A dicembre di ogni anno iniziano le celebrazioni dell’orientamento e della scelta – ovviamente – consapevole della scuola superiore. Dovrebbe trattarsi della questione principale per qualsiasi comunità nazionale, giacchè funzionale alla formazione dei cittadini e della classe dirigente; come tale, connessa al migliore governo non solo delle Istituzioni ma, anche e soprattutto, delle relazioni sociali e internazionali, e dei conflitti economici e bellici. Invece, nel dibattito pubblico, occupa uno spazio marginale, angusto, che viene riservato ai soli genitori dei ragazzi di terza media e ai ‘disgraziati’ dirigenti scolastici, in preda al timore perenne di non raccogliere iscrizioni sufficienti alla sopravvivenza del proprio istituto ( il ‘capitale organizzativo’, cioè un ramo dell’Azienda Scuola ).
In maniera insensata, si tende a ignorare o, peggio, a negare lo stretto rapporto che esiste tra educazione scolastica di base e qualità della vita collettiva e individuale, e dell’elìte politica, manageriale, professionale, finanziaria. Per qualche giorno, si tengono aperte le porte di edifici a forma rigorosamente scatolare, deprivati di ogni valore simbolico per effetto del dogma aziendalista, entrando nei quali si respira mestizia più che aria di futuro. I docenti– si dice – sono chiamati a indicare la direzione formativa dei tredicenni attraverso il consiglio orientativo, alla luce della loro predisposizione perché scegliere la scuola superiore è un < momento fondamentale>. Sembra tuttavia che il criterio ancora oggi più seguito sia quello della ‘mamma’, secondo cui un figlio che va bene in italiano dovrà andare al liceo classico, mentre il buon voto in matematica determinerà l’ingresso nel liceo scientifico. E’ intervenuto il Ministero dell’Istruzione, ad avviso del quale, poiché i diplomati liceali richiesti dal mercato sono tra i 25 e i 30 mila annui nello stesso periodo, a fronte di circa 270 mila diplomati ogni anno, si conferma la scarsa attrattività dei licei per il mercato del lavoro. “Orientare significa connettere scuola e lavoro …serve una nuova alleanza educativa” proclama Matteo Colombo il presidente di ADAPT, la Fondazione il cui scopo è quello – guarda un po’ – di favorire direttamente l’inserimento dei giovani nel mercato del lavoro.
Ma orientare è l’esatto contrario di educare: questa nobilissima attività fa venir fuori, dai giovani, i talenti ( di cui sono sempre e comunque dotati); quell’altra mira invece a influenzarne le scelte dall’esterno, per finalità contingenti e precostituite da altri. Il disconoscimento del discrimine deriva dall’ignoranza dell’integrità cognitiva dei discenti. Si pensa cioè, specialmente per la spinta alla trasformazione mercantile della Scuola, che l’educazione debba ispirarsi alla quantità e alla utilità lavorativa delle materie di studio obbligatorio, intese quali asettici moduli disciplinari. E succede sempre quando si parla di competenze. All’opposto, in qualsivoglia istituto superiore va garantito il primato ( se non il monopolio) didattico delle discipline astratte, ossia volte alla costruzione e al potenziamento delle capacità linguistico-espressivo- immaginative e logico-matematiche. E’ dunque velleitario, oltre che crudele, chiedere a un insegnante di prevedere ciò che diventerà un ragazzo tredicenne.
Non si abbia timore di recuperare l’insuperato principio educativo di Antonio Gramsci.
Questi auspicava una scuola umanistica, unica e uguale per tutti. Perciò, ha scritto che anche i figli dei proletari meritassero la possibilità di formarsi nella scuola secondo la loro inclinazione individuale e non essere obbligati a una scelta di vita imposta dall’appartenenza di classe sociale. E che la scuola professionale non doveva basarsi su un modello tecnico-pratico, ma promuovere anche una formazione culturale.
Evviva il disorientamento!



