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Referendum Giustizia, confronto serrato tra il Sì e il No. Prosperetti: “La riforma Nordio non indebolisce il settore”. De Chiara: “Una magistratura debole non tutela i cittadini”

“Non è vero che la riforma Nordio riduce l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati. La separazione delle carriere tra pm e giudici consente di completare la riforma del processo in senso accusatorio del 1989, mentre il sorteggio elimina la logica correntizia all’interno del Csm”. “Lo dice Giulio Prosperetti, vicepresidente emerito della Corte costituzionale (è stato giudice alla Consulta dal 2015 al dicembre 2024), tra i promotori del Comitato “Popolari per il Sì” intervenuto, al convegno, tenutosi oggi nell’aula magna del tribunale di Avellino sull’imminente referendum costituzionale del 22 e 23 marzo. Al dibattito promosso dall’ordine degli avvocati diAvellino si sono confrontati magistrati della Corte di Cassazione, Consiglieri di Corte d’Appello e professori universali di entrambi gli schieramenti.

Per le ragioni del “Sì” sono intervenuti Giacomo Rocchi, presidente della prima sezione penale della Corte di Cassazione; il professore Giulio Prosperetti, vicepresidente emerito della Corte costituzionale e l’avvocato Francesco Perone, del Foro di Avellino.
A sostenere la posizione opposta invece Bruno Spagna Musso, già magistrato della Corte di Cassazione, Marcello De Chiara, consigliere della Corte d’Appello di Napoli; il professor Giorgio Fontana, del Foro di Avellino.

Ad aprire i lavori dell’incontro l’avvocato Fabio Benigni, presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Avellino e l’avvocato Raffaele Tecce, consigliere dell’Ordine e responsabile della Scuola Forense, che hanno ribadito l’importanza di un confronto serio e approfondito su un tema cruciale per l’assetto istituzionale del Paese.Il dibattito è stato coordinato dai giornalisti Gianni Colucci, direttore de Il Mattino di Avellino, Norberto Vitale, giornalista dell’ANSA, e Flavio Coppola, giornalista di IrpiniaTV.Tra gli interventi più articolati, quello del professor avvocato Giulio Prosperetti, vicepresidente emerito della Corte costituzionale e presidente del Comitato “Popolari per il Sì”. La sua argomentazione si è sviluppata lungo una linea coerente: la riforma non come frattura, bensì come sviluppo ordinato di principi già presenti nell’ordinamento.

«Questa riforma è proprio in attuazione dell’articolo 111 della Costituzione che, nel 2001, con la riforma costituzionale approvata all’unanimità, ha introdotto-ha aggiunto Prosperetti – il giusto processo, dove avvocato e pubblico ministero sono alla pari davanti a un giudice terzo e imparziale. La stessa Costituzione prevede, alla settima disposizione transitoria, che l’ordinamento giudiziario debba essere modificato».

Il richiamo non è marginale. Prosperetti ha insistito su un punto spesso dato per acquisito: «La Costituzione non prevede che i pubblici ministeri siano magistrati: non è detto da nessuna parte. Era l’ordinamento giudiziario, disciplinato con legge ordinaria, a prevederlo. Oggi, invece, la riforma porta la funzione del pubblico ministero a livello costituzionale. Viene creato un proprio CSM e sono magistrati a tutti gli effetti».

In questa prospettiva, la separazione delle funzioni e la riorganizzazione del Consiglio Superiore della Magistratura non rappresenterebbero un indebolimento, bensì una stabilizzazione in chiave costituzionale di assetti finora affidati alla legislazione ordinaria. «Paradossalmente, con una legge ordinaria si sarebbe potuto dire che i pubblici ministeri non erano magistrati, che erano allo stesso livello degli avvocati. No. Quindi, da questo punto di vista, la levata di scudi della magistratura non sembra giustificata».

Particolarmente delicato il tema del sorteggio per la composizione del CSM.«Il CSM non è un organo rappresentativo: è un organo di garanzia che deve valutare la carriera dei magistrati e, attualmente, anche la disciplina che poi sarà passata all’Alta Corte». Se si tratta di un organo di garanzia, ha sostenuto, «ben può essere formato da componenti sorteggiate e non elette». Il riferimento al caso Palamara è stato esplicito: «L’elezione dei magistrati, con dietro le rispettive associazioni di categoria, ha fatto sì — come dimostrato dallo scandalo Palamara — che le promozioni dei magistrati fossero soltanto un gioco di correnti».

Di segno opposto l’intervento del consigliere della Corte d’Appello di Napoli, Marcello De Chiara, che ha scelto un’impostazione altrettanto netta, ma diversa nel metodo: partire dalle criticità strutturali della proposta. “Dico No, perché una magistratura debole non tutela i cittadini. E’ una riforma che non affronta i problemi e, al tempo stesso, introduce delle soluzioni completamente inedite. Introduce il sorteggio per la formazione del Consiglio Superiore della Magistratura, che è una modalità del tutto sconosciuta nel nostro ordinamento e anche negli ordinamenti a noi parificabili. Prevede un’Alta Corte di giustizia, le cui decisioni non saranno più ricorribili dinanzi alla Corte di Cassazione, ma solo davanti alla medesima Alta Corte. E sono due incongruenze immediatamente percepibili che, secondo me, bastano per bocciare una riforma che, al tempo stesso, non affronta problemi che sono invece urgenti e che andrebbero affrontati con altro tipo di misure».

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