di Giulia Di Cairano
Quando si va ad una festa la prima cosa da fare è trovarsi una «Sigaretta», che tenga parzialmente e costantemente occupati. Questo è ciò che ci prescrive Pab in «Festa con casuario», romanzo d’esordio di Leonardo San Pietro, e il termine che utilizza, come suggerisce l’uso della maiuscola, è polisemico: in una festa ogni partecipante deve trovare per sé un diversivo che lo tenga impegnato in modo costante, poiché chi non ha da fare in una situazione sociale è perduto, e parziale, non potendosi dedicare ad una singola attività tutto il tempo. Sigarette, in senso letterale, alcol e droghe possono adempiere allo scopo, ma anche mettere la musica, ballare, chiacchierare, usare il cellulare. Chiunque si è sentito a disagio in una festa – non solo chi soffre di ansia sociale cronica – e ha dovuto trovare qualcosa che facesse da talismano, occupando il tempo e rendendolo, insieme allo spazio, più tollerabile. Nel libro, i diversivi adoperati durante una festa si possono considerare anche «objets trouvés» attraverso cui l’autore simboleggia le funzioni, le faccende e le cose con cui si cerca di dare un senso provvisorio alla vita, in assenza di un senso assoluto, che non esiste o, se esiste, è inconoscibile. Non solleva grandi problemi di comprensione quest’allegoria – pur determinando varie e complesse conseguenze – ma limitandosi a un primo e più superficiale livello di lettura, cioè all’ermeneutica della festa, Pab ricorda Ned, il protagonista di una fortunata sitcom statunitense dei primi anni del Duemila, che offre una guida di sopravvivenza agli anni e alle esperienze della scuola e nella quinta puntata della prima stagione, «Guide to: Crushes and Dances», consiglia come comportarsi ad una festa: vestirsi bene, ma in modo comodo («careful not to overdress»), ballare per poter attraversare la pista agevolmente, offrire da bere per rompere il ghiaccio e soprattutto lasciarsi andare e divertirsi («go with the flow»). Sembrerebbero facili e banali indicazioni per situazioni comuni, se non fosse che oggi si fanno meno feste. Posto che siano feste.
In «Ned – Scuola di sopravvivenza», come in qualsiasi serie americana per adolescenti di quel periodo (e non solo), non essere invitati ad una festa è da sfigati – infatti Ned e i suoi amici, la brillante Moze e il nerd Cookie, vengono invitati da Seth Powers, il ragazzo più popolare della scuola, solo dopo avergli pulito il seminterrato – eppure oggi sembra quasi accadere l’opposto. Al liceo, a volte mi sembrava che non fosse motivo di vanto tanto l’aver partecipato a una o più feste, quanto più il non averlo fatto per concentrarsi sullo studio o dedicarsi ad altre attività più utili. Non sono certa che sia una regola universale. Tuttavia, avendo la scuola assunto una vocazione aziendalistica, mostrarsi costantemente impegnati e (iper)produttivi è un atteggiamento piuttosto diffuso, come se fare le ore piccole sui libri fosse più stimabile e auspicabile di farle per essere usciti. Persino la stanchezza è cool – a patto che si faccia la skincare e che un’eventuale trascuratezza sia studiata al millimetro. Si può obiettare che, in realtà, è capillare un fenomeno opposto, adducendo, tra le ragioni, la FOMO («Fear Of Missing Out», cioè la paura di essere tagliati fuori o di perdersi qualcosa), che porta a cogliere qualsiasi opportunità di socializzazione in modo convulsivo, ma questa paura si può leggere come l’altra faccia della stessa medaglia: due atteggiamenti agli antipodi, la volontà di essere sempre visibili e visti e quella di isolarsi, due estremi della stessa società. Nell’epoca in cui essere indaffarati, competitivi, sempre di fretta, salutisti e sportivi fino all’ossessione, è la norma, si può dunque affermare che esista ancora la festa? Se è vero che l’infanzia e l’adolescenza dei nostri nonni erano difficili perché l’accesso alle cure mediche, all’istruzione, soprattutto nei suoi gradi più alti, e allo svago erano appannaggio di un’élite, oggi va detto che i giovani sono chiamati ad accumulare voti, risultati e hobby, a pianificare come adulti, ad avere opinioni su tutto, da esprimere però conformandosi agli esperti. Si chiede loro di essere maturi. Ma si tolgono al processo di maturazione i suoi elementi essenziali: tempo ed errore. La generazione Z fuma di meno delle precedenti perché è stato fatto un importante lavoro di sensibilizzazione e il consumo di droga tra i giovani è complessivamente in leggero calo, ma si assiste anche ad una notevole recessione sessuale, come dimostrano diversi studi, ad un aumento del ritiro sociale, alla crisi del clubbing. Siamo sicuri che sia un bene? Non è qui proposto un invito alla dissoluzione. Tuttavia, chiedersi se oggi esista la festa, se si faccia ancora festa e come si festeggi, significa parlare anche dei giovani, del giovane e delle questioni di cui sopra. E gli adulti? I nostri genitori hanno vissuto l’età d’oro della disco, ma non solo. C’erano più spazi di aggregazione, meno consapevolezza di certi rischi, più legami sociali e anche familiari – le tradizioni molto dicono sulle feste e molto le alimentano.
Senza azzardare una domanda ontologica sulla festa e non provando ad esaurire in poche righe un percorso storico e socio-culturale sulla sua evoluzione plurimillenaria, si possono accogliere alcune delle suggestioni che un anno fa, alla Casa della Musica di Calitri, nell’edizione invernale dello Sponz Fest, hanno animato un incontro che ha preso le sembianze di una disputa filosofica. A sostenere che esiste ancora la festa è, in un gioco di parole con il suo cognome, Leonardo Festa, professore di filosofia, prendendo le mosse dal libro «Homo ludens» di Johan Huizinga. Dalla sacralità del gioco nell’antica Grecia alle feste rivoluzionarie della modernità, passando per le ricorrenze cristiane e più in generale religiose, ma anche folkloriche e dinastiche, la festa è ciò che scadendo il tempo, lo crea – la festa è «il respiro del tempo» che si fa calendario, interrompendone la linearità e rendendolo ciclico. A differenza del rito, composto da un centro e una periferia e caratterizzato da precise modalità di svolgimento, la festa è decentralizzata e più sciolta, lascia un margine maggiore di autonomia a chi vi prende parte. È anche la festa una dimensione comunitaria e un momento di sospensione dalle fatiche quotidiane, in cui si può essere altro da chi e ciò che si è ogni giorno. Questo sembra ancora esistere: nonostante tutto, l’identità è multipla e mutevole e si forma ancora nell’incrociarsi di sguardi, nello scambio di parole, cioè nell’incontro con l’altro e dunque anche nelle feste. È chiaro il richiamo a una delle teorie più note e controverse nella storia delle idee, quella dell’uomo come animale sociale – erroneamente attribuita ad Aristotele, secondo cui l’ape è un animale sociale, mentre l’essere umano è un animale politico. Ma l’uomo è davvero sociale per natura? O lo era un tempo e poi la sua natura si è modificata? Esiste forse una sola natura o si avvicina di più alla realtà considerare le nature? I quesiti non sfuggono a Leonardo Festa, che avvalora con varie argomentazioni quella che non è la sua tesi, ma una proposta, in una cornice narrativa fittizia.
La festa è finita, afferma con tono perentorio il suo collega Edmondo Lisena, che prende spunto da «La scomparsa dei riti. Una topologia del presente», il testo di una delle voci più ascoltate nella filosofia contemporanea, quella di Byung-Chul Han. Posti i tre -ismi dell’Occidente, turbocapitalismo, consumismo e neoliberalismo, pare non ci sia spazio per la festa perché la nostra è la società del nuovo e del sicuro – e le feste, anche quelle che vorrebbero rappresentare una rottura con il passato, si nutrono di simboli tradizionali da un lato e, aggiungo, sono eccesso e talvolta protesta dall’altro, reazione e rivoluzione insieme – e poi l’individuo è solo, lavora, produce e consuma, da solo. Che il punto di vista di un pensatore sudcoreano sia questo non stupisce, ma l’antitesi proposta da Lisena nel ruolo, anch’esso prestabilito, di guastafeste, è problematica quanto la tesi di Festa. Se ad esempio la secolarizzazione ha avuto un ruolo fondamentale nella crisi delle feste, è vero anche che ne sono nate di nuove, laiche e civili, che tuttavia, oltre ad aver mantenuto in linea con la tradizione la puntuale messa in evidenza delle differenze sociali (ceto, età, genere, cultura), non sono tanto sospensioni dalla quotidianità e occasioni di riposo, tanto più nell’era dei social in cui tutto va esibito.
Non volendo scomodare la dialettica hegeliana, cercando una sintesi definitiva, si può trovare non la soluzione ma un tentativo, non la pace ma almeno una tregua – che neppure è stata concessa durante le festività natalizie né in Ucraina né a Gaza, dove le persone hanno continuato e continuano a morire nel nostro silenzio. Allora viene da dire che, da queste parti, c’è ancora la festa, anche quando non ci piace la tradizione, ma troviamo ristoro nella familiarità, anche quando la condividiamo sui social, ma come estensione di una già avvenuta condivisione emotiva e fisica, anche quando ci portiamo addosso l’America, ma senza credere più nel suo sogno. Anche quando, trovando un’alternativa all’isolamento e all’ipersocialità, non abbiamo fatto la rivoluzione, ma almeno ci abbiamo provato, forse l’abbiamo simulata. Forse, questa è una bella, perciò precaria, definizione di festa.



