di Vera Mocella
Alcune persone lasciano una traccia indelebile del loro vissuto, una scia luminosa e profumata, di quel “profumo di Cristo”, di cui parlava San Paolo, che non svanisce, ma che permea di sé le persone, i luoghi, le strade, le circostanze, gli eventi, le pietre, persino gli oggetti e le cose. Il vescovo di Caserta, Raffaele Nogaro era una di queste persone particolari, o meglio è, dato che vive, seppur in una dimensione altra, che chiamiamo Paradiso o Cielo, più reale – agli occhi del cuore – di quella che chiamiamo realtà. Per tutta la sua vita, l’amatissimo vescovo Nogaro, perché amatissimo è stato dalla gente, dagli ultimi, dai “piccoli” di cui parla il Vangelo, dagli ultimi del mondo, che in realtà sono i primi, i più importanti, ha seguito ed incarnato quella Buona Novella portata da Gesù, a cui tanti, anche nella Chiesa, fanno finta di credere, ma a cui, in realtà, non credono affatto, anche perché seguire Cristo costa sacrificio, sudore, lacrime, sangue, significa rinunciare al proprio ego, al proprio io, per farsi spazio e dimora per gli altri, grembo materno e casa per chi non ha nulla, significa prestare la propria voce a chi non ha voce, la propria forza, la propria sapienza a chi è invisibile, povero, a chi non ha forza, non ha sapienza, non ha splendore. Farsi piccolo con i piccoli, povero con i poveri, ed esserlo realmente, essere nel pianto con chi è nel pianto, abbracciare ogni sofferenza e ogni dolore, come se fosse il proprio, denunciare con forza e con quell’autentica parresia, o spinta fortissima verso la giustizia e la verità, ogni discriminazione, ogni sopruso, ogni ingiustizia, con quell’autentica parresia di cui sono animati i profeti, come quella “voce di chi grida nel deserto”, di cui ci parla il Vangelo. E così il vescovo Nogaro ha denunciato il male, lo ha smascherato, ha tolto la coltre spessa e opaca di omertà che lo racchiudeva, ha combattuto contro l’apatia, contro l’indifferenza che ci spinge a non agire, a non fare nulla contro il male, ha denunciato l’ingiustizia, il potere mafioso che alligna, come un’erba cattiva, nella nostra terra, senza infingimenti, senza paure. Nato a Gradisca, frazione di Sedegliano, in provincia di Udine, il suo ministero episcopale si è svolto interamente in Campania, che lui chiamava, con orgoglio e con tenerezza, «la mia terra». Nominato vescovo di Sessa Aurunca, da Giovanni Paolo II nel 1982, otto anni dopo, arrivò alla guida della diocesi di Caserta. È lì che Nogaro ha vissuto per il resto della sua vita. In entrambe le diocesi che ha guidato, la voce di Nogaro si è alzata indomita contro la camorra – che in quegli anni sparava, si ingrossava e produceva quel disastro ambientale, che tristemente conosciamo come “Terra dei fuochi”. Sempre in prima linea per quanto riguarda l’accoglienza degli ultimi, degli operai, di chi subiva discriminazioni. Come scrive Alex Corlazzoni sul Fatto Quotidiano (8 gennaio 2026): «Se a Sessa Aurunca aveva dormito assieme agli operai che occupavano le fabbriche per difendere il proprio posto di lavoro e aveva aperto diverse case accoglienza per i migranti, a Caserta aveva denunciato senza se e senza ma la criminalità organizzata, rischiando in prima persona. Per capire basta leggere il libro-intervista con Orazio La Rocca Ero straniero e mi avete accolto. Il Vangelo a Caserta: “Quando arrivò a Caserta cominciò a parlare di camorra. Fedeli e politici tremavano e suoi colleghi sacerdoti gli chiedevano: ‘Non parli di camorra, monsignore. Perché offendere questa terra? Perché offendere questa gente?’”. Una vita militante senza mai abbassare la testa di fronte ai politici: nel 2001 criticò duramente l’approvazione dell’intervento militare italiano in Afghanistan, rimproverando i cattolici favorevoli. Due anni più tardi, all’indomani dell’attentato alla base italiana dei carabinieri a Nassirya, in Iraq, costato la vita a 17 militari e due civili, Nogaro invitò a evitare la retorica dell’eroismo, definendo poi la replica polemica dell’allora ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu, come una “ignobile strumentalizzazione”.» Come ha ribadito Alex Zanotelli, nel suo articolo in omaggio al vescovo casertano: «Amico di don Tonino Bello (vescovo di Molfetta e presidente di Pax Christi, morto nel 1993, ndr), Raffaele avrebbe dovuto succedergli. Ma la Conferenza episcopale italiana si è messa di traverso… ed è solo un capitolo della persecuzione che ha subito. Anche in Campania non è mai stato accettato nelle diocesi, e raramente è stato invitato da un altro vescovo: un ostracismo ecclesiastico che ha sempre sofferto molto. È stato anche vicino a don Peppe Diana, ucciso dalla camorra a Casal di Principe 19 marzo 1994. Don Raffaele, che lo considera un martire, ha lo accompagnato anche nella stesura del documento “Per amore del mio popolo”, in cui don Peppe attacca la camorra. Ed è stato l’unico, dei vescovi della Campania, a difenderlo dal fango che gli hanno gettato addosso. I migranti del Casertano lo sentivano e lo sentono come un padre. Mentre era in discussione la legge Bossi-Fini, varata nel 2002, ha detto: «È un’infamia la negazione del diritto d’asilo; una legge che conculca i diritti della persona umana e se verrà approvata non resta che la disobbedienza civile: bisogna aiutare i cosiddetti clandestini e autodenunciarsi; se necessario, bisogna aprire le chiese per ospitare gli immigrati». E ha appoggiato l’azione dei comboniani di Castel Volturno contro le politiche migratorie di allora: i padri Poletti e Nascimbeni si incatenarono per giorni davanti alla prefettura di Caserta e don Nogaro andava a visitarli e a solidarizzare con loro.» Nogaro si è spento a Caserta il 6 gennaio, nel giorno dell’Epifania, dello svelamento, della rivelazione, come i Magi dal lontano Oriente, anche il vescovo casertano, seguendo la scia luminosa di Cristo, è finalmente giunto dal suo Amato, dopo aver contemplato il Suo Volto in tutti coloro che ha aiutato. Un lampo, uno squarcio dell’anima di Raffaele Nogaro, lo riceviamo in dono dal professor Sergio Tanzarella, docente di Storia della Chiesa, ma soprattutto amico fraterno di Nogaro, che ha generosamente scritto (casertace.net, 9 gennaio 2026), un suo commosso ricordo «Ma ora è tempo di partire. Il Vescovo si tiene pronto, la lampada è accesa, accarezza più spesso tra le mani un modesto crocifisso incerottato, paradigma dei crocifissi della storia a cui ha dedicato tutta la vita. Desidera che nella bara lo possa stringere ancora tra le mani. Raccomanda di non ricevere alcun onore, solo la talare nera di prete quale è stato, nessuna insegna del potere. Del resto di anello, pettorale, mitra, zucchetto, pastorale, filettature viola se ne è disfatto da decenni rifiutando ogni costantinismo e trionfalismo mondano. È ciò che i benpensanti e i devoti della religione civile, una religione inamidata e impeccabile sebben senza fede e resurrezione, non gli hanno perdonato. Eppure con quella talare un po’ logora percorreva a piedi ogni giorno la città a far visita agli ammalati in casa e in ospedale. Nei pomeriggi assolati o di freddo era frequente trovarlo sul proprio cammino e i suoi tempi si allungavano per questi incontri inattesi. Per ognuno un nome e una parola di speranza pur tra i cumuli di spazzatura e i marciapiedi dissestati. Oppure chiedeva un passaggio per raggiungere i poveri alloggi dei migranti o i presidi degli operai delle fabbriche che licenziavano, o di quelle che mortalmente inquinavano o la discarica dello Uttaro che i politici vollero realizzare a 3 chilometri dal centro della città, la discarica mortale che per due volte occupò facendosi chiudere dentro per salvare la vita del popolo del quale volle condividere sempre la sorte. Ma ora è proprio tempo di partire e ogni separazione ci strappa un po’ di pelle e noi siamo fatti anche di questo, direi soprattutto. Nella sua progressiva conversione il Vescovo ha abbandonato le tentazioni degli spiritualismi devoti e privi di conseguenze per la vita, si è immerso totalmente nella realtà tumultuosa dell’incarnazione avvertendo così il Cristo sempre più vicino, inseparabile amico. Anche oggi molte visite, come sempre gente comunissima, molti di condizione modesta. Una signora venuta sotto il diluvio nell’andar via mi dice sottovoce: “Lei pensa che potrò mai dirgli abbastanza grazie?”. Due sconosciuti hanno attraversato la città a piedi, inzuppati per bene: “Lei non sa che cosa lui ha fatto per noi!”. Ma non erano i soli a non sapere, anche il Vescovo lo ignorava. Perché davvero il bene non si compiace mai di se stesso. Molti episodi edificanti in questi giorni, come sempre. Senza febbre lucidità totale, pur alla fine della vita la compassione al presente dell’umanità non viene mai meno. Così si ritorna a parlare degli amici scomparsi da don Franco Alfieri a Giovanni Avena, della nostra visita a Tonino Bello ormai morente e a quelle ad Arturo Paoli e Luigi Di Liegro, dell’avvocato Petteruti che lo sostenne negli anni di Sessa e di don Mimì e suor Concettina che furono il sostegno in quelli di Caserta, della riforma della Chiesa e dell’abbandono del modello costantiniano e teodosiano, della urgente necessità per la Chiesa della prossimità alla vita degli esseri umani, del controllo dei mezzi di informazione da parte di tutti i poteri, della condanna di tutte le armi e le guerre e dei complici silenzi sulla pedofilia, dell’eccidio dei palestinesi da parte del governo israeliano, della dolorosa e ingiustificabile emarginazione delle donne nella Chiesa, della sistematica persecuzione dei migranti e dell’inumanità del centro di detenzione in Albania e degli altri centri di reclusione, della mostruosa iniquità delle azioni di Trump e della sua corte di ferventi cattolici, delle emergenze di Caserta città oramai in rovina, della sua visita a papa Francesco e della grandezza dei suoi gesti. Come sempre gli ricordo che le azioni del papa le abbiamo vissute con 30 anni di anticipo, compiute da lui e che l’unica cattedra del suo magistero è stata quella della povertà e da questa nessuno l’ha mai potuto smentire. Adesso però non nega più, come in passato, questa mia considerazione, sa che è ciò che tutti gli riconoscono e che è vero. Si limita a guardarmi e percepisco come il ricordo di ciò che ha compiuto sia ormai già oltre la scena di questo mondo. Oggi sono stato in banca, gli dico. Il direttore mi ha detto: “Quante persone avete aiutato in questi trent’anni! E nessuno lo ha saputo”. Ho risposto: “Certo. E nemmeno noi”. Ride divertito. È così che sono stato testimone, senza alcun merito, di una santità nascosta e vivente, palpitante di un bene fatto senza clamore e senza celebrazioni. Totalmente lontano dai pranzi natalizi di beneficenza e dalle “buone notizie”. Uno stile in cui noi due ci siamo perfettamente ritrovati. Ispirato sempre al Samaritano a lui tanto caro: aiutare chiunque senza distinzioni o appartenenze, imponendogli però di dimenticare, di non sentirsi in debito di riconoscenza. Non donare ma restituire, perché se a qualcuno manca qualcosa non è per disgrazia, ma perché gli è stato tolto. Dunque mai dire “i meno fortunati”. Per questo mai “poveri” ma impoveriti, cioè derubati del diritto alla vita e alla speranza. E in modo implicito senza dichiarazioni e pubblicità: “Non tenere mai nulla per sé”.». Alzo gli occhi verso il cielo trapunto di stelle luminose, mi sembra che sia ancora più luminoso e più puro, stasera.



