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Cogliano racconta l’Irpinia dal dopoguerra all’avvento del fascismo: l’emergere di nuove realtà politiche e il sogno infranto del cambiamento

Il 13 dicembre la presentazione del saggio dello storico irpino al caffè solidale Hope

Si fa paradigma delle dinamiche che attraversano tutto il Mezzogiorno all’indomani della Grande Guerra il volume di Annibale Cogliano “L’Irpinia dal dopoguerra all’avvento del fascismo”, La Valle del Tempo edizioni. Il saggio, frutto di un’attenta ricerca storiografica, ricostruisce la crisi dello Stato Liberale, l’emergere di nuove domande sociali e culturali, l’affermarsi di movimenti popolari pronti a rivendicare i propri diritti e l’avanzare di nuove forze politiche. Cogliano pone l’accento sul duro prezzo pagato dalle popolazioni nella Grande Guerra, non solo in termini di morti e feriti ma anche di caro vita, requisizioni e privazioni. In Irpinia sono 52.000 gli arruolati, 12.000 i morti in guerra, di cui 7000 causati dalla Spagnola, a cui si aggiungono miseria e sofferenza di massa. A far sentire la loro voce sono i combattenti, fanti reduci e ufficiali che chiedono di continuare a ricoprire ruoli di comando o pretendono un risarcimento per quanto hanno patito, un lavoro, assistenza sanitaria e sussidi. Si costituiranno in associazioni, con una forte adesione di massa, andando a colmare il vuoto politico esistente. Ma il rinnovamento della vita politica e sociale di cui si faranno portavoci resterà sulla carta, allo stesso modo, l’apoliticità del movimento sarà presto messa in discussione con l’Associazione Nazionale Combattenti ponta a schierarsi a sostegno dei Liberali. Ne è un esempio l’assemblea  del 17 settembre 1919, nei locali della Società operaia avellinese, convocata per dare vita all’Associazione Combattenti. A presiederla sarà Alberto Di Marzo, ufficiale smobilitato, tra i proprietari delle miniere di Tufo. Un cammino, quello dell’Associazione Combattenti, più volte al fianco dei contadini nelle proteste per l’assegnazione delle terre, che si concluderà con l’ingresso nelle fila del Partito Fascista. A contrastare le vecchie forze politiche anche il Partito socialista, che si afferma in maniera netta nei centri minerari di Tufo ed Altavilla, nel polo conciario di Solofra, e trova nei ferrovieri la punta più avanzata di classe in Irpinia con la costituzione della Fondazione del Partito socialista capeggiata dal coraggioso Ferdinando Cianciulli e la nascita del Partito Comunista d’Italia.  Ad emergere con forza le diverse caratteristiche del movimento nel capoluogo e in provincia. Se ad Avellino sono ceti artigianali e intellettuali ad assumere la guida del Blocco Popolare, a Solofra e Altavilla dominante sarà la componente popolare, nei comuni dell’Alta Irpinia a sposare le idee socialiste saranno soprattutto i contadini. Ferdinando Cianciulli, idealista con una grande carica utopica, sarà l’anima del socialismo irpino ma la sua azione potrà ottenere pochi risultati, in un quadro di arretratezza socio-economica e nell’assenza di coordinamento con il resto del paese. Nè Cogliano dimentica le felici esperienze amministrative socialiste di Solofra, Altavilla, Rocchetta Sant’Antonio, e non è un caso che si tratti di paesi in cui esistono forti nuclei operai storici e bracciantili.  Esperienze come quelle di Solofra  dureranno poco ma daranno frutti preziosi, dall’attivazione dei servizi sociali per anziani alle scuole per analfabeti fino alla nascita di un’agenzia bancaria. Un movimento, quello socialista, duramente represso dai fascisti con la graduale riconquista di tutte le amministrazioni.

Lo stesso Partito Popolare, guidato da Eugenio De Rosa, docente di lettere al liceo Colletta che pure appariva la formazione più innovativa del dopoguerra, con un buon risultato alle elezioni del 1919, perderà la sua cifra distintiva accogliendo transfughi di altri partiti. Sarà una delle ragioni della sua dissoluzione. Ne sono esempio personaggi come Modestino Romagnoli, presidente della Camera di Commercio e già presidente del Consorzio Agrario, già fedelissimo del ministro Francesco Tedesco, accusato di una presunta frode al Consorzio granario provinciale e vittima di un vero linciaggio morale e politico e Nicola Ferrara, ex repubblicando già compagno di strada di Rubilli. Ben poco del programma avanzato dei Popolari, legato al suffragio universale allargato alle donne, al riconoscimento della libertà dell’organizzazione di classe nell’unità sindacale, alla riforma agraria, alla promozione di un movimento cooperativo, potrà essere attuato in un contesto ancora dominato da rapporti semifeudali e da una Chiesa riformatrice con una forte resistenza da parte dei Liberali. Fra le poche iniziative portate avanti, la nascita di casse rurali con l’obiettivo di sottrarre i contadini all’usura fino all’assegnazione di terre incolte a cooperative nei comuni di Orsara e Rocchetta Sant’Antonio. Una concessione che non darà, però, i frutti sperati, senza la garanzia di bonifiche, viabilità, formazione professionale, con costi superiori al possibile reddito, si rivelerà fallimentare.

Grande attenzione è rivolta nel volume anche alla ricostruzione dei caratteri dello squadrismo locale che accompagna l’ascesa del fascismo, capeggiato dal napoletano Aurelio Padovani, ex ufficiale pluridecorato e dal pubblicista irpino Giovanni Preziosi. Uno squadrismo differente da quello del centro-nord del Paese con l’assenza di agrari o industriali, di partiti di Sinistra di rilievo o di Camere del lavoro da ridurre al silenzio. Fanno eccezione un Circolo proletario e un Circolo ferrovieri fra il capolugo e Atripalda e una modesta presenza sindacale negli stabilimenti di Solofra e nei centri minerari di zolfo di Altavilla e Tufo.  Eppure non mancano gli episodi di violenza ai danni degli operai socialisti della miniera di Altavilla, di legionari, nazionalisti, cittadini inermi, amministratori liberali. A comporre le fila dello Squadrismo studenti universitari, rampolli dei ceti professionali e proprietari, giunti nel capoluogo per frequentare la Scuola Enologica, cresciuti nel mito della patria da rendere grande, strappando Trento e Trieste all’Austria, guidati da ex ufficiali in cerca di una nuova identità. Come Aurelio Padovani, pluridecorato della Grande Guerra, deciso ad avviare una rivoluzione delle istituzioni, a distruggere il sistema clientelare meridionale.

Sarà, poi, la Marcia su Roma ad aprire le porte al trasformismo dilagante dei vecchi gruppi dirigenti liberali e spianare la strada agli ex ufficiali reduci dalla Guerra. La morte accidentale del giovane fascista Gino Buttazzi, e le accuse rivolte a un socialista, Lazzaro Battista, seguite dalla messa a ferro e fuoco della città nel maggio del 1923 determineranno, infine, un cambio di direzione da parte del Partito Nazionale Fascista con la repressione dello squadrismo incontrollato, il rinnovamento della classe dirigente e il tentativo di legittimarsi come Partito dell’Ordine. Con la messa fuori gioco di Padovani sarà la quasi la totalità delle forze politiche irpine ad allinearsi al Governo Nazionale.  Sarà quindi un nuovo squadrismo, fatto convogliare nella Milizia per la sicurezza nazionale, ad affermarsi, colpirà ex fascisti o fascisti dissidenti, minacciando liberali e socialisti per dimostrare che nessuna opposizione politica è possibile mentre si affermerà in modo straripante la Lista Nazionale di Mussolini. Gli ultimi fuochi di resistenza si accenderanno con l’assassinio di Giacomo Matteotti, dal Comitato delle opposizioni, guidato da Ireneo Vinciguerra, costituitosi ad Ariano agli articoli di Guido Dorso sulle pagine del Corriere che ben ricostruiscono il clima politico di quegli anni. I sovversivi saranno neutralizzati e ridotti al silenzio attraverso strumenti repressivi o provvedimenti di ammonizione, licenziamenti o ritiro di licenze.

Il volume “L’Irpinia dal dopoguerra all’avvento del fascismo” sarà presentato venerdì 13 dicembre, alle 17.30, presso Hope Caffè solidale. Introdurrà Giovanni Capobianco. A confrontarsi con l’autore Mimmo Limongiello, Fiorenzo Iannino, Matteo Zarrella e Salvio D’Acunto

 

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Floriana Guerriero

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