Riconoscimento di prestigio per il giovane poeta avellinese Emilio Fiore che si è aggiudicato il premio della Giuria – Under 25 per la miglior silloge poetica al 32° Concorso Nazionale di Poesia Inedita Ossi di Seppia, tra i premi di poesia inedita più prestigiosi d’Italia. Emilio, 24 anni, laureatosi in filologia classica all’Università di Bologna, coltiva da sempre la passione per la poesia. Uno sguardo, quello di Emilio, che parte dalla classicità per abbracciare il presente “I miei modelli sono sempre stati poeti come Reiner Maria Rilke, Antonia Pozzi, Saffo. La poesia è per me introspezione, capacità di generare immagini da cui scaturiscono emozioni, di creare un universo condiviso tra poeta e lettore”. Una produzione, quella di Emilio, in cui costante è il richiamo alla natura e al legame con la propria terra, attraverso un’attenta ricerca linguistica, caratterizzata da un uso sapiente di figure retoriche, a partire dall’accostamento tra campi semantici differenti.
Così in “Geografia clinica” scrive: “Partissi io per il mondo/dimenticherei/gli occhi e gli scherni degli Osci,/i Picentini, guardiani delle idee,/e il loro gelido soffio,/che scende/dalla fronte ai talloni,/e trattiene la terra./Dimenticherei/finalmente/la morsa delle catene,/ma l’abbraccio dei monti/conosce/il seno di mia madre/e il posto in cui riposa/il mio debole cuore/che non capisce”. “Finché vivrò – scrive ancora in Veglia -/sarò un prato/sotto i tuoi piedi scalzi/e il vento che leviga/gli artigli dei sassi,/così che la pelle/non sanguini/e la terra/sfiorandoti/non ricordi dolore.”. Una poesia attraversata dalla consapevolezza che ogni Genesi presuppone una fine e ogni equilibrio è destinato a essere infranto: “Ho posto un sigillo al mio ricordo/cosicché nessun altro possa privarmene:/vedo negli occhi/la forma dell’iride e/un cardiogramma di monti/separare le due grandi acque,/in alto il cielo libero dalla rete di stelle/in basso il mare rilassarsi silenzioso,/sembra aleggiare una leggera foschia/come un soffio vitale dar vita/papaveri, ulivi, pale eoliche/Ho posto un sigillo al mio ricordo/è la genesi perfetta del giorno,/fino a quando due occhi umani /non la succhiarono”. E la separazione è sempre dolore: “Il sole che mi scalda/è un pezzo di pane offerto,/sia benedetto il giorno /in cui ho messo un motore alla mia casa,/i giorni senza tempo e il vino/compensano/gli addii più dolorosi:/le ere che mi separano/dalla certezza/del tuo abbraccio”.




