Un grido di dolore di fronte a un mondo che si riempie di macerie e massacri, tra città rase al suolo e bambini denutriti e sbandati. Nasce dalla volontà di non restare a guardare, di non smettere di far sentire la voce di chi soffre “Col cuore altrove”, reading nato all’interno della mostra fotografica collettiva “Oltre il margine”, tenutosi ieri al Museo Irpino. Un intreccio di poesie e riflessioni, raccolto in un prezioso volume, per denunciare l’ingiustizia e restituire memoria a chi non ha più la forza di parlare. Dal tentativo di ricostruire le origini della guerra in Palestina ai versi e riflessioni di Angelo Di Falco, Anna Coluccino Guerriero, Antonietta Gnerre, Antonio Iannaccone, Attilio Sordillo, Emanuela Sica, Franco Cafazzo, Ida Pugliese, Mario Penta, Massimo Vietri, Monia Gaita, Samuel Baldassarre, Valentina Mariani. Un reading accompagnato dalle parole del professore Angelo Di Falco, che ricorda come le ragioni del diritto internazionale continuino ad essere ignorate da Israele, che si sente al di sopra della legge, alle note del cantautore Massimo Vietri, che rende omaggio, attraverso le sue canzoni, a tutti i popoli della terra oppressi e dimenticati, dai curdi, ancora in cerca di una terra, ai tutsi perseguitati in Africa fino ai Nativi sterminati in America dai coloni europei. Un percorso che prosegue con le parole delle poetesse Cinzia Coppola ed Emanuela Sica, Alessandra Mariani e Maria Irpino, Mario Penta, Luciana Ambrosio, Ida Pugliese, Adriano Palmieri. Prezioso il contributo della psicologa Marianna Patricelli che si sofferma sul rapporto tra psicologia e leadership, ribadendo come “la leadership isrealiana è riuscita a far cadere gli ultimi baluardi di ragionevolezza attingendo ai mostruosi fantasmi dell’inconscio collettivo”. Mentre Anna Coluccino ci ricorda come “Il boicottaggio, il disinvestimento e la pressione per l’applicazione di sanzioni sono le uniche leve politiche che abbiamo e se le tantissime persone che hanno a cuore la causa palestinese le prendessero seriamente la nostra opinione peserebbe eccome”.
Dai versi di Antonietta Gnerre che invita a “cercare il primo sostrato dell’umanità” alle parole di Valentina Mariani “Bombe riflesse/nell’iride che cade/dagli occhi fermi”. Di forte commozione le pagine di Riso Amaro di Emanuela Sica che consegna la storia di Samir, dai piedi nudi, morto con il sogno di un pasto caldo. “Negli occhi di Amir aveva visto la fame lunga dei morti che insegnano ai vivi a masticare la pietra. Pensò per qualche istante a suo figlio, allo zainetto blu con i dinosauri, ai compiti di matematica lasciati incompleti, mentre faceva colazione di buon mattino…Amir cadde insieme agli altri, nel gruppetto che tornava a casa con la speranza di un pasto serale. Riso e lenticchie finirono sull’asfalto, conditi al suo sangue come una parabola violata…Oggi quel soldato testimonia. Dice parole che pochi ascoltano. Dice che la fame è stata una trappola. Che quel bambino era stato attirato come un popolo con il formaggio. Dice che non c’erano milizie, né minacce, né bombe. Solo un corpo gracile e affamato che aveva creduto ancora nel pasto della misericordia”. Dai versi di Monia Gaita che ci ricorda come “La storia si rifiuta di chiudere l’accesso allo sterminio” all’interrogativo di Franco Cafazzo “Esistono alberi piantati per dei giusti ebrei che hanno salvato la vita a qualche palestinese?” fino a concludere che a prevalere “è oggi solo la legge del più forte come testimonia l’ultima trovata di Trump di rapire e arrestare il presidente del Venezuela Maduro”. E’ Raffaella Festa del Museo Irpino a sottolineare, infine, la volontà dell’amministrazione provinciale di aprire lo spazio del Carcere Borbonico a chiunque voglia lanciare proposte per iniziative culturali “Vogliamo che i cittadini vedano in questa struttura culturale un luogo in cui portare idee”.
Franco Fiordellisi, già segretario della Cgil di Avellino, sottolinea come “Il dominio non si esercita solo attraverso la forza materiale, ma prima di tutto sul piano simbolico. Ogni ordine di potere tende a legittimarsi producendo una narrazione che lo sottragga al conflitto, al giudizio e alla storia. In questo senso, l’uso politico del sacro ha svolto e continua a svolgere una funzione decisiva. Dio non è qui questione di fede, ma di mediazione del potere. Trasformato in fondamento trascendente dell’ordine costituito, il divino diventa strumento di naturalizzazione del dominio: ciò che è appare necessario, ciò che comanda inevitabile. Cambiano le formule “God bless…”, “In nome di Dio”, “Allah/Dio lo vuole” ma la funzione resta identica: sottrarre il potere alla responsabilità storica e ad altri poteri, autorità, di controllo. Tecnica, intelligenza artificiale nuova idolatria. Nella modernità avanzata la sacralizzazione passa anche attraverso la tecnica. Come gesti, sfiorare un prodotto tecnologico, o comando vocale, esaudisce “desideri” sacralizza la tecnologia. L’intelligenza artificiale non è neutra perché viene investita di un’aura di oggettività e inevitabilità. Appare come una nuova istanza sovrana che vede, calcola e giustifica tutto, trasformando la necessità tecnica in una nuova teologia secolarizzata, ad uso capitalistico. La ricostruzione artificiale di città distrutte, come nel caso di una Gaza “ricostruita” dall’AI, non è un esercizio estetico, ma un atto politico: trasforma la distruzione in simulazione, il crimine in immagine, la sofferenza in superficie manipolabile. L’orrore viene neutralizzato attraverso l’estetizzazione. Decisione sovrana, esecutivi e guerra permanente. Nelle democrazie contemporanee il potere esecutivo tende a diventare il vero centro decisionale, soprattutto in materia di conflitto-guerra. La distinzione tra pace e conflitto si dissolve in una condizione di guerra permanente, giustificata come “operazione speciale” o “intervento mirato” contro chiunque dai narcos ai migranti, si nativi. Il ricorso alla forza armata non richiede più un mandato democratico pieno. Il diritto internazionale e il controllo parlamentare diventano ostacoli da aggirare. La decisione sovrana si emancipa dal diritto e si presenta come atto morale assoluto, così come ha detto Trump. Ma quando il potere si pone al di sopra del diritto, ciò che resta non è la sicurezza, bensì l’arbitrio”. Per ribadire come “difendere il diritto internazionale significa difendere anche la Costituzione italiana e l’idea che il potere debba rispondere delle proprie azioni. Difendere il popolo palestinese e la Palestina significa difendere la civiltà del diritto contro la sua dissoluzione tecnica, religiosa e militare. Perché non c’è pace senza giustizia, non c’è democrazia senza diritto, non c’è futuro senza legalità, libertà e partecipazione”.
A illustrare l’idea da cui nasce la mostra “Oltre il margine”, inaugurata a dicembre, il curatore Antonio Bergamino “Abbiamo scelto di raccontare i volti dell’ingiustizia, del pregiudizio, dell’indifferenza, che l’essere umano talvolta riserva al proprio simile ma anche la speranza ed il valore inalienabile della dignità umana, troppo spesso messa in discussione da disuguaglianze e discriminazioni sociali, guerre, migrazioni forzate. Dai migranti agli anziani, dagli ospiti di un centro che cura i disturbi alimentari, da chi vive una condizione di disagio psicologico o economico ai bimbi della Palestina per esplorare l’alterità, che rischia troppo spesso di essere abbandonata a sè stessa.
Gli autori della collettiva sono: Antonio Bergamino, Carla Cantore, Gianni Cataldi, Michele Carnimeo, Yvonne Cernò, Aurelia Cirino, Luca Daniele, Antonello Di Gennaro, autori vari palestinesi a cura di Antonello Di Gennaro, Maurizio Guarino, Federico Iadarola, Maria Pansini, Luca Pistone, Simonetta Prestinenzi, Stefano Schirato e Domenico Tattoli.




