancato una voragine. Papà era morto, quasi non ci credevo, lui così solare, così affettuoso, così pieno di coraggio. Di fronte a lui ho voluto pronunciare ancora una volta quella parola: papà. L’ho pronunciata e poi gridata: papà, papà, papà! Si capiva che le gambe non le aveva più, che di mio padre era rimasta solo la testa e il tronco. Intuii che pure la mano sinistra fosse saltata perché in quel punto c’era un rettangolo di vuoto su cui stavano premuti e avvolti dei panni. Quando uscii da quell’inferno, io che ero sempre stato timido per natura, ancorato al molo delle buone maniere e della misura, urlai all’aria sporca la mia rabbia: “Assassini, bestie siete, questo siete!”
Da quel giorno sono io a fare le veci di papà. Mamma aspetta di riprendere a insegnare matematica al liceo e quando piange lo fa di nascosto per non farsi vedere. Aisha, adesso, è sotto la mia responsabilità. Io e mamma la colmiamo di abbracci e coccole, proviamo a darle pure gli abbracci di papà. Lei studia da casa, dal momento che la sua scuola 15 giorni fa è finita sotto assedio. Io aspetto di riavviare le superiori e poi iscrivermi a Medicina. Non vedo l’ora. Papà mi ripeteva: “Non devi fare il medico perché te lo chiedo io, devi fare il medico solo se lo vuoi fare altrimenti lo faresti male”. È da un po’ che ci penso e a volte dichiaro la mia volontà a voce bassa: “Papà, io voglio fare il medico. Vorrei diventare un bravo medico. Tu, però, stammi accanto, sorridimi, tieni la mia mano nella tua come quando ero bambino e io ti guardavo dal basso, sollevando la testa. Eri il mio supereroe, indistruttibile. Che bello sapere che ogni mio passo profumerà di te, del tuo camice pulito e stirato. Che bello sapere che non sarai una data da commemorare, che non sei nella ruggine dei morti, ma lieviti dove la voglia di vivere ancora fiorisce, e la speranza, coi suoi impiccati gonfi, prova a rinascere, a farmi una carezza, a respirare ancora.”