di Virgilio Iandiorio
E’ una riflessione che Nicola Prebenna fa sulla nostra vita, quella che lui affida ai versi delle sue poesie, raccolte nella recente silloge “L’altra faccia della luna”.
La sua poesia scandita dalle fasi lunari.
Egli invita a interrogarci sulla nostra percezione del tempo e della vita. Che cosa ci aspettiamo che accada? Che cosa speriamo che accada per il nostro domani? Un invito a non rimuovere il fatto evidente che il tempo passa e che ogni giorno camminiamo verso il mistero finale della nostra esistenza. Se ci soffermiamo a pensare la nostra vita secondo le nostre esigenze nobili o meno nobili, ci distraiamo, smarriamo la strada, la ricerca del significato vero della nostra esistenza.
Nicola Prebenna ci comunica la speranza; sente che accanto a noi c’è una mano divina che non ci lascia mai soli. E così la poesia “Non ho strade da additare”, che apre la silloge, è come la fase lunare del Novilunio, diventa quasi un proemio: “Non ho strade da additare se non quella/ che mena dritto alla casa comune”. La casa comune è quella della morte e noi possiamo solo indicare quella con certezza, perché il resto non conta: orpelli, vanagloria, pietà.
La speranza, che per i cristiani è una virtù teologale, sta ad indicare che quello che si spera è vero e certo. la speranza non viene mai meno e si può sperare fino all’ultimo. Lo credevano anche gli antichi greci, per i quali il mito della dea Speranza (Elpis per Greci, Spes per i Latini) stava a rappresentare che la dea resta tra gli uomini, a consolarli, anche quando tutti gli altri dèi abbandonano la terra per ritirarsi sull’Olimpo. La Speranza è la virtù per la quale l’uomo desidera e aspetta da Dio la vita eterna come sua felicità, e per meritarla ripone nella speranza la sua fiducia nelle promesse di Cristo e nell’aiuto dello Spirito Santo. “Quando gli occhi più non vedranno/ la strada ben nota e a noi familiare/ e vita nuova s’aprirà sotto altri soli/ e verso nuove siderali avventure” (Non ho strade da additare p.21).
Nelle poesie della sezione Novilunio, che apre la silloge, traspare un concetto a cui il poeta si mostra particolarmente sensibile e interessato: la volontà di creare nel corso della nostra esistenza la comunità. (Riaffiora p.46: La vita era comunità).
La smania di rincorrere il facile successo porta ciascuno a “confezionare” in proprio la verità che viene esibita come l’unica. E il clamore della piazza può sembrare dare ragione a quanti si propongono come autentici campioni.; ma la verità non è mai sottomessa ai capricci di improvvisati profeti, e non sarà mai domata.
La consapevolezza che la nostra esistenza è breve e destinata ad avere termine ci deve invogliare a dare un senso alla nostra vita e a saper creare intorno a noi il senso della comunità, della voglia di ricercare sempre quello che ci unisce non quello che ci divide. L’eterno è intorno a noi, è in noi. Non possiamo staccarci dall’eterno che è in noi e intorno a noi; è una sciagura e un errore di presunzione che non porta a nessun risultato.
Il nostro poeta ha ben chiaro quello che Sant’Agostino ha scritto a proposito del tempo:” Quanti parlano così non ti comprendono ancora, o sapienza di Dio, luce delle menti. Non comprendono ancora come nasce ciò che nasce da te e in te. Vorrebbero conoscere l’eterno, ma la loro mente volteggia ancora vanamente nel flusso del passato e del futuro… Chi tratterrà la mente dell’uomo, affinché si stabilisca e veda come l’eternità stabile, non futura né presente, (Sant’Agostino, Le Confessioni, libro XI, 11-13 https://www.augustinus.it › opera_omnia ).
Con le sue poesie Nicola Prebenna ci invita a meditare sulla nostra esistenza che non è eterna e che è destinata a finire, in tempo però per dare a noi la possibilità di lasciare un segno della nostra presenza sulla terra. E quando la parola si fa poesia, lascia un segno indelebile che neppure i secoli potranno cancellare.



