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Avellino celebra l’Epifania con il concerto del Polo Umanistico

Rosa Bianco

Si è compiuto come atto di armonia e rivelazione, prima ancora che come appuntamento musicale, il Concerto dell’Epifania, svoltosi domenica 4 gennaio 2026 nel Santuario del SS. Rosario di Avellino: uno spazio che, per sua natura simbolica, si è offerto come soglia tra visibile e invisibile, tra tempo storico e tempo interiore. Sotto il patrocinio del Comune di Avellino, guidato dal Commissario Straordinario Dott.ssa Giuliana Perrotta, la serata ha dato l’avvio al nuovo anno culturale della città come gesto inaugurale, nel significato originario dell’epifania: manifestazione, rivelazione, apparizione del significato.

L’iniziativa, promossa dal Polo Umanistico, ha confermato la vocazione di Avellino a configurarsi come luogo di convergenza tra spiritualità, memoria, arte e cultura. Il Polo stesso si è affermato come una forma di comunità pensante, nata dalla collaborazione di illustri realtà associative e istituzionali: l’Associazione Carlo Gesualdo, la rivista Sinestesie, Fontanarosa Comunità, il Conservatorio “Domenico Cimarosa”, Avellino Letteraria, Hirpus, la Società Italiana per la Protezione dei Beni Culturali, Amica Sofia – Laudato si’ e il Centro Studi Filangieri. Una costellazione di esperienze che, nella loro pluralità, ha dato vita a un progetto unitario, capace di coniugare pratica artistica, riflessione umanistica e responsabilità civile.

Il pubblico, numeroso e partecipe, non si è limitato a “assistere”, ma è stato chiamato a condividere un’esperienza di ascolto raccolto e consapevole, favorita dalla sobria solennità del luogo e dalla presentazione di Annamaria Picillo, che ha saputo orientare l’attenzione verso il significato profondo delle opere, trasformando il concerto in un percorso di comprensione e non in una semplice successione di brani.

Il programma si è configurato come un itinerario simbolico, in cui sacro e profano, voce e strumento, tradizione colta e memoria contemporanea hanno dialogato senza fratture. Le melodie natalizie — da Astro del Ciel di Gruber a White Christmas di Berlin, fino a Oh Holy Night di Adam — hanno evocato non solo un tempo liturgico, ma una dimensione universale dell’attesa e della rivelazione, coerente con il significato stesso dell’Epifania.

I tributi ai grandi anniversari hanno assunto il valore di un esercizio di memoria attiva: Verdi, nel 125° anno dalla morte, è tornato a risuonare nella tensione spirituale della Vergine degli Angeli; Mozart, a 270 anni dalla nascita, ha ritrovato nella limpidezza di Porgi, Amor la sua vocazione alla forma come equilibrio morale; Puccini, a cento anni dalla prima rappresentazione di Turandot, ha toccato le profondità del tragico umano con Tu che di gel sei cinto. In questo orizzonte si è inserito Fratello sole Sorella luna di Ortòlani, eseguito nell’anno dell’ottavo centenario francescano, come richiamo a una visione del mondo fondata sulla fraternità cosmica.

Il repertorio strumentale ha offerto ulteriori livelli di riflessione: la Romanza in fa maggiore di Beethoven e il Salut d’amour di Elgar hanno restituito al violino la sua dimensione di voce interiore, mentre le musiche di Ennio Morricone — La leggenda del pianista sull’Oceano, Mission, C’era una volta il West — hanno mostrato come il linguaggio cinematografico possa farsi luogo di alta poiesi musicale, capace di tenere insieme memoria collettiva ed emozione individuale.

Gli interpreti — il soprano Anna Pietrafesa, il violinista Antonio Loffredo e la pianista Stefania Cucciniello — hanno dato forma sonora a questo percorso con rigore e intensità, costruendo un dialogo musicale in cui tecnica ed espressione si sono integrate in un equilibrio consapevole, restituendo unità a un programma ampio e stratificato.

A suggellare una serata così densa di significati, il Concerto dell’Epifania ha riaffermato il valore originario e più alto della musica come atto creativo e generativo di senso. Ut musica poiesis — espressione che riecheggia il celebre ut pictura poiesis di Orazio — richiama l’idea della musica come forma di “poiesi”, di creazione che dà forma all’invisibile e rende udibile l’interiorità dell’uomo.

In questa prospettiva, la musica ascoltata non è stata semplice esecuzione, ma gesto fondativo, parola sonora capace di unire tempo, memoria e trascendenza. Così, nel silenzio raccolto del Santuario, l’arte si è fatta rito e la bellezza ha assunto il valore di una promessa: quella di una comunità che, attraverso la musica, continua a riconoscersi, a pensarsi e a elevarsi.

 

 

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