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Alba di carta, un libro per lanciare un messaggio di speranza ai detenuti

di Monia Gaita

Si è svolto ieri, 9 aprile, nella Casa Circondariale di Bellizzi Irpino, un significativo incontro di presentazione del libro di un ex detenuto, Antonio Sauchella. Il volume dal titolo “Alba di carta – Memorie di una prigionìa”, racconta il tormentato percorso carcerario dell’autore che attraverso un ispirato-ragionato processo di introspezione, è riuscito a scavalcare gli argini del vuoto e a superare il baratro della droga. L’evento, curato dall’Unpli provinciale di Giuseppe Silvestri, è stato possibile grazie alle promotrici responsabili del progetto, le professoresse Elvira Micco e Ersilia Criscitiello, felicemente coadiuvate dai professori Bruno Vantaggiato, Giuseppe Nigro, e dalla referente, professoressa Claudia Di Franza. Per Elvira Micco: “Antonio Sauchella con la sua   testimonianza ci ha fatto vivere momenti toccanti e soprattutto pieni di speranza. Il messaggio che io ne ricavo è che nella vita si può anche sbagliare e pagare per i propri errori, ma la vita stessa ci regala sempre una seconda possibilità, ed è soprattutto questa che non dobbiamo lasciarci sfuggire. Voglio, in breve, illustrare le ragioni che ci hanno portato a questo evento. La scuola in carcere costituisce sicuramente un’opportunità di crescita umana e professionale per noi insegnanti, però  presenta caratteristiche di intervento educativo peculiari. Essa è prima di tutto destinata ad un’utenza di apprendenti adulti, ma direi di più, apprendenti adulti ristretti. Inoltre, abbiamo a che fare con un particolare luogo di lavoro con variabili organizzative particolari, distintive. In un contesto di detenzione, i tempi sono molto dilatati (l’arrivo degli studenti in classe avviene in orari spesso variabili), quindi le ore di insegnamento diventano numericamente inferiori a quelle preventivate. Un altro   fattore influente per l’insegnamento è sicuramente il numero “fluttuante” degli studenti. Noi, però, dobbiamo svolgere il nostro lavoro al meglio. Il nostro compito è Educare ad apprendere, e ogni giorno, ci chiediamo come catturare l’attenzione dei nostri alunni e quale strategia o metodologia attuare. Perché un insegnante in carcere non deve soltanto trasmettere allo studente detenuto delle conoscenze, ma far venire fuori   potenzialità latenti, soppresse, e spesso, mai coltivate.

È da un po’ che stiamo portando avanti l’idea di far leggere in classe durante l’anno, uno o due libri,  facendo una lettura condivisa.  Ecco perché quando Giuseppe Silvestri mi ha proposto questo libro, ha attirato   la nostra attenzione. Il libro propone uno spaccato di vita dell’autore che ha vissuto un’esperienza comune a tanti nostri alunni. Lo abbiamo letto insieme, discusso in classe, commentato, esaltato e anche criticato.”

Per Giuseppe Silvestri: “Questo libro che vi invito a leggere, ha creato un ponte tra la società esterna e quella interna del carcere. È stato un momento di grande umanità che ci lascia in dono una lezione. Dopo il buio arriva sempre l’alba”.

Antonio Sauchella ha parlato ai ragazzi con voce sincera: “Io mi sento uno di voi, avendo sperimentato la dura realtà del carcere. Ho commesso molti errori. La droga mi aveva condotto su una strada sbagliata prospettandomi il miraggio dei soldi facili. Quando sono finito in galera ho avuto modo di pensare a quello che ero diventato. Ma ho capito pure che il carcere sarebbe stato la mia salvezza perché mi forniva l’occasione di poter meditare. Da quell’analisi ho trovato piano piano la forza di riscattarmi, il coraggio di vivere nei valori veri. Ho nutrito la speranza di potermi rialzare. E dopo un faticoso cammino, anche grazie al sostegno della fede (mi sono avvicinato all’Islam), ho capito che potevo farcela. Voglio dire anche a voi che non dovete sentirvi vinti dalla vita, ma con la volontà potete diventare migliori, rispettando e amando chi vi sta accanto. Ai miei figli insegno l’amore ogni giorno. La nostra esistenza ha significato solo se sappiamo amare e aiutare gli altri”.

A moderare il dibattito, la valente giornalista Katiuscia Guarino.

Sono intervenuti con illuminanti spunti e considerazioni, la direttrice della Casa Circondariale, Maria Rosaria Casaburo; la psicologa e presidente dell’Associazione Terra Dorea, Maria Saffo Di Maio; l’avvocato Gaetano Aufiero, presidente della Camera Penale Irpina; la dirigente scolastica operativa in laboratori di Filosofia dialogica con i detenuti e la società civile,  Mirella Napodano; il garante dei detenuti di Avellino, Carlo Mele; Pietro Caterini, dirigente scolastico dell’Istituto De Sanctis-D’Agostino-Amatucci. I relatori hanno rimarcato la necessità di una legislazione più incisiva per fronteggiare le criticità e le carenze in cui versano le carceri, puntualizzando l’obiettivo della rieducazione e del reinserimento sociale per i detenuti. Le azioni predisposte per riqualificare la vivibilità all’interno dell’Istituto Penitenziario di Bellizzi, sono molteplici e vedono l’impegno congiunto di più energie. I detenuti frequentanti l’Istituto per Geometri, hanno animato la manifestazione con canti e letture, recitando con notevole espressività e pathos anche una mia poesia a tema.

Il dolore e il rimpianto per la privazione della libertà hanno lasciato il posto alla gioia, alla voglia di dire, di esprimersi, di accendere la propria creatività, di abbracciare il mondo. Un piccolo evento che ha costruito e cementato lo spirito di comunità scongiurando il rischio sempre incombente dell’isolamento e della separazione. Perché il carcere non è una comunità a parte e una sua cattiva o negletta gestione rifletterebbe soltanto la nostra inettitudine e un pacchiano menefreghismo civico.

Ecco perché Avellino ha da calare sul tavolo una fiche decisiva per ridefinire e corroborare le politiche sociali e di governo su una prospera amministrazione del carcere di Bellizzi. Una scommessa che chiama in causa tutti. In gioco è il patto di responsabilità con una legione di cittadini che non ha bisogno di rifiuti, ma di cura, di sentimenti positivi e integrazione anche nella complessa, delicata fase della fuoriuscita dall’iter reclusivo e del reingresso nella società civile. Trovano, dunque, giusta eco e adesione, le parole della direttrice, Maria Rosaria Casaburo: “Siamo contenti quando possiamo smentire la solita, abusata narrazione del carcere come luogo di degrado e mortificazione dei bisogni primari. Questi momenti di condivisione e attività testimoniano una storia diversa; si rivelano prioritari per tessere una solida rete di confronto, collaborazione e valori condivisi”.

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