di Franco Fiordellisi
Non è più tempo di raccontare il Mezzogiorno come periferia folkloristica o come problema che si autoalimenta. Le recenti alluvioni in Calabria e le frane nelle aree interne della Campania mostrano una verità evidente: la fragilità del Sud non è episodica, è strutturale. Montagne che si muovono, strade interrotte, centri isolati non sono fatalità, ma il risultato di decenni di consumo di suolo, pianificazione debole, manutenzione insufficiente e
sottovalutazione del rischio idrogeologico e sismico. In questo contesto, l’autonomia differenziata rischia di frantumare l’idea unitaria di prevenzione e protezione civile. La sicurezza territoriale non può diventare materia
negoziabile. La prevenzione è responsabilità nazionale, perché i disastri non conoscono confini amministrativi.
Ambiente e demografia si intrecciano in un circuito perverso. Le aree interne si spopolano, invecchiano, perdono giovani e servizi. Quando un territorio perde abitanti, perde presidio sociale, cura quotidiana, capacità di difesa. Lo spopolamento accelera il dissesto; il dissesto accelera l’abbandono. Un comune senza scuola, medico, trasporto pubblico e lavoro stabile non è solo più povero: è più fragile. E quando l’evento climatico estremo diventa normalità, quella fragilità si trasforma in disastro.
La nuova questione meridionale è anche una questione di riconoscimento politico. Quando un territorio denuncia emergenze e non viene ascoltato, si produce un torto civile prima ancora che amministrativo. Troppo spesso il Sud è descritto attraverso categorie automatiche – illegalità, arretratezza, abuso – che spostano la responsabilità dalle scelte pubbliche ai comportamenti individuali. È una scorciatoia che naturalizza il divario e assolve le politiche sbagliate. Il consumo di suolo e la fragilità idrogeologica non sono caratteristiche antropologiche, ma
esiti di modelli di sviluppo e decisioni urbanistiche. Ridurre tutto all’abusivismo significa trasformare un problema sistemico in colpa locale. Il Mezzogiorno continua a essere rappresentato in modo bifronte: cartolina turistica da un lato, devianza e inefficienza dall’altro. Questa narrazione produce effetti concreti: meno attenzione, meno investimenti, meno fiducia. La periferia non è solo geografica, è una costruzione politica.
Oggi la questione meridionale è triplice. Ambientale, perché la crisi climatica colpisce territori già fragili. Demografica, perché lo spopolamento svuota i comuni e indebolisce la coesione sociale. Politica, perché scelte istituzionali e narrazioni dominanti rischiano di cristallizzare le diseguaglianze. Non bastano fondi emergenziali. Serve un grande piano di prevenzione e manutenzione strutturale, rafforzare la capacità amministrativa dei comuni, investire in scuola, sanità di prossimità e infrastrutture, creare lavoro stabile e una politica dell’abitare che renda possibile restare.
Soprattutto, occorre restituire dignità decisionale al Mezzogiorno dentro un quadro nazionale unitario. Perché l’erosione del territorio può diventare erosione democratica. Se una parte del Paese è percepita come sacrificabile, la frattura è civile e costituzionale. La nuova questione meridionale non chiede privilegi. Chiede uguaglianza sostanziale. Se la fragilità diventa normalità, non perde solo il Sud. Perde l’Italia intera.



