Giuseppe Tecce
Mi sono fermato su un altopiano, sferzato dal vento incessante. Qui la vegetazione è scarna. Di alberi e di piante ad alto fusto non c’è nemmeno l’ombra. L’unica forma di vegetazione è rappresentata da immensi spazi verdi, terreni ricoperti di erba a perdita d’occhio. Ad un esame più attento mi accorgo che si tratta di grano, in fase ancora embrionale, ben lungi dal produrre le famose spighe. In questa fase è poco più che erba, dai fili larghi e dal colore verde scuro. Mi fermo, non tanto per sfidare la natura, che, di certo, non ha bisogno della mia presenza e forse mi irride anche, ma per respirare l’aria dell’alta Irpinia, di quella parte di Irpinia che si sviluppa in altezza e che si incunea, ad oriente, tra la Basilicata e la Puglia. Terra di confine, dove i dialetti si mischiano, dove l’influenza della Lucania e della Puglia si fa sentire forte, soprattutto negli usi culinari. Terra madre di tutte le terre, terra di mezzo per eccellenza. Qui le genti si distinguono in adriatiche o tirreniche a seconda di dove sfociano i fiumi che le attraversano. Cime di Appennino taglienti, che dividono i venti, e che nascondono segreti. Nel loro ventre conservano grandi serbatoi d’acqua, e ancora più sotto lavorano grevi laboratori di movimento. Lì, la crosta terrestre si genera o si annichilisce, causando terremoti dall’immensa magnitudine. Respiro ancora un attimo a pieni polmoni l’aria fresca del pomeriggio. Il sole è ancora alto: una palla di fuoco sopra i cieli irpini. Che sensazione inebriante mi lascia dentro, che caldo sapore mi lascia sulla pelle. Sono arrivato fino a qui per proseguire. La mia tappa finale sarà Cairano, il paese degli organi a vento. C’è ancora un po’ di strada da fare. Bisogna passare per Andretta e da lì, prendendo una strada laterale, bisogna scendere giù, in fondo alla collina, per salire, poi, su quella successiva. Ed è sul fondo della valle che finalmente vedo qualche albero, sparuto e spaesato, proiettato verso l’alto, a cercare l’ossigeno vitale e rigenerante. Lo saluto, come si fa con un amico, con cordialità. Scendo dall’auto e lo tocco, lo abbraccio addirittura. Mi porterà fortuna. La strada è disagiata e la immagino di notte. Lì di notte non ci passano nemmeno i gufi, per quanto deve essere buia. Non vi è nessuna traccia di attività umana nei dintorni. Lì il buio deve essere davvero buio, e penso a come i nostri antenati avessero sviluppato gli anticorpi necessari per sopravvivere anche in un territorio così ostico. E lo facevano in un tempo in cui non esistevano comodità e quando era già tanto avere gli arnesi per andare a caccia. Erano le genti della cultura Oliveto-Cairano, che di queste terre avevano fatto la loro casa, che vivevano di caccia e delle prime forme di agricoltura. Però ancora non vedo Cairano, il paese, che dovrebbe essere esattamente sull’altura sopra di me. Cairano ha un’immagine da cartolina. Una di quelle immagini che quando la guardi ti fa innamorare di questa terra, facendoti dimenticare della fatica che ci vuole per arrivare fin qui, ma anche dei disagi cui devi sottoporti per vivere in un luogo del genere, bello e ancestrale. Per ammirare l’immagine classica del paese, decido di fare una deviazione verso il lago di Conza, e da lì mi immetto sull’Ofantina, prendendo poi l’uscita per Cairano. Ed è lì che la magia accade. Poco dopo aver superato una siepe fatta di alti arbusti, la via si apre su una valle, in fondo alla quale si scorge, solitaria, un’altura, che a destra scende a strapiombo verso il basso e a sinistra declina dolcemente, formando una curva, che in apparenza, sembra il dorso di una balena che si inarca verso l’alto per cercare l’ossigeno. Un’immagine di una bellezza che lascia senza fiato, che fa venire la pelle d’oca e ti impone di fermarti e di pensare. Pensare a quanto sia bella la nostra terra, a quanto sia rimasta intatta nei secoli, a quanto i colori della natura abbiano saputo giocare con le forme geometriche delle terre alte, creando un quadro unico al mondo. Se Dio è un pittore, qui ha dato il meglio di sé, e non manca nemmeno il mare, perché l’altura è circondata da immense distese verdi, fatte di fili d’erba, che ondeggiano al passar del vento, tal che sembra di essere su un mare di colore diverso. Mi accorgo solo allora che non sono ancora arrivato in paese. Mi metto a percorrere ancora quell’unica strada che si dipana dinanzi a me come un filo di lana che porta al gomitolo, arroccato più in alto, sulla spola che svetta su, in cima. Mi arrampico su per salite improbabili, curvo a destra, a sinistra e a destra ancora. I tornanti sembrano non finire mai, come una vite dal moto infinito. Poi all’improvviso, da dietro a un albero, spunta la prima abitazione. É semplice, squadrata e fatta in tufo. Non ha intonaco e dà l’idea di essere costruita secondo le regole antiche del posto. Ma la via continua, salendo ancora più su, tra strisce di case, che scorrono ai lati della strada. E poi diventa stretta, fino ad arrivare in una piccola piazza, dove la via stessa finisce. C’è l’ufficio postale, e bisogna parcheggiare. Da quel punto in poi, se vuoi visitare il paese, devi trascinarti a piedi. Parcheggio. Dalla busta di taralli di Ariano, che porto sempre con me, per scongiurare la paura di bruschi cali di zuccheri, ne prendo due e comincio a sgranocchiarli, mentre mi stiro, allungandomi in ogni direzione, prima di mettermi in marcia verso la parte più alta del paese. Faccio solo pochi passi e mi imbatto in un luogo avvolto da un’aura di misticismo: il bar di zi ‘Ngiulno, conosciuto anche come “il Presidente”. Zi ‘Ngiulino è un uomo schietto, tarchiato, con una pancia prominente e due baffi che lo fanno assomigliare a quello della birra. È d’obbligo bere lì una Peroni, che, nel tempo è diventata il simbolo della resilienza in una terra laboriosa, ma ancora povera. La bevo tutta d’un fiato, mentre il Presidente mi guarda compiaciuto. Mi congedo presto, perché voglio arrivare alla rupe, lì dove sono gli organi a canne. Mi sistemo lo zaino sulle spalle e comincio la scalata, tra gli auguri e gli in bocca al lupo degli astanti. Percorro le vie del paese, fino ad arrivare ad un teatro all’aperto. Bisogna superarlo e continuare a salire. Sono costretto a fermarmi per l’affanno. La salita è dura e mette a dura prova il cuore ed i polmoni. Superato il teatro e l’unico ristorante di lusso del paese, che si affaccia proprio sul piccolo teatro, la strada diventa sterrata. Si cammina in un sentiero, tracciato a malapena in un mare d’erba. Finalmente il terreno si fa pianeggiante, dando sollievo al passo, che era diventato fin troppo pesante, e mi conduce, con una piccola distanza, fino al limitare della rupe. Proprio lì, sul margine dell’abisso, sono sistemati i due grandi organi, le cui canne svettano verso l’alto, cercando quel vento che li fa suonare con quelle melodie per cui erano stati creati. Finalmente mi siedo, sudato e trafelato, estasiato dal panorama, che spazia su tutta la valle dell’Ofanto, guardando dritto verso il lago di Conza. Resto fermo, senza parole, ammirando ciò che la natura ha creato e che Dio ha benedetto come il paesaggio più iconico dell’intera Irpinia.




