di Franco Fiordellisi*
Il 2025 ha segnato un punto di non ritorno, non per eventi straordinari, ma perché ha reso strutturali criticità che da anni venivano segnalate: fragilità del lavoro, impoverimento dei servizi pubblici, crisi della capacità amministrativa, crescita delle disuguaglianze territoriali, espansione di aree di collusione tra economia, politica e illegalità.
Chi ha attraversato questi processi con responsabilità sindacali e civiche sa che non siamo di fronte a una somma di emergenze, ma a un problema di modello.
Il “Patto per l’Irpinia” e il “Programma Politico Integrato 2025” sono nati da questa consapevolezza: senza una visione unitaria che tenga insieme lavoro, territorio, diritti e legalità, condivisione, ogni politica rischia di produrre conflitto invece che sviluppo.
Il lavoro dignitoso e stabile come architrave. Il lavoro resta la misura principale della giustizia sociale e della qualità democratica. Non basta creare occupazione se questa è povera, frammentata, insicura. Non basta attrarre investimenti se non generano filiere stabili e sostenibili, competenze, salute e dignità. Nelle aree interne come nelle città, il lavoro è oggi il primo fattore di spopolamento, disaffezione, perdita di fiducia nelle istituzioni.
Rimetterlo al centro significa affermare che lo sviluppo non può fondarsi sul ribasso salariale, sulla precarietà permanente o sulla subalternità dei territori con criticità o gravami ambientalmente insostenibili. Aree interne e città in questo senso vivono un destino comune. L’Irpinia, come il Sannio o Cilento, non è una periferia residuale, ma uno spazio strategico. Qui si intrecciano le grandi questioni del nostro tempo: crisi demografica, servizi essenziali, sanità di prossimità, acqua, energia, mobilità, tutela del territorio, sviluppo sostenibile. Le stesse fragilità attraversano anche i centri urbani medi e capoluoghi. Le città che perdono funzione pubblica diventano più esposte alla rendita, all’opacità, alla dipendenza sociale. Per questo aree interne e città non vanno contrapposte, ma governate insieme in una visione visione multilivello e condivisa.
Servizi pubblici come infrastruttura democratica. Sanità, scuola, acqua, energia, trasporti, servizi sociali non sono capitoli di spesa, sono presìdi di cittadinanza, legalità e progresso. Dove i servizi pubblici arretrano, cresce la privatizzazione diseguale; dove lo Stato è intermittente, avanzano intermediazioni opache; dove i diritti diventano prestazioni a pagamento, aumenta il ricatto sociale.
Il Patto per l’Irpinia afferma un principio chiaro: senza servizi pubblici forti non esiste comunità, e senza comunità non esiste sviluppo.
Legalità come capacità pubblica. La legalità non è uno slogan, né una delega esclusiva alla magistratura. È una condizione quotidiana che si costruisce attraverso: enti locali competenti; atti amministrativi trasparenti; pianificazione pubblica; controllo democratico delle decisioni.
Nel 2025 è emerso con forza che i comuni, enti locali, lasciati soli diventano fragili, e la fragilità istituzionale è il terreno più favorevole per la criminalità dei colletti bianchi, rendite improduttive e infiltrazioni di associazioni criminali. Rafforzare la legalità significa quindi rafforzare la capacità amministrativa, non commissariare la politica, anzi, né abbandonare i territori. In questo quadro, Avellino rappresenta un banco di prova decisivo. Una città capoluogo non può vivere di gestione ordinaria né di equilibri opachi, deve essere volano di idee e programmazione provinciale. Non deve temere le nuove dinamiche di sviluppo, intermodalità e mobilità come in Valle Ufita. Deve collaborare e rilanciare, “sfruttando” l’essere area di cerniera tra Salerno e Benevento, punto di snodo e accoglienza da e per l’AltaIrpinia e BassaIrpinia. Qui la centralità dei servizi pubblici, la chiarezza amministrativa, la separazione netta tra interesse pubblico e interessi privati diventano elementi essenziali di tenuta democratica. Smantellare strutturalmente le zone grigie non è un gesto moralistico, ma una scelta di governo fondamentale.
La prospettiva 2026–2030, o meglio il ciclo 2026–2030, deve essere quello della ricomposizione: tra lavoro e sviluppo; tra ambiente e industria; tra aree interne e città; tra comunità locali e regione.
In questa direzione, una cooperazione politica e istituzionale tra Campania e Puglia – attraverso figure, come i neo Presidenti regionali Roberto Fico e Antonio Decaro , di valore nazionale -, può avere senso solo se orientata a rafforzare lo Stato pubblico e la democrazia territoriale, non a riprodurre leadership astratte, leggasi infrastrutture materiali ed immateriali per la mobilità, energia e risorse idriche.
Una responsabilità che non può essere rinviata
Il bilancio del 2025 consegna una responsabilità precisa: non normalizzare il declino, non accettare la frammentazione, non delegare il futuro all’improvvisazione.
Il Patto per l’Irpinia e il Programma Politico Integrato 2025 indicano una traiettoria chiara: lavoro dignitoso, servizi pubblici, legalità, comunità forti, istituzioni capaci.
Non sono una promessa elettorale buttata lì, ma una necessità storica, se si vuole che l’Irpinia, Avellino e le aree interne della Campania restino luoghi di vita, diritti e futuro.
Il passaggio che abbiamo davanti non riguarda una “semplice” scadenza elettorale, ma una responsabilità storica. Riguarda la scelta se continuare a gestire il presente oppure assumere fino in fondo il compito di ricostruire una traiettoria di sviluppo fondata su lavoro dignitoso, servizi pubblici universali, legalità e comunità forti protagoniste.
L’Irpinia, Avellino, le aree interne della Campania non sono territori “in attesa”, ma luoghi che chiedono potere pubblico, competenza amministrativa e decisioni giuste. Senza scorciatoie, senza ambiguità, senza zone grigie. La politica torna ad essere credibile solo quando si misura con la realtà concreta delle persone, dei lavoratori, delle comunità locali, delle fragilità e quando riconosce che senza Stato, senza enti locali forti, senza legalità quotidiana, non esiste futuro condiviso.
Questa riflessione, di prospettiva, nasce da un percorso collettivo, da anni di lavoro sindacale e civile, da un confronto continuo con i territori. Non pretende di chiudere il dibattito su “Meridionalismo” ma di indicare una direzione necessaria Il tempo delle analisi senza conseguenze è finito. Quello delle scelte responsabili non può più essere rinviato.
*Già Segretario Generale CGIL Avellino



