«Giovinotti travestiti da donne del popolino, attillati in costumi col seno scoperto, audaci fino all’insolenza. (…) Ed ecco arrivare di corsa un pulcinella, con un gran corno che gli spenzola tra i nastri screziati intorno ai fianchi…». Le parole vergate da Goethe nel 1788 dopo aver assistito al Carnevale di Roma ci ricordano il ruolo della celeberrima maschera campana e ci aiutano a introdurre questa breve riflessione sulla festa più perturbante e sui suoi aspetti più segreti e misteriosi, quelli esoterici.
Dietro le vistose manifestazioni esteriori – il simbolico show del sovvertimento dell’ordine costituito messo in scena a colpi di eccessi e trasgressioni – il Carnevale ci racconta molte altre cose, più o meno percepibili, alcune delle quali analizzate da grandi storici delle religioni e antropologi, ecco, ad esempio, le riflessioni di Mircea Eliade: «Ogni Nuovo Anno è una ripresa del tempo al suo inizio (…). I combattimenti rituali fra due gruppi di figuranti, la presenza dei morti, i saturnali e le orge, sono elementi che denotano che alla fine dell’anno e nell’attesa del Nuovo Anno si ripetono i momenti mitici del passaggio dal Caos alla Cosmogonia».
Chi possiede minor familiarità con l’affascinante storia del calendario potrà chiedersi cosa c‘entra l’anno nuovo con la festa più pazza dell’anno. La risposta è semplice: nella Roma arcaica era la fine dell’anno religioso, februarius, il mese delle purificazioni (februare), il periodo che più di altri richiedeva il ricorso a riti pubblici e privati per espiare e propiziare, le cosiddette lustrazioni (da lustratio). Dunque il passaggio dal vecchio al nuovo, la morte (dell’inverno) necessaria alla rinascita (la primavera), “spazio” sospeso che si fa transizione simbolica, perciò il momento degli sconvolgimenti, dei riti, delle cesure, degli esorcismi: «…allora i morti potranno ritornare, poiché tutte le barriere tra morti e vivi sono rotte (…) e ritorneranno giacché in questo momento paradossale il tempo sarà annullato ed essi potranno di nuovo essere contemporanei dei vivi», ci ricorda Eliade.
In alcune regioni fino alle soglie dell’età moderna il Carnevale aveva inizio nel giorno di Santo Stefano, in altre con l’Epifania o dopo la Candelora, infine si è radicata la scelta del 17 gennaio (giorno di sant’Antonio abate); mentre per sancirne la conclusione, come è noto, il calcolo va fatto sulla Quaresima, dunque sulla Pasqua, altra festa mobile che arriva con la prima domenica dopo la prima Luna piena dell’equinozio di primavera (il riferimento è al calendario lunisolare ebraico già usato nella Mesopotamia dei primordi).
Il dies februatus era anche il giorno clou dei Lupercalia, la grande festa romana che cadeva a metà febbraio e che secondo Dionigi di Alicarnasso e Plutarco era ispirata a un remoto rito arcade, durante la quale l’ordine umano era interrotto dall’arrivo degli spiriti della Natura facendo irrompere il Caos con colui che diventerà il Pan romano: il dio Fauno (Faunus Lupercus o Hircus-Faunus). A metà del mese il sangue degli animali sacrificati veniva messo sulla fronte dei giovani luperci che poi correvano seminudi per la città e con strisce di pelli delle bestie uccise frustavano tutti quelli che incontravano e specialmente le donne (era considerato benefico per la fecondità). Festa singolare e inquietante, fu una delle ultime ad essere cancellata dal cristianesimo, esattamente nell’anno 495, e secondo alcuni sostituita dalla “Festa della Purificazione di Maria” (anche “Festa di san Simeone”) e poi “Presentazione del Signore” (poi spostata al 2 febbraio e chiamata pure “Candelora” per via della distribuzione di candele protettive), un data che ricordava la cosiddetta “Presentazione al Signore”, ovvero il momento in cui il primogenito di ogni coppia, dopo 40 giorni dalla nascita, doveva essere condotto al cospetto di dio.

LEGGENDE “ZUCCHEROSE”
Alle feste religiose di questo periodo dell’anno, quasi tutte dalle origini assai remote, col tempo si sono aggiunte altre festività spesso prive di qualsivoglia storicità. Tra quelle ancora in auge c’è il ricordo di un santo di nome Valentino, anche se il calendario liturgico in quella data festeggia Cirillo e Metodio. Il resto, per dirla, con il professor Cattabiani, sono “leggendine zuccherose” create ad arte per giustificare narrazioni variegate quanto inventate. Un Valentino che sarebbe vissuto nel III secolo, ad esempio, nella realtà storica non è mai stato un santo, mentre del più noto Valentino patrono di Terni (decapitato nel 273 a Roma) si sa poco e male dal momento che l’agiografia (una passio dell’VIII secolo) è considerata dagli specialisti di attendibilità quantomeno dubbia, l’unica cosa certa è che il suo successo popolare si deve all’opera di marketing praticata dai benedettini lungo il generoso (con la Chiesa) medioevo. Del resto è cosa nota che le vite di tanti martiri cristiani sono risultate prive di riscontri, al punto che molti di essi sono stati “declassati” dalla stessa Chiesa cattolica per mancanza di adeguate prove a sostegno (è successo persino a san Gennaro) o persino cancellati dal calendario perché, si è scoperto, non erano mai esistiti. Così come sono risultate infondate altre vivaci quanto romantiche ricostruzioni, compresa la storia narrata da Geoffrey Chaucer sul fidanzamento di Riccardo II, insomma, l’unica certezza da riporre è sulla potenza della fantasia, specie se si tratta del grande bardo: «Domani è san Valentino e, appena sul far del giorno, io che son fanciulla busserò alla tua finestra, voglio essere la tua Valentina», scrive nel 1601 l’immenso Shakespeare (“Amleto”, scena V, atto IV). Ma lasciamo le immaginifiche vette della letteratura e torniamo alla storia della festa per antonomasia.

ISIDIS NAVIGIUM
Molti credono che il nome Carnevale derivi dall’espressione “carnem levare”, cioè “togliere la carne”, con chiaro riferimento alla successiva Quaresima, ma questa chiave di lettura evidentemente legata alla religione cristiana e attestata solo tra il XIII e il XIV secolo (peraltro ben rappresentata da Pieter Bruegel il Vecchio nel dipinto “Lotta tra il Carnevale e la Quaresima”) è stata messa in discussione già nei secoli passati. Nell’Ottocento, ad esempio, il tedesco Karl Joseph Simrock ripropose un’altra spiegazione: il termine deriverebbe da “car(rus) navalis”, carro navale, quello usato nella grande festa che in tutto l’impero romano si teneva il 5 marzo in onore di Iside: l’Isidis navigium. Tranne nei luoghi di mare o nelle città con fiumi o canali come Parigi o Milano, dove era possibile far galleggiare delle vere imbarcazioni celebrative, la nave isiaca aveva le ruote e proprio come un carro carnevalesco dei nostri giorni veniva abbellita e colorata con fiori, drappi e altri manufatti allegorici, il più grande di quali raffigurava la grande “Regina degli dei”.
Nel primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera, l’”imbarcazione” guidava le lunghe processioni – una simbolica rievocazione del recupero del corpo smembrato del suo sposo e fratello Osiride e la sua rinascita – che erano accompagnate da una grande folla di donne e uomini. Un corteo di cui abbiamo una preziosa testimonianza grazie allo scrittore romano Apuleio (un iniziato ai misteri isiaci): «Cominciò a sfilare la solenne processione. La aprivano alcuni riccamente travestiti secondo il voto fatto: c’era uno vestito da soldato con tanto di cinturone un altro da cacciatore (…) un terzo, mollemente ancheggiando, tutto in ghingheri, faceva la donna: stivaletti dorati, vestito di seta, parrucca…».
E più oltre: «Donne bellissime nelle loro bianche vesti, festosamente agghindate, adorne di ghirlande primaverili spargevano lungo la strada per la quale passava il corteo i piccoli fiori che recavano in grembo, altre avevano dietro le spalle specchi lucenti per mostrare alla dea che avanzava tutto quel consenso di popolo (…) altre, infine, versavano, a goccia a goccia, lungo la strada, balsami deliziosi e vari profumi. Seguivano uomini e donne in gran numero che con lucerne, fiaccole, ceri e ogni altra cosa che potesse far luce, invocavano il favore della madre dei cieli» (“Metamorfosi”).
Sui punti di contatto con alcune cerimonie religiose dei nostri giorni – dalla festa di sant’Agata a Catania alla processione delle “Cente” nel Cilento passando per le tante processioni dedicate in tutta Europa alla “Stella Maris” (o Vergine dei naviganti) – si è già scritto, ma in tema di “carri” e feste molto movimentate c’è qualcosa di meno conosciuto e molto più remoto su cui soffermarsi.

IL “CAR NAVAL” BABILONESE
Nel 1909, nel corso di una conferenza a Vienna, il filosofo e teologo Florens Christian Rang ricostruì la genealogia della festa carnevalesca: «Per andare a scovare l’origine di questa che tra tutte le feste è la più strana, dobbiamo lasciarci guidare dagli orientalisti verso la Caldea, nella terra madre della nostra religione». Pubblicato postumo nel 1928, lo studio “Historische Psychologie des Karnevals” prende le mosse da quella che per l’illustre studioso tedesco è la collocazione originale della festa: la religione cosmico-astrale mesopotamica, luogo sacro rituale necessario a mettere in connessione il tempo degli dèi e quello degli uomini. La prima indicazione giunge da un’epigrafe babilonese che risale al Terzo millennio avanti Cristo, un testo relativo al sovrano sumero Gudea di Lagash e a una festa particolare, durante la quale «le schiave indossano le vesti delle padrone, i signori servono i loro servitori (…) il potente sta in basso come l’uomo comune». Insomma, per lo studioso – che in quello che chiama “tempo dell’intercalare” riunisce sia le Dodici Notti dei Magi sia le “twelve nights” del Tempo dei buffoni – il Carnevale è dunque il “car naval”, il carro navale che dalle acque del regno infero conduce verso la “fortezza dello Zodiaco”, sino al suo Zenith.

L’EPIFANIA DEI MORTI
Infine è il caso di ricordare che a febbraio (dai Greci chiamato antesterione) aveva luogo il più famoso dei riti religiosi segreti dell’antichità: i Misteri minori eleusini (i grandi Misteri invece si tenevano in autunno), un rituale caratterizzato da suoni, musiche e danze finalizzati ad avvicinare a quella trance estatica che insieme alla catabasi (descensus ad inferos) era parte essenziale del processo di rivelazione e del rituale di iniziazione.
In attesa della morte del Carnevale (di cui si occupò anche James George Frazer) tornano in mente le parole di un grande studioso del Novecento, il già ricordato Alfredo Cattabiani, che a giusta ragione considerava «riduttive e fuorvianti» le interpretazioni che banalizzano il Carnevale come una semplice «valvola di sfogo degli istinti repressi». E spiegava: «Il dies festus, il giorno di festa, era dedicato agli dèi (…) Testimoniava una cesura del tempo lineare, un ritorno del tempo mitico: memoriale che ri-attualizzava un’epifania sacra». Atto che si rifletteva nell’uso delle maschere perché esse rappresentano «l’epifania dei morti che riaffiorano e si confondono con i vivi nel generale rimescolamento: terrificanti e vitali, aggrediscono, spaventano (…) prendono al laccio, rapiscono, si comportano da folli e buffoni…».
Per essere ancora più chiari: «Quelle maschere sono in realtà l’epifania della morte che tutto rinnova, della tredicesima carta dei tarocchi: al fondo di ogni autentico Carnevale vi è infatti questa presenza, pur non avvertita coscientemente, che lo rende tragico nella sua apparente allegra sfrenatezza». Perciò, sebbene il Carnevale odierno sia solo una «contraffazione edulcorata di quello autentico», va ricordato che «la psiche, che avverte pur oscuramente la presenza di archetipi non estirpabili, non riesce ad adattarsi alla concezione strumentale del tempo…», costretta a rifugiarsi nel mondo dell’immaginale, là dove «intatto scorre, indifferente al formicolio di lampyrides nel corpo dell’anno, il tempo nel suo ciclico fluire».

IL FUNERALE
I morti e la morte, a cominciare da quella dello stesso Carnevale. In Italia come altrove – e come in altre feste che riverberano i riti di passaggio – le tradizioni popolari ripropongono simbolicamente la “cesura” attraverso la messa in scena dei cosiddetti “funerali del Carnevale”. Momenti che hanno il loro acme con la spettacolare distruzione del fantoccio che rappresenta il “re carnevale”, di fatto una vera e propria cerimonia con tanto di “veglia”, di “marcia funebre”, pianti disperati e persino la lettura di un “testamento”. Un esempio da manuale è ancora visibile a Montemarano, il cui Carnevale (e soprattutto il suo “funerale”) sono entrati nei libri di antropologia grazie ad appassionati studiosi che lo hanno documentato negli anni Settanta anche con foto e riprese video, una documentazione pioneristica quanto preziosa che mostra, ovviamente in bianco e nero, anche la spettacolare scena finale: l’esplosione del fantoccio che rappresenta il Carnevale. Momento topico che chiudeva il caotico susseguirsi di balli, travestimenti, scherzi, scorpacciate, musica, trasgressioni e altri colorati eccessi molto simili a quelli che avevano luogo duemila e passa anni prima nel corso delle antiche Dionisie (o Antesterie) dell’antica Grecia o degli ugualmente movimentati Saturnalia romani.
Il lavoro degli studiosi impegnati in Irpinia fu raccolto nel volume “Carnevale si chiamava Vincenzo” uscito nel 1977 e firmato da Annabella Rossi e da Roberto De Simone. E approfittiamo del grande maestro recentemente scomparso per ricordare una figura chiave, quella di Pulcinella: «Le maschere esprimono profondamente la morte. L’abito bianco, che è un abito iniziatico in molte culture, è considerato tale proprio perché indica la condizione di morte col quale l’iniziato entra nel rituale». E più avanti. «Un tale abito si riscontra anche nei tarantati di Puglia, nei fujenti della Madonna dell’Arco, negli abiti battesimali o da comunicandi. Per le altre relazioni con la morte il suo stesso nome associa questa maschera ai gallinacei e si sa come nelle antiche culture questi animali fossero collegati a divinità infere (Proserpina, Ecate, eccetera)».

L’ALTRO PULCINELLA
Stratificazione di miti e riti, Pulcinella occupava un ruolo oggi rimosso, caleidoscopico riflesso di quell’origine gallinacea che aveva la sua origine nei remoti simbolismi mitologici ed esoterici che oggi sopravvivono solo nella più grande organizzazione iniziatica del mondo, la massoneria. Annunziatore della luce, basti dire che l’immagine dell’animale (il gallo) è visibile, insieme a molte altre, in uno dei momenti più delicati del cammino del recipendiario verso quell’alchemica trasformazione interiore che è l’iniziazione.
Un riflesso visibile e intuibile che si coglie nella profana figura del carnascialesco Pulcinella è il contrasto tra il bianco del suo vestito-sudario e il nero della priapesca maschera, la luce e il buio. Tracce di un altrove di cui è sempre più difficile riconoscere anche solo il riverbero. Ecco le parole di un importante drammaturgo novecentesco, Annibale Ruccello, a proposito della maschera più famosa e meno compresa della tradizione napoletana: «Dopo Petito inizierà il definitivo declino di Pulcinella. Ridotto a rappresentante del più logoro folklore e dei più beceri luoghi comuni su Napoli e sui napoletani, sopravvivrà, con tutta la sua valenza demoniaca ed infernale, solo nei carnevali popolari (…) ritornando là dove era partito».
L’Uovo della tradizione e il piccolo pulcino, che nella terra delle Sirene – figure d’amore e di morte – non poteva che assumere il ruolo di tramite tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Rumoroso spirito dell’altrove, Pulcinella, come gli altri protagonisti del Carnevale, ha ormai smesso di far ridere i viventi ma sicuramente continua a ispirare chi si trova oltre la soglia.



