di Emanuela Fausto – Il recente provvedimento IVASS (Istituto per la Vigilanza sulle Assicurazioni) che dà attuazione alla legge sul diritto all’oblio oncologico viene salutato come un passo di grande civiltà giuridica ed etica. E in effetti lo è. Dopo anni di battaglie da parte di associazioni di pazienti e operatori sanitari, lo Stato interviene per impedire che una malattia oncologica superata continui a pesare come una condanna permanente nella vita di una persona, soprattutto quando si tratta di stipulare una polizza assicurativa o accedere a servizi finanziari.
Ma che cos’è davvero il diritto all’oblio oncologico?
Al di là delle leggi e dei provvedimenti, il diritto all’oblio oncologico riguarda prima di tutto le persone. Significa una cosa molto semplice: non essere definiti per tutta la vita da una malattia che si è già sconfitto.
Chi ha avuto un tumore sa che la guarigione non coincide solo con la fine delle cure. Spesso, quando la battaglia clinica è vinta, ne inizia un’altra, silenziosa: quella contro lo stigma, il sospetto, la paura degli altri. Una malattia che continua a “riemergere” nei moduli da compilare, nelle domande di una banca, nei questionari di una compagnia assicurativa. Come se il passato non potesse mai diventare davvero passato.
Il diritto all’oblio oncologico dice invece che dopo un certo periodo di tempo, se non ci sono ricadute, quella malattia non deve più essere dichiarata. Non perché venga negata o rimossa, ma perché non è più rilevante. La persona non è un rischio, non è un’eccezione, non è un problema da valutare con diffidenza.
È un diritto che restituisce normalità: la possibilità di chiedere un mutuo, sottoscrivere una polizza, fare progetti senza dover ogni volta raccontare la parte più dolorosa della propria vita. È il riconoscimento che si può guarire davvero, anche socialmente, e che la dignità non ha una scadenza più lunga di quella della malattia.
La norma è chiara nei principi: decorso un certo periodo di tempo dal termine delle cure – dieci anni, ridotti a cinque per chi ha meno di 21 anni, o anche meno in casi specifici – le persone guarite non sono più tenute a dichiarare il proprio passato oncologico. Le imprese assicurative e gli intermediari, a loro volta, non possono chiedere, acquisire né utilizzare questi dati per valutare il rischio o determinare le condizioni contrattuali. Anzi, devono cancellare entro 30 giorni le informazioni eventualmente già in loro possesso.
Tutto giusto, tutto condivisibile. Ma come spesso accade, il passaggio dai principi alla realtà quotidiana rischia di essere meno lineare di quanto la comunicazione istituzionale lasci intendere.
Il primo nodo riguarda l’effettività dei controlli. IVASS rafforza gli obblighi di trasparenza, imponendo l’aggiornamento della documentazione precontrattuale con una sezione dedicata al diritto all’oblio oncologico. Ma basterà una nuova voce nei moduli informativi a cambiare davvero prassi consolidate da anni? In un mercato assicurativo notoriamente complesso e asimmetrico, il rischio è che il peso dell’iniziativa ricada ancora una volta sul cittadino, chiamato a conoscere la norma, farla valere e, se necessario, intraprendere un contenzioso.
Ed è qui che emerge un secondo elemento critico: il ricorso all’Arbitro Assicurativo come strumento di tutela. Un’opzione utile, senza dubbio, ma che presuppone tempo, competenze e una certa determinazione. Non tutti i consumatori – soprattutto quelli più fragili – sono nelle condizioni di affrontare una controversia, anche quando hanno pienamente ragione. La vera tutela si misura non tanto nella possibilità di ricorrere, quanto nella capacità di prevenire gli abusi.
C’è poi il tema dei tempi. Le imprese e i distributori dovranno adeguarsi entro 15 giorni dalla pubblicazione del provvedimento in Gazzetta Ufficiale. Un termine estremamente breve, che sulla carta dimostra la volontà di accelerare, ma che nella pratica potrebbe tradursi in adempimenti formali affrettati e non sempre sostanziali. Il rischio è quello di un adeguamento “di facciata”, almeno nella fase iniziale.
Infine, non va sottovalutata l’esclusione dei prodotti RCAuto, motivata dal fatto che il dato sanitario è irrilevante. Tecnicamente corretto, ma emblematico di una frammentazione normativa che continua a caratterizzare il settore assicurativo italiano, rendendo difficile per il cittadino orientarsi tra diritti, eccezioni e ambiti di applicazione.
Il diritto all’oblio oncologico resta dunque una conquista importante, che va riconosciuta e difesa. Ma perché non resti solo una buona legge sulla carta, serviranno vigilanza costante, sanzioni efficaci e una reale opera di informazione rivolta ai cittadini. Perché il diritto di essere dimenticati, dopo una malattia vinta, non può dipendere dalla capacità di leggere le clausole in piccolo.
In questo senso, il diritto all’oblio oncologico non è solo una norma tecnica: è un atto di rispetto. È lo Stato che dice a chi ce l’ha fatta: “la tua vita non è più quella di prima, ma non deve restare prigioniera di ciò che hai vissuto”. E questa, forse, è la sua conquista più grande.



