Michele Zarrella
Fra 100, 50 e 0, il numero che vale di meno è zero. Zero per il senso comune è un non-numero. Rappresenta il niente, la nullità. Eppure se lo guardiamo da un’altra prospettiva ci rendiamo conto che esso è il più potente fra i numeri.
Infatti Zero è l’unico numero capace di annichilire, per moltiplicazione, qualunque altro numero per quanto possa essere grande. Per esempio, un miliardo per zero fa zero. Zero fa espandere all’infinito, per divisione, qualsiasi numero, per quanto possa essere piccolo: 1 diviso zero dà infinito. Zero è capace di contenere tutte le infinite coppie di numeri opposti: 1 – 1; 333 – 333; un milione meno un milione, 3480 miliardi meno 3480 miliardi, ecc.
Il concetto di zero come numero e segnaposto nacque nell’India del VII secolo e fu sviluppato da brillanti matematici orientali. Molti secoli dopo venne adottato dagli Arabi, che lo chiamavano sifr, che vuol dire “vuoto”. Per i Greci il concetto di zero andava aborrito, al pari del vuoto e dell’infinito, perché era considerato un elemento sovversivo dell’ordine costituito.
Inizialmente lo zero fu visto con sospetto, ma quando se ne scoprì l’utilità e la comodità per i conteggi e il commercio lo zero e i numeri arabi soppiantarono gradualmente i numeri romani. In Europa, nel Medioevo, era conosciuto, ma la sua diffusione si ebbe a partire dal 1202 quando venne reso popolare da Leonardo Fibonacci col suo Liber Abaci. In esso Fibonacci tradurrà il latino zephirum nel veneziano zenero, che diventerà l’attuale “zero”.
L’introduzione dello zero ha finito col dare un contributo decisivo allo sviluppo della matematica, che della scienza moderna, introdotta da Galileo Galilei, ne costituirà la base. Senza lo zero non saremmo andati molto lontano nella tecnologia e nella scienza. A volte basta cambiare prospettiva e vedere una nullità la cosa più potente.



