Nel 2023, la mobilità sanitaria interregionale fa segnare la cifra record di 5,15 miliardi di euro, il livello più alto di sempre, in aumento del 2,3% rispetto al 2022 (5,04 miliardi). Emerge dalle analisi della Fondazione Gimbe.
È la conferma che cresce l’ampliamento dello squilibrio tra Nord e Sud, ovvero risorse economiche in uscita dal Mezzogiorno verso il Nord. L’emigrazione sanitaria è diretta in Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto.
“Questi numeri – afferma il presidente della fondazione, Nino Cartabellotta – indicano che la mobilità sanitaria è sempre meno una scelta e sempre più una necessità. Quando miliardi di euro e centinaia di migliaia di pazienti convergono verso poche Regioni, significa che l’offerta dei servizi non è omogenea e che il diritto alla tutela della salute non è garantito in maniera equa su tutto il territorio nazionale e richiede spostamenti che hanno anche un rilevante impatto economico sui bilanci delle famiglie“.
Sulla questione interviene anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, il 28 febbraio scorso, ha ricordato come “il diritto alla salute, costituzionalmente garantito, deve trovare uniforme applicazione sull’intero territorio nazionale”, sottolineando che permangono disomogeneità territoriali non più accettabili.
Il Report Gimbe sulla mobilità sanitaria 2023 si basa su tre fonti ufficiali: i dati economici aggregati dal Riparto 2025; i flussi dei Modelli M trasmessi dalle Regioni al Ministero della Salute; i dati del Report Agenas sulla mobilità sanitaria. In Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto si concentra il 95,1% del saldo attivo della mobilità sanitaria, ovvero la differenza tra risorse ricevute per curare pazienti di altre Regioni e quelle versate per i propri residenti curati altrove. Sul versante opposto, a pagare il prezzo più alto sono Calabria, Campania, Puglia, Sicilia, Lazio e Sardegna, che insieme assorbono il 78,2% del saldo passivo.
“Non siamo più di fronte a semplici differenze regionali – avverte il Presidente – ma a un divario strutturale che nel tempo si è consolidato. In questo scenario, l’autonomia differenziata, con il via libera alle pre-intese per Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto, amplierà inevitabilmente le disuguaglianze”. La mobilità attiva si concentra per oltre la metà in Lombardia (23,2%), Emilia-Romagna (17,6%) e Veneto (11,1%), seguite da Lazio (8,9%), Toscana (6,4%) e Piemonte (5,8%) (figura 1). Sul fronte opposto, i maggiori esborsi per cure ricevute dai propri residenti in altre Regioni sono a carico di Lazio (12,1%), Campania (9,4%) e Lombardia (9,2%), che da sole rappresentano quasi un terzo del totale, con oltre 400 milioni ciascuna. “La mobilità passiva – spiega Cartabellotta – non coincide esclusivamente con la fuga di pazienti da Sud a Nord. Esiste anche una mobilità di prossimità tra Regioni del Nord confinanti dotate di servizi di elevata qualità. Regioni come Lombardia, Veneto e Piemonte registrano livelli rilevanti di mobilità passiva”.






