di Cecilia Valentino
Da alcuni anni presso la libreria indipendente per ragazzi L’Angolo delle storie, si riunisce il gruppo di lettura “ Una banda di idioti”.
Il gruppo, fondato nel 2011 da Mario Di Prospo, che ne è stato nei primi anni il coordinatore, prende il nome dal titolo del primo libro letto insieme: Una banda di idioti di John Kennedy Toole ed. Marcos y Marcos.
Il gruppo nei primi anni di attività ha aderito al Presidio del libro di Avellino, e ha ospitato vari autori, tra questi Christian Raimo (Le persone, soltanto le persone) e Graziano Graziani (Stati d’eccezione).
L’ultimo libro che abbiamo letto in questi giorni è Artemisia di Anna Banti. Protagonista del romanzo è la pittrice del Seicento Artemisia Gentileschi.
Scrive la Banti: “Oltraggiata appena giovinetta nell’onore e nell’amore. Vittima svillaneggiata di un pubblico processo per stupro. Tenne scuola di pittura a Napoli, s’azzardò verso il 1638 nell’eretica Inghilterra. Una delle prime donne che sostennero colle parole e colle opere il diritto al lavoro e a una parità di spirito tra i due sessi”.
Il romanzo Artemisia, uscito nel 1953, è considerato il capolavoro della Banti.
Anna Banti ( 1895- 1985), pseudonimo di Lucia Lopresti, è autrice di molti romanzi e saggi e ha diretto la rivista di arte e letteratura Paragone, fondata nel 1950 dal marito Roberto Longhi, grande critico d’arte del quale la Banti era stata allieva e che aveva sposato nel 1924.
Tra le molte opere della Banti ricordo i saggi su grandi artisti: Luigi Lotto, Fra Angelico, Velasquez, Monet ecc. E i romanzi (cito i più noti): Il coraggio delle donne ( 1940), Sette lune (1941), Le donne muoiono( 1951), Noi credevamo (1967), e l’ultimo romanzo autobiografico Un grido lacerante (1981)
Prima di parlare della Artemisia della Banti, vorrei riprendere alcune interessanti osservazioni di una importante scrittrice, nostra contemporanea, Melania Mazzucco. In un articolo uscito su La Repubblica del 29 settembre 2013 parla di Artemisia Gentileschi partendo da una delle sue più importanti opere “Susanna e i vecchioni”.
Scrive la Mazzucco: “( Artemisia)ha capovolto il senso di questa morbosa storia, pretesto per celebrare la bellezza femminile e il voyerismo maschile… L’ha trasformata in una scena di sinistra violenza psichica. Così la Gentileschi vendicava il genere femminile oltraggiato”. L’immagine di Susanna nuda è erotica ma vereconda. L’espressione del suo viso rivela angoscia e impotenza, si nega alle voglie maschili gesticolando inorridita.
Artemisia firma il quadro e scrive la data, 1610, aveva appena 17 anni e rivendica, con la firma, di essere lei, una donna, l’autrice.
L’importanza di Artemisia come pittrice caravaggesca è riconosciuta da tutti i più grandi critici d’arte, partendo da Roberto Longhi, che la definì ”unica donna in Italia che abbia saputo che cosa sia pittura, colore e impasto. Una grande pittrice da non confondere con la serie sbiadita delle celebri pittrici italiane”.
La novità e la particolarità del romanzo della Banti consiste nel non aver scritto una semplice biografia di Artemisia, ma “le due donne si raccontano insieme”, scrive Giuseppe Leonelli nella introduzione all’edizione Bompiani (1998) : “Due vite in cui si incarnano due opposti paradigmi di femminilità, alle cui radici vi è quello che più tardi la Banti definirà un grido lacerante, che sarà il titolo dell’ultimo suo romanzo”, quasi una autobiografia. Un grido di dolore che esprime tutte le difficoltà della condizione femminile.
Anna Banti non parla solo del diritto della donna all’uguaglianza, ma afferma un diritto naturale che deve essere riconosciuto ed apprezzato, quello della differenza: “ essere uguali per essere diversi “.
La vita e l’opera della grande pittrice offrono alla narratrice l’opportunità di dare voce al mondo femminile offeso: lo stupro subito da Artemisia e l’ulteriore violenza del processo.
Artemisia che leggiamo oggi è la seconda redazione del romanzo che la Banti aveva scritto e che fu perduto durante i bombardamenti del 1943.
La decisione della Banti di riscriverlo non esprime solo il coraggio delle donne, non è solamente il recupero di una figura dimenticata del nostro Seicento, ma è anche la storia di una scommessa e di un risarcimento in cui la stessa Banti, come donna, assume un ruolo importante, come interlocutrice della protagonista del suo romanzo.
A questo proposito il critico letterario Cesare Garboli scrive: ”Il manoscritto è perduto, ma Artemisia si ripresenta e la sua vita e la sua arte vogliono essere narrate capricciosamente e a sobbalzi commossi”.
Il romanzo della Banti è infatti il colloquio con il personaggio Artemisia, che è come un fantasma che insegue l’autrice.
” Essere e non essere Artemisia “ scrive Leonelli nella prefazione già citata. “ Se il romanzo, che ha per protagonista una donna ed è scritto da una donna, parte da una frustrazione femminile, lo sviluppo va ben oltre questo tema bruciante”.
Non possiamo avviarci alla conclusione senza accennare al marito di Artemisia, Antonio Stiattesi, l’uomo umile e devoto, silenzioso e discreto che per pochi anni accompagnerà Artemisia. Presto però, anche Antonio, l’unico uomo che aveva sostituito il padre Orazio, grande maestro di Artemisia, scomparirà e un’altra prova si presenta nella sua vita: la figlia Porziella, che cresce fredda ed ostile, lontana dalla madre.
Artemisia si rifugia a Napoli dove conduce un vita tutta dedita alla sua arte. Era una pittrice e una maestra apprezzata e stimata, ma sempre guardata con sospetto, perché donna e sola.
Nelle ultime pagine del romanzo Artemisia lascia Napoli e dopo un lungo viaggio che la Banti descrive in modo diffuso, arriva in Inghilterra dove raggiunge il padre Orazio, pittore presso la corte inglese.
Il romanzo si chiude con la richiesta di protezione reciproca tra padre e figlia e su il ritrovato rapporto di Artemisia con Orazio.
Nelle ultime pagine nel parlarci degli ultimi anni di vita di Artemisia la Banti scrive: “ Più che voce, è interiore moto di pietà storica, senza allarme, né illusione, né accoramento. Confitta nello spazio e nel tempo, ascolto il respiro polveroso dei secoli: il nostro e quello di Artemisia, congiunti. … Millenovecentotrentanove…”. Facendo un parallelo con Annella, l’allieva napoletana di Artemisia, la Banti scrive: ” … con questo viso di bruna torrida affonda nella leggenda meridionale e passionale della sua giovinezza scandalosa: fu violata da Agostino Tassi e amata da molti … Ma la mano di Artemisia è forte e Annella non se ne libera. Ritratto o no, una donna che dipinge nel milleseicentoquaranta è un atto di coraggio, vale per Annella e per altre cento almeno fino ad oggi. ‘ Vale anche per te ‘ conclude al lume di candela, nella stanza che la guerra ha reso fosca. Un suono brusco e secco. Un libro si è chiuso, di scatto. “.
Il romanzo della Banti è basato sulla realtà storica, ma è anche un intenso dialogo tra due donne, due artiste. E’ una biografia che diventa un’autobiografia per la quale, scrive Garboli, l’autrice ” crea una scrittura nervosa, intima, da fioretto, tutta finte e assalti, … uno dei classici più impervi di tutta la letteratura italiana del Novecento”.



