di Rosa Bianco
La lezione del prof. Toni Iermano, ieri pomeriggio, al Liceo Scientifico “P. S. Mancini” di Avellino si è aperta con i saluti istituzionali della Dirigente Scolastica, prof.ssa Paola Anna Gianfelice, che ha sottolineato l’importanza del Progetto “Conoscenza scientifica e nuovo umanesimo. Leggere la contemporaneità. Percorsi per un evocati da Dorso nell’articolo Ruit hora su Irpinia Libera del 1943. letterario novecentesco” come spazio di crescita culturale e di dialogo tra saperi, nella prospettiva di una scuola che forma coscienze libere e critiche.
A seguire, l’introduzione della prof.ssa Immacolata Pascale, coordinatrice del Progetto, ha offerto una raffinata riflessione sulla figura di Carlo Levi in letteratura, delineandolo come scrittore capace di unire impegno civile, introspezione poetica e visione etica del mondo, tracciando l’ orizzonte ideale, entro cui si è collocata la lezione del prof. Iermano, autentico atto di pensiero e di libertà, che ha saputo restituire agli studenti e ai docenti il senso profondo di una letteratura che illumina il presente.
Nella gremita aula magna la voce del professore ha attraversato i secoli, restituendo un affresco vivo e palpitante del nostro Mezzogiorno. Non un Sud di folclore e di arretratezza, ma un luogo di profondità storica, di tensione morale, di civiltà antica che si confronta con la modernità.
Dalla questione meridionale del 1875, che vide Franchetti e Sonnino per primi parlare di “mafia” e di “antistato”, fino a Carlo Levi, medico, pittore, poeta e intellettuale europeo, Iermano ha tracciato la lunga linea che unisce il passato remoto del Meridione alle domande più urgenti del presente.
È un filo che attraversa la riflessione civile, la denuncia politica, ma soprattutto la ricerca umanistica di una verità universale: la dignità dell’uomo.
In Levi, confinato nel 1935 a Grassano e poi ad Aliano, il professore ha riconosciuto il simbolo di una conoscenza che non si impone, ma si genera: “La cultura non deve essere portata — ha ricordato — ma creata. È dialogo, è incontro, è nascita di nuove coscienze.”
E in questo, il Levi di Cristo si è fermato a Eboli non è memoria, ma profezia. Egli vede nel mondo contadino non una “microstoria”, ma una storia universale, capace di illuminare l’intera condizione umana.
Iermano ha restituito ai giovani l’immagine di un Levi che è insieme intellettuale europeo e radice mediterranea, uomo del dubbio e della libertà.
Dalla “Paura della libertà” del 1939 — libro profetico scritto in un’epoca di oppressione e silenzio — emerge una lezione perenne: la libertà è la tua libertà, quella che si conquista con la conoscenza e si difende con la responsabilità del pensiero.
Ma il cuore della lezione è andato oltre la pagina e oltre la storia.
In un tempo di crisi dei valori e di smarrimento civile, Iermano ha indicato nella formazione e nella scuola l’unica vera frontiera della speranza. “Un insegnante — ha detto — non indottrina, ma suscita curiosità, apre domande, consegna agli altri la libertà di pensare.”
E in questo gesto educativo si riconosce la stessa tensione morale che animava Levi: credere che la conoscenza possa ancora redimere il mondo.
In questa visione di Carlo Levi, il professore ha riconosciuto nella cultura non un archivio di memorie, ma un’energia viva, una forza di trasformazione, capace di rendere gli uomini “cento uomini di speranza”, andando oltre i “cento uomini d’acciaio”, evocati da Guido Dorso nell’articolo “Ruit hora” su Irpinia Libera del 1943.
Perché la speranza, a differenza dell’acciaio, non si consuma: si trasmette.
Ed è forse questo il dono più grande che il prof. Iermano ha lasciato ieri agli studenti del Mancini — la consapevolezza che conoscere non significa ripetere, ma diventare protagonisti del cambiamento.
Che la scuola, se animata da vera passione civile, può ancora essere il luogo dove il Sud si ripensa, dove il sapere torna a essere libertà, e dove il futuro non è più paura, ma promessa.




