“Restituire alle donne palestinesi il loro ruolo di parte attiva della Resistenza. Una Resistenza affidata ad attività ed azioni quotidiane, dalla cura dei propri figli e dei bimbi rimasti orfani alla testimonianza delle violenze subite affidata ai social o ai giornali”. Nasce da questa idea la mostra “Donne di resilienza” dell’artista italogiordana Rosarita Catani, allestita al Circolo della stampa di Avellino questo pomeriggio, che riunisce parole e immagini: “Siamo partiti – spiega Alessia Minichiello di NessunotocchiEva – dalla volontà di promuovere una forte consapevolezza di quella che è la condizione reale delle donne della Palestina, chiedendoci quale può essere il nostro contributo come attivisti. Volevamo lanciare un messaggio di uguaglianza, transculturale, riflettendo insieme sul conflitto e sul ruolo cruciale delle donne di resilienza, costruttrici di pace grazie ai mestieri che svolgono ogni giorno, dalla tessitura all’insegnamento. I report registrano come siano spesso costrette ad occuparsi anche dei bambini orfani o di anziani soli, malgrado abbiano perdute loro stesso mariti o padri o fratelli. Ecco perchè abbiamo bisogno di mostre del genere per mantenere alta l’attenzione sulla questione palestinese”. A prendere la parola è Rosarita Catani, artista italogiordana “Sono napoletana ma vivo da anni in Giordania dove lavoro come giornalista free lance. Attraverso opere e versi ho cercato di raccontare la forza delle donne palestinesi, parte attiva della resistenza, capaci di portare avanti la lotta, attraverso il loro impegno quotidiano, nel segno del filo rosso che unisce giovani e vecchie generazioni. Un impegno che si traduce nel racconto dello sterminio sui social media o nel sostegno ad organizzazioni che sono al fianco della popolazione civile. E’ il coraggio dell’infermiera che ha raccontato la morte del marito mentre curava i feriti, della dottoressa e dell’infermiera che hanno deciso di non evacuare l’ospedale a Gaza per poter continuare ad assistere la popolazione, della giornalista che, sotto i bombardamenti, non ha smesso di raccontare ciò che accadeva. E’ la forza delle giovani palestinesi della diaspora, che continuano a tramandare la storia e la cultura palestinese, in tanti modi, a partire dai racconti di cucina, di cui è un esempio l’abitudine di essiccare il timo sul pane. Mantenere viva la propria cultura è la forma più alta di resilienza. Nel silenzio della notte atroce, il loro amore è luce che vince l’ombra”.
Michela Arricale ribadisce come “I popoli in lotta vanno sostenuti ma dobbiamo saper distinguere le contraddizioni che caratterizzano i diversi contesti. In Palestina abbiamo un popolo sotto occupazione, in Iran un popolo che si rivolta contro la teocrazia ma rischia di fare la fine di Iraq e Libia, poichè non esistono forze popolari progressiste e la scelta è al momento tra la monarchia di Pavlavi e il regime. Non possiamo sostenere un popolo, senza comprendere i rapporti di forza sul territorio, altrimenti la loro non sarà una vera liberazione”. Ricorda come “la guerra si combatte non solo in Palestina ma occupa tutti i domini della comunicazione, ecco perchè nel disseminare informazioni dobbiamo fare attenzione a non farci agenti di forze reazionarie che non ci rappresentano, a informare nella maniera giusta, da una parte c’è la Palestina che chiede di esercitare il diritto alla propria autodeterminazione, dall’altra c’è una questione politica interna”.
Rosanna: Sirignano, attivista e profonda conoscitrice del mondo arabo, spiega come “Non ci può essere una vera pace pace senza giustizia e senza interpellare la volontà del popolo. Questa mostra è importante per mantenere i riflettori accesi sulle donne come soggetti politici. E’ vero che le donne palestinesi sono oppresse dal patriarcato in Europa e in Palestina in forme diverse, ma la sfida che ci consegna questa mostra è quella di guardare a queste donne come soggetti politici che hanno conosciuto sofferenze senza fine ma continuano a resistere, affrontano i soldati ogni giorno, sono donne col velo, sono donne che resistono attraverso la cultura e in questo modo trasmettono un messaggio politico. Ecco perchè dobbiamo essere al loro fianco e cercare di comprendere ciò che rappresentano dal punto di vista politico. Se il nostro femminismo non tiene conto delle donne palestinesi, non abbraccia tutte le diversità, e non può affrontare ke ingiustizie. Ecco perchè il nostro dovere è, innanzitutto, quello di ascoltare le voci di tante donne palestinesi e sostenerle materialmente, poichè a Gaza si continua a morire di fame. Tante giovani donne non sono potute partire, malgrado siano vincitrici di borse di studio, perchè non potevano portare con sè i loro figli o hanno dovuto lasciare sorelle, madri, padri. Tanti, hanno difficoltà a trovare rifugio in Occidente, che è quello stesso territorio che ha causato la loro sofferenza”.








