Come un carrarmato che attraversa il Nord Italia. Con alla guida Matteo Salvini, segretario della Lega, e al suo fianco Roberto Calderoli, firmatario della legge per l’Autonomia differenziata regionale.
Entrambi esultano, gridano vittoria (che per ora non c’è), ribadendo in modo ambiguo che le Regioni del Nord, grazie all’Autonomia, gestiranno in proprio alcune risorse oggi in capo allo Stato centrale, in modo autonomo: a partire dalla sanità e, passando per i trasporti, si arriverà fino alla raccolta e alla gestione autonoma delle tasse pagate dai cittadini.
Si tratta forse di un primo passo verso la “secessione dei ricchi” o “SpaccaItalia”, come in questi mesi hanno denunciato illustri economisti non solo meridionali? Dipende da diversi fattori.
IL PRIMO PASSO
Mercoledì scorso i presidenti delle Regioni Alberto Cirio (Piemonte), Luca Zaia (Veneto), Attilio Fontana (Lombardia) e Marco Bucci (Liguria) hanno firmato a Palazzo Chigi, alla presenza della premier Giorgia Meloni, del ministro degli Esteri Antonio Tajani e del ministro per le Regioni Calderoli, le pre-intese per l’Autonomia differenziata.
È la certificazione della partenza della legge 86/2024. In realtà, con questo primo passo si pongono le basi per il trasferimento dallo Stato alle Regioni di alcune funzioni in materia di tutela della salute, protezione civile, professioni, previdenza complementare e integrativa.
UN PERCORSO LUNGO
Ma con questo primo passo non si può certo dire che il percorso sia concluso. Il traguardo è ancora lontano e prevede la firma di due intese per ogni Regione.
Entro sessanta giorni dovrà essere raggiunta l’intesa della Conferenza delle Regioni italiane ed entro i successivi novanta giorni servirà il parere delle Camere. Non finisce qui: fatto questo primo passaggio, gli schemi di intesa tornano ai ministri che li approvano e li rinviano alle Regioni. Dopo l’approvazione regionale, vengono inviati al Governo che, entro 45 giorni, li sottopone nuovamente al vaglio delle Camere.
FACILI ENTUSIASMI
Se questo è il percorso obbligato, allora non si capisce il tono trionfalistico della Lega. Si vuole dare un segnale alle Regioni del Nord per conquistare un “sì” nella vicenda referendaria del prossimo marzo.
E poi ci sono da definire i LEP (Livelli essenziali delle prestazioni), che devono essere garantiti prima di ogni trasferimento.
IL SUD PENALIZZATO
Contro questo modo di procedere si sollevano le prime obiezioni dal Mezzogiorno. “Giorgia Meloni ha scelto – afferma Marco Sarracino, responsabile del Pd per il Sud – di andare avanti dando uno schiaffo alla coesione nazionale, un colpo all’unità del Paese”. E aggiunge Elly Schlein che si tratta di un perverso disegno nel quale si colloca lo spezzettamento della protezione civile.
L’iniziativa della Lega viene commentata dal capogruppo del Pd Francesco Boccia come “l’ennesima forzatura di un governo divisivo”.
Per alcuni osservatori, la scelta di dialogare solo con le Regioni del Nord è la testimonianza di un governo a trazione antimeridionalista, mentre dalla Sicilia la CGIL chiede al presidente Renato Schifani di impugnare le intese del Governo con le Regioni del Nord.



