di Virgilio Iandiorio
In un opuscolo di quaranta pagine intitolato Siamo ariani?, pubblicato da uno dei direttori del giornale L’unità del Popolo nel 1939, Gino Bardi sosteneva la sua tesi contro il regime fascista, intollerante dal punto di vista razziale. Nel 1938 il regime fascista pubblicò il suo Manifesto della razza (le leggi razziali), che insieme ad altri eventi internazionali, attirarono l’attenzione negativa degli italoamericani. Una posizione unica, italo-americana, contro la discriminazione.
Gino Bardi incarna il punto d’incontro tra comunisti italiani e americani nella prima metà del XX secolo. Egli era nato in Italia nel 1907 ed emigrò con la famiglia a New York da bambino. Negli USA, Bardi conseguì la laurea in filosofia alla Columbia University. Scrisse contro le discriminazioni e l’antisemitismo nella pagina culturale del settimanale L’Unità del Popolo. Fu un membro attivo dell’American Labor Party e tenne conferenze presso la Garibaldi American Fraternal Society e l’International Workers Order (IWO) in tutto lo Stato di New York. Nel marzo del 1939, divenne co-direttore de L’Unità del Popolo, settimanale di otto pagine in italiano e inglese con una tiratura che raggiunse le 10.000 copie nel 1940. (BRENDAN HENNESSEY, Resisting Discrimination and Anti-Semitism on the Culture Page of L’Unità del Popolo, 1939–1941 in Italian American Review Winter 2014 • Volume 4 • Number 1).
Nell’opuscolo Are we Arians? ( nella traduzione italiana, Siano Ariani?) Gino BARDI passa in rassegna la storia antica della penisola italiana e i tanti popoli che vi si erano stanziati o come invasori o come coloni o come prigionieri. In particolare gli Ebrei, che vivono in Italia da più di mille anni sono italiani come gli altri milioni di discendenti da famiglie italiane.
A proposito dell’antichità di permanenza in Italia degli Ebrei, Gino Bardi fa riferimento a Cicerone, dimostrando anche di avere conoscenza della storia romana e della letteratura latina. Il riferimento del Bardi è all’orazione ciceroniana Pro Flacco, tenuta nel 59 a. C., in cui l’oratore parla degli Ebrei. La vertenza giudiziaria vede Cicerone in difesa di Flacco, governatore romano nella provincia d’Asia, accusato di concussione da Decimo Lelio, il quale presenta una serie di testimoni di etnie diverse. Cicerone attua la tattica, prima ancora di portare prove in difesa del suo assistito, di togliere credito alle accuse di Decimo Lelio.
“C’è poi la questione dell’oro degli Ebrei (Sequitur auri illa invidia Iudaici), e quest’imputazione così odiosa. Ecco certamente, perché questa causa è perorata presso i gradini di Aurelio (il tribunale Aureliano nel foro); è per questo capo d’accusa, Lelio, che avete scelto questo luogo e questa folla di Ebrei che li circondano. Sapete qual è il loro numero, la loro unione, il loro potere nelle nostre assemblee… Era costume ogni anno inviare dell’oro a Gerusalemme a nome degli Ebrei d’Italia e da tute le nostre province, ma Flacco emanò un editto che proibiva questa esportazione dalla provincia d’Asia…Opporsi a questa barbara superstizione fu un atto di fermezza, e sfidare nel pubblico interesse la folla degli Ebrei (multitudinem Iudaeorum) che talvolta infiamma le nostre pubbliche adunanze fu un atto di somma responsabilità”. E Flacco fu assolto dall’accusa di essersi appropriato dell’oro degli Ebrei.
Scrive Bardi nel suo piccolo ma interessante libro:” Diversamente dalle altre, la storia italiana degli Ebrei non è scritta in pagine di sangue. Le vittime Ebree dell’Inquisizione Spagnola trovarono santuario in Italia. Da un tale profugo discendeva uno dei nonni di Irene Coen Lazatti, madre del Sindaco di New York, Fiorello La Guardia”.
Varrebbe la pena di far leggere e studiare agli studenti l’orazione di Cicerone Pro Flacco.



