Ranieri Popoli
Il Teatro comico e brillante non vive solo di contemporaneità perché anche dopo più di duemila anni può donarci intatta tutta la sua modernità, magari attraverso la riproposizione di un’opera classica iconica come quella de “I Menecmi” di Plauto, riproposta in modo intelligente in chiave farsesca napoletana dal bravo Gaetano Troiano e dalla sua apprezzata “Compagnia teatrale all’antica italiana” che domenica scorsa l’ha messa in scena al “Sardone” di Altavilla Irpina sotto il titolo “I dduje Gemelli”, riscuotendo un convinto plauso del numeroso pubblico presente.
Nel riproporre lo storico canovaccio Troiano rielabora una rappresentazione calata in un immaginario contesto storico partenopeo rinunciando a una lettura stereotipata, che spesso non dà merito alla grande cultura identitaria di Napoli, ponendola in una dimensione mediterranea intrecciando idiomi, costumi, culture regionali e multietniche che sanno esprimere un linguaggio universale.
La rappresentazione, nonostante la sua trama tipica della cultura classica delle origini, è un crescendo di toni che realizza un progressivo coinvolgimento grazie anche alle calzanti interpretazioni degli attori e delle attrici che sanno districarsi brillantemente in un contesto magistralmente intrecciato dalla regia tra classicità e commedia dell’arte.
Ci incuriosisce, quindi, saperne di più proprio dal suo principale protagonista Gaetano Troiano che dietro le quinte, ancora in costume, ci rassegna un po’ qualche sue idea in merito.
Troiano, secondo lei, dove sta il segreto della modernità del Teatro classico ?
Gli autori classici, da quelli delle origini fino a coloro che si sono distinti in epoche più ravvicinate, riempivano le loro opere di contenuti perché avevano tante cose da dire e soprattutto possedevano una grande capacità di pensiero. Questo straordinario patrimonio culturale e umano costituisce, quindi, un vasto “mare nostrum” dove andare a ripescare opere famose e meno conosciute che hanno tutte una straordinaria modernità, attirano un notevole interesse e offrono spunti facendo incontrare la classicità come sinonimo di impegno ma anche di sana comicità, perché si può comprendere molto anche attraverso il riso.
La commedia degli equivoci si può dire che se non nasce unicamente con Plauto ma di certo attraverso le sue opere compie una svolta importante . L’equivoco, però, e qui credo stia la grandezza dell’intuizione del commediografo dell’antica Roma, che influenzò enormemente la cultura dell’intero mondo teatrale occidentale, no è solo un espediente letterario per originare una situazione esilarante ma anche un “pretesto” per offrire visioni e pensieri sulla natura umana.
Condivido. Questo teatro è utile anche per far riflettere, per comprendere meglio i rapporti tra le persone e il contesto di vita che le condizionano, che fanno smettere di essere se stessi costringendoli a “sdoppiarsi” . Nell’opera si vede chiaramente come tra i diversi personaggi ci siano amicizia, ma anche invidia o complicità, cioè atteggiamenti che mutano e si adeguano a seconda delle situazioni. Tutto ciò è vero che ci pone di fronte a una complessità ma anche a una visione veritiera dell’umanità e che oggi, mi si consenta di sottolinearlo, questo mondo cosi tecnologico, ma anche tanto uniforme e insensibile, sembra non garantire più. Stare a teatro, dove gli interpreti sono lì davanti allo spettatore, oltre a trasmettere cultura oggettivamente rende la vita più umana
Le sue considerazioni mi portano a chiederle se non ci sia bisogno di un nuovo umanesimo per evitare la deriva esistenziale che tutti avvertono in questo mondo sempre più pregno di insicurezze e paure . Il teatro, che non è un videogioco, uno streaming, un film con effetti speciali, né Intelligenza Artificiale, secondo lei può contribuire in un impegno in tal senso?
Certamente. Fare tanto teatro è fondamentale. Partendo dalle scuole, ad esempio, perché è tra i primi a essere un efficace metodo di socializzazione culturale e umana. Noi non socializziamo più, non discutiamo più, siamo in un totale isolamento collettivo chiusi nei nostri schermi mentre intorno a noi i rapporti si inaridiscono pericolosamente. Per questo il teatro è una via giusta per tornarsi a guardare di nuovo negli occhi. Vedere il pubblico che ride insieme, applaude insieme, che si diverte insieme è una cosa bella indescrivibile, non solo come compiacimento artistico ma anche per chi è protagonista della comunità umana. Il pubblico maturo deve ritrovare questa strada e ai giovani occorre farla scoprire educandoli, cioè facendoli abituare, non per imporre ma per farli innamorare di questa storica arte.
La sua riconosciuta e apprezzata carriera la pone nelle condizioni di chiedere a un ideale rappresentante di qualsiasi livello istituzionale un impegno per sostenere e valorizzare la cultura e l’attività teatrale, perché se è vero che questo è un problema di dimensione sociale è pur vero che esiste un dovere delle classi dirigenti in tal senso. Altavilla Irpina è di certo un esempio meritevole sul piano nazionale perché si è creduto in questa scommessa sul teatro in provincia.
Su questo punto vorrei essere chiaro in quanto credo di intercettare uno spirito generale del mondo teatrale italiano. La cosa più semplice da fare è sostenerlo con una seria politica di finanziamenti giusti e mirati e puntare sul supporto sia alle strutture stabili che alle iniziative di promozione. Tante importanti rassegne nel tempo, purtroppo, hanno concluso la loro meritevole esperienza perché gli Enti pubblici hanno chiuso i cordoni della borsa orientando le risorse verso l’intrattenimento effimero o di evasione o addirittura dirottandole verso altri capitoli di spesa. Una nazione certo che deve avere una propria difesa ma andare oltre e superare la linea dell’esasperazione della spesa per gli armamenti significa non pensare più alle necessità civili di un Paese, tra cui non può non esserci la cultura e quindi anche il Teatro. Per questo dico ai Sindaci, ai Presidenti delle Regioni di essere più coraggiosi e di investire in tal senso, come è stato fatto in questo comune grazie all’impegno del Sindaco e dell’Amministrazione comunale e a quello del Maestro Rino Villani e dell’Associazione “Artesia”.
Un’ultima domanda di rito. Programmi per il futuro?
Non uscendo dal solco della sana comicità, mettendo in scena un suo capolavoro “Non è vero ma ci credo” , il mio sincero auspicio è di portarlo anche ad Altavilla Irpina per incontrare di nuovo l’appassionato pubblico di questa ospitale cittadina e del territorio più in generale.
Ringrazio e saluto il regista e la sua compagnia e nel mentre mi chiudo alle spalle il portone del teatro, oramai vuoto e silenzioso, ripensando ai lavori di Gaetano Troiano mi porta a concludere che il dilemma ragione e irrazionalità, posto al centro del capolavoro di Peppino De Filippo, probabilmente non sia nient’altro che un’originale e moderna versione dell’equivoco della similitudine plautina. Come è grande questo Teatro!



