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Musi: Napoli non fu periferia d’Europa, necessario liberare Masaniello dal mito. Tommaso Aniello d’Amalfi come i volontari Flotilla? Oggi maggiore consapevolezza su libertà e diritti

E’ stata l’occasione per ribadire la centralità di Napoli nella storia d’Europa “non periferia ma cuore pulsante di idee, processi e fenomeni che attraversarono tutto il continente” il confronto dedicato al volume di Aurelio Musi “Una ‘rivoluzione’ europea. Napoli, Masaniello e la repubblica del 1647-48”, presentato questo pomeriggio nell’ambito de “I giovedì della lettura” promossi dall’Archivio di Stato. A introdurre il confronto Lorenzo Terzi, direttore dell’Archivio di Stato di Avellino. A portare il proprio contributo al dibattito Carla Pedicino, Professore di Storia Moderna presso il Dipartimento di Scienze Politiche e della Comunicazione dell’Università degli Studi di Salerno, e Vincenzo Barra, Ricercatore di Storia Moderna presso il Dipartimento di Scienze Umane, Filosofiche e della Formazione dell’Università degli Studi di Salerno. “Masaniello – spiega Musi – è uno di quei personaggi che ha goduto più del mito che della storia, ecco perchè diventa fondamentale decostruire i luoghi comuni che hanno accompagnato la narrazione della rivolta, essere in grado di separare il mito dalla storia. Una mitizzazione, quella di Masaniello, utilizzata di volta, in volta per sostenere le esigenze del momento, a partire dalla propaganda risorgimentale. Eppure la rivolta del 1647 non vide un unico protagonista anche se Masaniello riuscì a unire intorno agli obiettivi antifiscali, antinobiliari e politici i ceti popolari e il popolo minuto. Nè fu un moto antimonarchico, la fedeltà si mantenne persino quando, nell’ultima fase, il Regno si ribellò alla Spagna e proclamò la Real Repubblica Napoletana con obbedienza a Luigi XIV. Non c’era nessuna volontà di cambiare il sistema quanto piuttosto quella di ricostituire lo status quo dei diritti lesi a causa di un re diventato tiranno”. Musi pone l’accento sui molteplici elementi di novità checaratterizzarono la rivolta, a partire da nuove forme della comunicazione politica, capaci di restituire voce a chi non aveva voce, con la nascita dell’opinione pubblica, dai Cartelli attraverso affissioni clandestine e distribuzioni a mano a opuscoli, manifesti,  componimenti poetici in lingua e in dialetto”
E’ Terzi a ribadire come la rivolta si inquadri nel più ampio contesto europeo, non una semplice ribellione contro le gabelle ma un evento carico di tensione verso il futuro, a partire dallo scontro tra i diversi fronti. “Musi ricollega la rivolta agli altri fenomeni rivoluzionari del ‘600, ne evidenzia quelli che saranno i contraccolpi per l’Europa. Al tempo stesso sceglie di recuperare il mito di Masaniello, a lungo utilizzato dai liberali a sostegno della loro causa”.
Pedicino si interroga sulla complessità del personaggio Masaniello, ora considerato come un pazzo, ora come un manipolatore, umile ma non certo proveniente da una famiglia povera, interprete di una mentalità particolarmente diffusa tra il popolo con la sua fedeltà a Dio, alla Madonna e al re di Spagna. All’uccisione seguira’ il tentativo di riabilitarne la figura, con Masaniello che finirà per essere venerato come un santo “La pazzia diventa così strumento indipensabile della ribellione”. Barra ricorda come la cultura di Napoli si inserisse pienamente in un circuito europeo, collocandosi al confine tra passato e annunciazione di futuro, alle radici di quella modernità europea incarnata da rivoluzioni come la Fronda francese o la rivoluzione inglese. Dal dibattito storico politico che accompagnò la rivolta attraverso la narrazione dei contemporanei alla partecipazione attiva degli ecclesiastici sia in campo lealista che in quello dei ribelli fino alla formazione del mito nell’Ottocento. E sul paragone tra Masaniello e i volontari della Fottiglia, sollecitato dal professore Pellegrino Caruso Musi replica:  “Masaniello non aveva quella consapevolezza su diritti e libertà che hanno oggi gli attivisti”.

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Floriana Guerriero

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