Un anno sospeso, con le sue angosce, le paure, la speranza che tutto potesse cambiare. Visto nel suo
definitivo tramonto il 2025 è stato l’anno delle grandi incertezze, dell’egoismo sfrenato, dell’apparenza senza sostanza. Ma anche quello del desiderio di credere che il passaggio del testimone cancellerà il male patito per riscrivere pagine diverse.
Un anno, dunque, è tante cose, un intenso brano di vita con il suo vissuto nei vari settori della società. Un anno tra il bene e il male, tra lutti e traguardi significativi, direbbe in un linguaggio antipatico ma entrato nel 2025
con una stancante ripetitività: “E’ tanta roba”. Lo riassumo così.
Le notti dei droni
Il brano di vita che fugge ormai si è consumato all’insegna delle guerre in Medio Oriente nella striscia di Gaza
come in Ucraina, nel Nepal e in oltre sessanta Paesi nel mondo che non hanno trovato Pace. Una carneficina
impietosa con l’assassinio di migliaia di bambini, molti dei quali sono venuti al mondo solo per aprire gli occhi e qualche attimo dopo per far cessare il battito del loro cuoricino. I mercanti di morte, (il dato si avvicina
a circa due milioni di persone) Putin l’aggressore, Trump il finto pacifista e Netanyahu, replicatore di una nuova e diversa forma di genocidio si sono scontrati per il vile danaro, calpestando i diritti dei popoli custodi della propria autonomia e libertà. Si combatte ancora oggi allontanandosi dal concetto della sacralità della vita: prevale il business delle terre rare, del petrolio, della smodata ambizione di affermare il potere nello scacchiere del
mondo. Nel mirino delle Grandi potenze è entrato l’Occidente con questa Europa timida e indifesa che si dimena
nelle sue contraddizioni.
Se a livello internazionale le fibrillazioni sono aumentate, non meno difficile la situazione è apparsa in ambito della politica nazionale nel corso dell’anno che va via. Il centrodestra, che qualche giorno fa ha licenziato la
manovra finanziaria, canta vittoria sui successi ottenuti incalzata dal centrosinistra che contesta per l’assenza
di interventi strutturali, a cominciare dalle politiche per il lavoro. Ma anche per le bugie, a mio avviso, della premier Meloni a proposito degli interventi per il Sud che deve il suo apparente protagonismo al turismo e non
certo ad interventi infrastrutturali. Che, peraltro, si allontanano sempre di più visto che la legge leghista dell’Autonomia regionale differenziata è un pesante schiaffo alle regioni del Mezzogiorno dove la precarietà aumenta per i giovani e il futuro è sospeso in vista dell’esaurimento dei fondi del Pnrr. In ogni caso, riflettendo
sulla politica in generale, si può sostenere che essa è diventata certamente autoreferenziale, verticistica a danno della partecipazione. In sostanza si è registrato un calo di credibilità dei partiti che ha avuto un immediato
effetto sull’astensionismo dalle urne. Se prima la politica rappresentava un valore, e soprattutto si materializzava con le risposte ai bisogni delle comunità, grazie anche a classi dirigenti di notevole spessore culturale e
sociale, nell’anno che chiude le porte ha deluso sia per l’ego dei politicanti sia per l’assenza di una vera e propria classe dirigente. Da questo punto di vista la stessa informazione, con i vari passaggi di mano tra editori,
ha subito un forte arretramento. Non solo per fatti strutturali (crisi della carta stampata e scomparsa di editori
puri), ma soprattutto perché chi fa informazione si è, talvolta, dimostrato succube del potere politico. E così come avviene in politica, con il dilagante trasformismo si è registrato un mutamento di appartenenza anche nel
giornalismo.
Speriamo che non sia un fico secco
Tra gli eventi di rilievo che si sono consumati nell’anno, le elezioni per il governatore e del consiglio regionale
della Campania hanno avuto una straordinaria ribalta soprattutto per il ruolo svolto dal governatore uscente Vincenzo De Luca. Voleva ricandidarsi per il terzo mandato ma la Consulta gli ha sbarrato il passo. Nonostante la
bocciatura De Luca non si è arreso. Tra parolacce, paroline sussurrate a testa alta prima è riuscito a far nominare il figlio Piero segretario regionale del Pd, poi ha preteso una sua qualificata rappresentanza nel futuro governo regionale e come se non fosse sufficiente ha fatto intendere che almeno per un triennio il suo successore potrà stare tranquillo. Dio che finezza. Ma l’ex presidente della Camera portato al più alto scranno della Campania grazie ad una intelligente operazione del sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, e all’astuzia volpina del
presidente del M5s, Giuseppe Conte, non è certo un “fico secco”, come con facile gioco di parole è stato indicato dai detrattori. Tanto è vero che proprio Roberto Fico presentandosi nel dopo voto agli elettori, ha da subito dimostrato di avere le idee chiare sul da farsi. Promettendo che la “sua” Regione non sarà ente distributore
di mance alle clientele, ma, come vuole la Costituzione, sarà ente di programmazione del territorio.
Buongiorno camorra
E a proposito del territorio il presidente Fico sarà immediatamente chiamato a dare tre risposte su problemi urgenti: la legalità, le zone interne e lo spopolamento dei Comuni appenninici con l’obiettivo dello sviluppo.
In Campania il caso legalità è sempre all’ordine del giorno con i clan camorristici che spadroneggiano sul territorio. Una volta solo nel Napoletano, nel Casertano e nel Salernitano in particolare nell’agro nocerino sarnese. Ora il fenomeno criminale si è prepotentemente presentato anche in Irpinia, in particolare nel capoluogo,
Avellino. Qui colate di cemento stanno distruggendo quel valore aggiunto che era il verde, qui la camorra si
fonda su un patto scellerato fatto tra pericolosi clan napoletani e alcune imprese locali che hanno importato il
malaffare. Qui la realtà ha cambiato pelle, come si è visto nel coinvolgimento di amministratori del capoluogo
finiti nelle patrie galere, proprio qui le Istituzioni eseguono, tra non poche difficoltà, interdittive contro i mafiosi, anche imprenditori. Ma proprio qui non accade niente.
E allora quali sono gli auguri per il 2026? Che le armi tacciano e che i leader mondiali si consegnino alla Pace.
Che la legalità diventi il primo valore da difendere contro la criminalità che avanza; che le zone interne rinascano a nuova vita; che la politica e i partiti siano sede di partecipazione e non di affari e ricatti; che ciascuno
pretendendo il rispetto dei propri diritti faccia lo stesso impegnandosi nei doveri e nel rispetto dei diritti dell’altro;
che il bene comune non sia solo un’aspirazione ideale, ma un reale obiettivo da consolidare.
A tutti buon 2026



