Non è solo il ricordo che bisogna custodire, ma soprattutto l’insegnamento che ha lasciato il terremoto dell’Ottanta. Ha insegnato il valore della prevenzione e della solidarietà. Che i sindaci sono sentinelle imprescindibili del territorio in ogni occasione, quanto le forze dell’ordine. Mentre la ricostruzione dopo il sisma in Irpinia ha insegnato che da una tragedia può nascere qualcosa di buono. Ma non sempre tutto è stato fatto nel modo in giusto.
La politica a tratti non è stata lungimirante. Nel corso della tavola rotonda “Dalle scosse alle scelte – il ruolo dei sindaci nell’evoluzione della Protezione Civile”, ospitata nella tendostruttura di piazza Kennedy nell’ambito della mostra “Terremoti d’Italia”, il direttore generale della Protezione Civile della Campania, Italo Giulivo, ha ricordato anzitutto come negli anni Ottanta, quando la moderna Protezione Civile ancora non esisteva, la gestione delle emergenze ricadesse interamente sui sindaci: “Il sindaco ha il compito di governare, soprattutto quando il territorio vive uno stato di emergenza – ha affermato –. All’epoca i primi riferenti erano i sindaci, figure decisive che operarono in condizioni estreme, spesso senza strumenti adeguati ma con senso di responsabilità straordinario”.
Giulivo ha rievocato il lavoro dei sindaci sul campo, la loro presenza costante in mezzo alle macerie, il confronto diretto con i cittadini che non volevano abbandonare le proprie case distrutte: “Zamberletti – ha aggiunto – scelse di ascoltare chi viveva nelle comunità colpite. Per questo affiancò centinaia di sindaci a più di 150 ufficiali, convinto che la conoscenza del territorio fosse essenziale. Mi ha sempre espresso il suo apprezzamento per quel lavoro collettivo”.
Dello stesso avviso Fabio Ciciliano, capo nazionale del Dipartimento della Protezione Civile, che ha definito l’esperienza maturata in Irpinia un modello ancora oggi attuale. Ha posto l’accento sulla forza delle autorità locali in quel drammatico frangente: “I sindaci furono catapultati in una responsabilità immensa, più grande di loro, ma seppero affrontarla con capacità eccezionali. Una comunità colpita non può essere lasciata sola: chi la guida non può tirarsi indietro”.
Ciliciano ha ricordato come il sistema nato in seguito al sisma sia oggi uno dei più avanzati, pur in un quadro che richiede aggiornamenti continui: “L’emergenza si gestisce, ma prima ancora si previene. Un’emergenza che non accade è frutto della conoscenza dei rischi, della cultura della prevenzione, della preparazione dei cittadini. E questo deve restare il nostro obiettivo”.
Rosanna Repole, storica sindaca di Sant’Angelo dei Lombardi nel 1980 si è soffermata sulla portata innovativa della legge 219, “una legge che fece scuola e che segnò una svolta per le aree interne”, voluta da Salverino De Vito. “La 219 non fu solo uno strumento di ricostruzione, ma anche di sviluppo”.
Repole ha riconosciuto, con onestà, ciò che non funzionò: la complessa industrializzazione post-sisma, le decisioni prese lontano dal territorio, le interferenze e le difficoltà operative: “Eppure – ha detto – alcuni risultati rimasero: infrastrutture migliorate, attività produttive che seppero consolidarsi, come il comparto alimentare con la Ferrero, e altre realtà industriali che alla fine riuscirono a radicarsi. In un territorio segnato dalla povertà, quegli investimenti produssero comunque una reazione positiva”.
La memoria giornalistica è stata affidata a Lino Zaccaria, inviato storico del Mattino, che ha ricordato l’arrivo dei cronisti nelle ore immediatamente successive al sisma: “Fummo noi giornalisti a lanciare l’allarme. Vedemmo i paesi devastati e capimmo subito l’entità della tragedia. Da lì nacque il titolo ‘Fate presto’”.
Zaccaria ha ribadito l’importanza dell’appello del presidente Sandro Pertini, decisivo per accelerare i soccorsi. Un’emozione condivisa anche da Gianni Ambrosini, altro storico inviato del Mattino: “Ricordo l’arrivo di Pertini che avanzava tra le macerie. Tornare in questi luoghi provoca dolore, ma è necessario ricordare per non ripetere gli errori”.
Il direttore del Corriere dell’Irpinia, Gianni Festa, ha parlato degli effetti sociali e politici della ricostruzione: “Le immagini di allora sono scolpite nella memoria: la gente che scavava a mani nude, le file di bare sotto la neve. Quel terremoto fu uno spartiacque. L’arrivo dei fondi, ma anche le infiltrazioni della camorra, cambiarono radicalmente l’Irpinia. E molti problemi sono rimasti irrisolti. Il paradosso è che, finiti i fondi, arrivarono miseria e disoccupazione. Il timore è che possa accadere lo stesso con il Pnrr”.
Tra i presenti, anche i sindaci-simbolo delle grandi emergenze italiane: oltre a Repole, Nicola Alemanno, alla guida di Norcia nel sisma del 2016: “La prima azione di soccorso è il piano di protezione civile. Un sindaco non può conoscere ogni aspetto tecnico, ma deve avere uno strumento chiaro a cui riferirsi. In quei momenti si agisce solo nell’interesse della comunità. ‘Fate presto’ non fu solo un titolo, ma la voce di chi soffriva. E oggi possiamo dire di avere uno dei migliori sistemi di protezione civile al mondo”.
Infine, il monito di Repole, che ha richiamato l’urgenza di aggiornare i piani di emergenza nei territori più fragili: “C’è ancora molto da fare per garantire davvero la sicurezza delle comunità. Lo dimostra l’ultimo sisma in Irpinia. Ed è proprio da questa consapevolezza che è partito l’appello finale di Ciciliano: “La protezione civile è un impegno quotidiano. La prevenzione deve diventare parte della vita di tutti, non solo un ricordo che riaffiora nelle ricorrenze”.






