Unimpresa Irpinia Sannio sul tema del sovraindebitamento delle imprese: “Negli ultimi anni sempre più imprenditori del territorio si sono trovati a fare i conti con una parola che fino a poco tempo fa sembrava lontana dal mondo delle piccole imprese, sovraindebitamento. Non si tratta semplicemente di avere dei debiti, ma di trovarsi in una condizione strutturale in cui le entrate non sono più sufficienti a far fronte con regolarità alle obbligazioni assunte. Rate bancarie, fornitori, cartelle fiscali, contributi, affitti, utenze. Quando tutto si accumula e il fatturato non riesce più a sostenere il peso complessivo, la crisi diventa sistemica”.
“In questo scenario torna con forza il tema della cosiddetta Legge 3 del 2012, oggi confluita nel più ampio ‘Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza’, che ha riorganizzato la materia del sovraindebitamento offrendo strumenti aggiornati e più coerenti con il contesto economico attuale. Nel linguaggio comune si continua a parlare di ‘Legge 3’, ma la disciplina è stata integrata e rafforzata all’interno del nuovo impianto normativo”.
LE IMPRESE POSSONO ACCEDERE ALLA ‘LEGGE 3’
“La domanda che molti imprenditori si pongono è semplice e diretta. Questa normativa si applica anche alle imprese? La risposta è sì, ma con alcune precisazioni fondamentali. Gli strumenti di composizione della crisi sono pensati in particolare per imprenditori individuali, artigiani, commercianti, professionisti e imprese di piccole dimensioni che rientrano nei parametri delle cosiddette imprese minori. Non si tratta quindi di procedure riservate esclusivamente ai consumatori o alle famiglie, ma di percorsi concreti che possono riguardare una larga parte del tessuto produttivo locale, soprattutto in territori come Irpinia e Sannio dove prevalgono micro e piccole attività”.
Il presidente di Unimpresa Irpinia Sannio Ignazio Catauro: “Dobbiamo superare l’idea che il sovraindebitamento sia una colpa o un marchio negativo. In moltissimi casi parliamo di imprenditori seri che hanno subito una contrazione del mercato, un aumento dei costi o ritardi nei pagamenti. Il nostro compito è far sapere che esistono strumenti legali per ristrutturare il debito e ripartire”.
“Il presupposto di accesso alle procedure è la presenza di uno squilibrio persistente tra debiti e capacità di pagamento. Non basta una difficoltà temporanea. Deve emergere una situazione oggettiva di incapacità a rispettare regolarmente le scadenze. E’ qui che intervengono gli strumenti previsti dal Codice della crisi. Tra questi il concordato minore rappresenta oggi la soluzione più rilevante per le imprese sottosoglia. Consente di presentare un piano di ristrutturazione che può prevedere dilazioni, riduzioni dell’importo dovuto e, in alcuni casi, la prosecuzione dell’attività. Il piano viene elaborato con il supporto dell’Organismo di Composizione della Crisi e sottoposto al vaglio del tribunale”.
L’avvocato Antonio Lonardo, professionista esperto in diritto della crisi d’impresa, chiarisce un punto spesso frainteso: “Non siamo di fronte a un condono né a una sanatoria automatica. E’ una procedura giudiziale rigorosa che richiede trasparenza totale, documentazione completa e dimostrazione della sostenibilità del piano. Il tribunale valuta la correttezza del comportamento dell’imprenditore e la reale impossibilità di adempiere secondo le modalità originarie”.
Quando la continuità aziendale non è più sostenibile, la normativa prevede anche la liquidazione controllata, che consente di gestire in modo ordinato la vendita dei beni evitando un susseguirsi di pignoramenti e azioni esecutive scoordinate. Al termine, in presenza dei requisiti previsti dalla legge, può essere concessa l’esdebitazione, ossia la liberazione dai debiti residui non soddisfatti. Nei casi più gravi, quando il debitore è privo di beni e di capacità di pagamento, è prevista perfino l’esdebitazione del debitore incapiente, una misura che rappresenta una vera seconda possibilità.
Catauro insiste sul valore economico e sociale di questi strumenti: “Quando un’impresa chiude in modo disordinato, il danno non riguarda solo l’imprenditore. Si ripercuote sui lavoratori, sui fornitori, sulle famiglie e sull’intero territorio. Una gestione regolata della crisi permette invece di limitare gli effetti negativi e, quando possibile, di salvare posti di lavoro e competenze”.
Il tema centrale diventa allora la tempestività. Troppo spesso le imprese si rivolgono ai professionisti quando la situazione è ormai compromessa. L’avvocato Lonardo sottolinea che intervenire per tempo amplia notevolmente le opzioni disponibili: “Prima si attiva la procedura, maggiori sono le probabilità di costruire un piano credibile. Se si aspetta che il debito diventi ingestibile o che partano azioni esecutive multiple, lo spazio di manovra si restringe”.
Per il tessuto produttivo dell’Irpinia e del Sannio, composto in larga parte da realtà di piccole dimensioni, conoscere a fondo queste possibilità significa dotarsi di uno strumento di resilienza. Non si tratta di incentivare l’indebitamento, ma di offrire un percorso legale e strutturato a chi, pur avendo agito in buona fede, si trova travolto da fattori esterni o da errori gestionali non più recuperabili con le sole forze aziendali.
“Come Unimpresa vogliamo promuovere informazione corretta e prevenzione – conclude Catauro – dobbiamo creare una cultura della gestione della crisi che non sia basata sulla paura, ma sulla consapevolezza degli strumenti disponibili. La seconda possibilità non è un privilegio, è una scelta di civiltà economica”.
“Nel contesto attuale, la cosiddetta Legge 3, oggi integrata nel Codice della crisi, si conferma dunque uno strumento concreto anche per imprenditori e piccole imprese. Non è una via facile e non elimina le responsabilità, ma offre un percorso regolato che può trasformare una crisi apparentemente definitiva in un’opportunità di riorganizzazione o di ripartenza. Per un territorio che vive di economia reale, questa possibilità rappresenta non solo una tutela per il singolo imprenditore, ma un investimento sulla stabilità e sul futuro dell’intera comunità produttiva”.



