Nasce dalla volontà di indagare la fase iniziale del processo creativo, dall’intuizione a disegni e letture preparatorie, fino a interrogarsi sull’atto della creazione la mostra “Caleidoscopio Italia-la dimensione progettuale dell’arte” a cura di Andrea Del Guercio, Susanna Ravelli e Giovanni Curtis, inaugurata ieri al Carcere Borbonico, nell’ambito della rassegna Un anno di mostre al Museo, ideata e promossa dall’Amministrazione Provinciale di Avellino. “Siamo abituati a mostre fondate sulla centralità dell’opera – spiega il curatore Andrea Del Guercio – mentre questa volta abbiamo cercato di mostrare ciò che sfugge allo spettatore di un quadro, sbirciando tra archivi e cassettiere di atelier. Abbiamo chiesto agli artisti di raccontarci come nasce un quadro, il percorso progettuale da cui scaturisce un’opera, a partire da frammenti, fotografie di viaggi, oggetti legato al proprio quotidiano. Ad emergere i molteplici modi in cui prende forma l’idea di un’opera, dagli scarabocchi su un foglio a una scatola di latta in un mercatino, da un viaggio a una serie di specchi rotti”. Una sfida che si inserisce nell’ambito dell’itinerario di Caleidoscopio Italia “Abbiamo immaginato questo progetto – prosegue Del Guercio – come una moltiplicazione democratica delle emozioni che consentisse di andare alla scoperta di tanti artisti nascosti, che pure hanno offerto un contributo importante al panorama artistico, alla ricerca creativa. Caleidoscopio Italia, nato nel 2017, attraverso uno sviluppo espositivo articolato tra Italia, Germania, Cina e Danimarca, diventa dunque uno strumento scientifico capace di mostrare le molteplici variabili del reale”.
Così Alessandra Bonolli di Faenza consegna il suo lavoro progettuale attraverso disegni di sculture per installazioni monumentali “Le opere che realizzo non sono mai pezzi fini a sè stessi, hanno tutti un significato legato alla storia antica, agli archetipi, al nostro universo interiore, hanno una forte carica simbolica che cerco di trasmettere allo spettatore”. Un lavoro che si affianca a fotografie, diventate punto di partenza di spartiti musicali “Si tratta di un progetto cominciato nel 1978 in Scozia e terminato nel 2014 nel Sahara. Ogni foto si è trasformata in un disegno a partire dalla definizione dei punti di forza: da questi segni sono, poi, scaturiti degli spartiti. In questo modo la musica nasce non dalle sensazioni ma dalle forme del luogo, dal Nord al Sud del mondo, dall’Amazzonia all’Himalaya”. Marcello Aitani sceglie di partire dai video “che avrebbero dovuto essi stessi far sentire dei vuoti, essere imperfetti, con ritmi che rispetto alla norma appaiono troppo lenti, lunghe e meditative permanenze dell’immagine. Tutto in contrasto con la smania dominante della rapidità”. Gianfranco Notargiacomo espone un aereo in lamiera dipinta per “Tempesta e assalto” e un bozzetto per il “Caos e i giganti”. O ancora si va dallo studio di un arazzo nel caso di Alessandro Pongan ai disegni preparatori di “Guardarsi e innamorarsi a Lochness” di Olinsky fino ai campioni di carta da cui scaturisce la creazione di Silvio Cattani che nasce dall’assemblaggio di frammenti grafici e pittorici. A prendere la forma di una riflessione sulla dicotomia tra sviluppo e progresso, sulle forze psichiche che animano la città è il progetto “Un occhio per Milano, sogno e utopia di una metropoli” che si interroga sull’energia misteriosa di una città mentre lo scollamento tra interno e esterno è al centro della ricerca di Pasquale Polidori che trova il suo fondamento nel volume “La linea analitica” di Filiberto Menna e nel misterioso contenuto di una scatola.
E’ Susanna Ravelli a sottolineare come “nella processualità dell’opera emergono intuizioni, approcci partecipativi, il non finito, le prove di colore, gli schizzi e fasi di lavorazione che si moltiplicano prima della scelta definitiva. E’ una mappa scomposta di scelte e di libertà del pensiero e del fare in cui si legge tutta l’intensità del sentimento dell’arte e dell’artista”. Giovanni Curtis spiega come “Si può scoprire come l’opera nasca talvolta da un’intuizione vaga, addirittura da una messa in discorso che assommi una serie di esperienze visive da modellare e fissare a posteriori. Lo spazio del set fotografico può essere paragonato ad un foglio bianco, al pari di un’opera che nasca sulla carta per tradursi in pratica scultorea e pittorica. E’ il caso di Stefano Compagnucci con i suoi ritratti anomali, in quanto visti da tergo, dal momento che hanno origine appunto da un’intuizione antica e nuova al contempo: quella di rappresentare fogure di schiena”
In mostra le opere di Luciano Bartolini (1948-1994), Nicola Carrino (1932-2018), Claudio Costa (1942-1995), Hidetoshi Nagasawa (1940-2018), Giò Pomodoro (1930-2002). Marcello Aitiani, Alessandra Bonoli, Andrea Botturi, Silvio Cattani, Pietro Coletta, G. Tommasi Ferroni, Antonio Ievolella, Franco Ionda, Giulio Lacchini, Lello Lopez, Gianfranco Notargiacomo, Olinsky, Pasquale Polidori, Renato Ranaldi, Renzogallo Piero Almeoni, Concetta Modica, Alessandro Pongan, Stefano Compagnucci
La mostra sarà visitabile fino a sabato 29 novembre, dal martedì al sabato, dalle ore 9.00 alle ore 13.00 e dalle ore 16.00 alle ore 19.00 (domenica e lunedì chiusura al pubblico).






