di Stefano Carluccio
Passeggiando nei centri storici di molti comuni irpini, soprattutto nelle ore pomeridiane, il silenzio è spesso l’unico compagno. Serrande abbassate, finestre chiuse da anni, porte murate o sorrette da travi improvvisate raccontano una storia di abbandono lento ma costante. Le case ci sono, i vicoli pure, così come un patrimonio architettonico e identitario di grande valore. Eppure, manca l’elemento fondamentale: la vita. La domanda allora diventa inevitabile: perché, nonostante l’emergenza abitativa in alcune fasce sociali e le tante risorse potenzialmente disponibili, non si investe davvero nel recupero dei centri storici?
Il fenomeno delle case vuote non è nuovo. Affonda le sue radici nello spopolamento che, dagli anni Ottanta in poi, ha colpito duramente le aree interne. Emigrazione verso le città, calo demografico, invecchiamento della popolazione e mancanza di servizi hanno progressivamente svuotato i borghi. Le abitazioni lasciate dai residenti sono rimaste spesso nelle mani degli eredi, divise tra più proprietari, con successioni mai completate e vincoli che rendono qualsiasi intervento complesso e costoso.
Uno dei primi ostacoli al recupero è proprio di natura burocratica. La frammentazione della proprietà rende difficile avviare progetti di ristrutturazione, soprattutto quando gli eredi vivono lontano o non sono interessati a investire. A questo si aggiungono i vincoli urbanistici e paesaggistici che, se da un lato tutelano il valore storico dei luoghi, dall’altro allungano i tempi e aumentano i costi per chi vorrebbe intervenire. Permessi, autorizzazioni, pareri incrociati: un percorso spesso scoraggiante, soprattutto per giovani coppie o piccoli investitori.
C’è poi il nodo economico. Ristrutturare una casa nel centro storico può costare più che costruirne una nuova in periferia. Gli incentivi statali, come i bonus edilizi, hanno offerto opportunità importanti, ma non sempre sono stati accessibili o sostenibili nei piccoli comuni. In molti casi è mancata una regia locale capace di accompagnare i cittadini, fornire informazioni chiare e favorire interventi coordinati. Il risultato è stato un utilizzo frammentario delle risorse, senza una reale strategia di rigenerazione urbana.
Un altro elemento critico è la mancanza di servizi. Recuperare una casa ha senso se intorno c’è una comunità viva: scuole, trasporti, presidi sanitari, attività commerciali. Senza questi elementi, il centro storico rischia di trasformarsi in un bel contenitore vuoto. Molti comuni hanno investito negli anni in nuove aree residenziali, spostando di fatto il baricentro della vita quotidiana altrove. I centri storici sono rimasti ai margini, percepiti come luoghi del passato, poco funzionali alle esigenze moderne.
Eppure, le potenzialità sono evidenti. In un’epoca in cui si parla sempre più di qualità della vita, sostenibilità e turismo lento, i borghi irpini potrebbero rappresentare una risorsa strategica. Case recuperate potrebbero diventare abitazioni per giovani, spazi per il lavoro da remoto, residenze per anziani autosufficienti o strutture di accoglienza turistica. Esperienze simili, in altre regioni italiane, dimostrano che il recupero è possibile quando esiste una visione chiara e condivisa.
Il problema, però, non è solo economico o amministrativo. È anche culturale. Per anni il centro storico è stato associato all’idea di arretratezza, di mancanza di comfort, di sacrificio. La casa nuova, con garage e ascensore, è diventata il simbolo del progresso. Recuperare l’esistente richiede invece un cambio di mentalità: riconoscere il valore della memoria, dell’identità, della prossimità. Un processo che non può avvenire senza il coinvolgimento attivo delle comunità locali.
Un ruolo chiave potrebbero giocarlo i comuni, attraverso politiche più coraggiose. Censire le case vuote, facilitare l’incontro tra proprietari e potenziali acquirenti, offrire incentivi fiscali locali, semplificare le procedure. Alcuni enti hanno avviato progetti di “case a un euro”, ma spesso si sono rivelati più operazioni simboliche che soluzioni strutturali. Senza servizi, senza una visione di sviluppo, il rischio è quello di attrarre solo investitori occasionali, senza ricadute durature sul territorio.
Anche il PNRR rappresenta un’occasione importante, ma non priva di criticità. I fondi destinati alla rigenerazione urbana e ai borghi rischiano di essere utilizzati per interventi spot, scollegati da una strategia complessiva. Restaurare una piazza o rifare una facciata non basta se le case intorno restano vuote. Serve un approccio integrato, che metta insieme abitare, lavoro, servizi e cultura.
Infine, c’è la questione del tempo. Il degrado avanza più velocemente dei progetti. Ogni inverno che passa, ogni tetto che crolla, ogni infiltrazione non riparata rende il recupero più difficile e costoso. L’abbandono genera altro abbandono, in un circolo vizioso che sembra difficile spezzare. Ma rimandare significa perdere, pezzo dopo pezzo, un patrimonio che non è solo edilizio, ma sociale e umano.
Investire nel recupero dei centri storici non è solo una scelta urbanistica: è una scelta politica e culturale. Significa decidere che quei luoghi hanno ancora un futuro, che non sono destinati a diventare scenografie vuote o musei a cielo aperto. Significa credere che l’Irpinia possa ripartire anche da lì, dalle sue case silenziose, restituendo loro voci, luci accese e porte finalmente aperte.



