Aldo D’Andrea è stato candidato sindaco alle scorse Amministrative 2024 per la lista Unità Popolare. A lui la parola per una riflessione sulla crisi che ha portato al commissariamento del Comune di Avellino: “Guardatevi dalla gelosia, mio signore, essa è un mostro dagli occhi verdi che dileggia il cibo di cui si nutre… così Shakespeare fa dire a Iaco, rivolgendosi al doge Otello. E tragedia si compì con la morte di Desdemona. Vero è che lo scomodare tanta arte turba, se riferita alla pochezza delle vicenducce nostrane, di Avellino s’intende, pur tuttavia, gli ingredienti della tragedia shakespiriana qui emergono per l’aver promosso la inattesa farsa teatrale, con allegati dialoghi stucchevoli e disagi irritanti”.
“L’accidente: l’amministrazione Nargi, ad un anno dalla sua proclamazione, non è più. Irrompe ora sul proscenio dell’avanspettacolo cittadino quanto il filosofo francese Guy Debord descrisse nelle sue tesi della ‘Società dello Spettacolo’, nel 1967, arrivando alla conclusione che con la mistificazione si arriva ad ottenere la separazione tra le immagini e la vita reale. In Avellino questo è. Dire che nella realtà c’è la crisi del commercio, ultima note riguarda la chiusura di Zara al Corso, è corretto? E’ corretto asserire che vi è crisi della edilizia popolare?”.
“E’ corretto ‘refertare’ che a causa della forte emigrazione giovanile, Avellino perde annualmente residenti, braccia e cervelli? Per non menarla a lungo, si può concludere dicendo che se di questo cahier de doleance, appena agli accenni, è opportuno interromperne la declinazione per carità di patria, non è certo lecito tacere ‘delle sfolgoranti assenze delle politiche’ connesse alla mancanza di visione di un futuro prospettico capace di invertire il corso del declino della Città”.
“Orbene, due sono le domande impellenti: la prima è di chi la colpa. La risposta è facile, perché essa, la colpa, è di tutti noi, elettori, ceto dirigente, cittadini in generale. Del ceto dirigente politico che è succeduto a quello degli anni 80, salvo poche eccezioni, è ‘meglio il tacer che il dir’. La seconda domanda a cui dar risposta è sul che fare.
Qui la cosa si complica perché, se è vero che godiamo della libertà di pensiero, un pensiero bisogna pur averlo affinché possa poi essere liberamente espresso. E allora, se non distratto: finora, che ‘pensiero’ irrompe e chi ha lume per le cosucce suddette, quelle riguardanti futuro e sviluppo? Forse trafori, buchi di montagne, grattacieli nei cortili da far impallidire Milano, connessioni spaziali? Bah!”.
“Se ci s’intende orientare per lo sviluppo da collegare a attività di imprese, necessita ‘pensare’ che il trasporto su gomma è antieconomico, come pure lo sono i costi dell’energia e dello smaltimento. Collegare Avellino con Grottaminarda su rotaie è occasione da non perdere, e non ci sono montagne da scalare. Se ci si vuole orientare sulla promozione agricola delle bontà nostrane, occorrerebbe che Avellino vestisse nuovamente i panni di capoluogo dell’Irpinia, attraverso una Fiera espositiva permanente, ricorrendo indispensabilmente all’apporto culturale di Istituti prestigiosi presenti in Città, ma delittuosamente e stupidamente ignorati”.
“Se ci si volesse dedicare a promuovere l’industria del tempo libero, attraverso eventi ludici e di impatto culturale, si potrebbero utilizzare le energie fantastiche di prestigiosi istituti, di Accademie musicali, di Associazioni paesaggistiche, tutti già presenti in Città. Insomma, ripetendo, si potrebbe ragionare liberamente, con sobrietà, ma non certo in assenza di pensiero o, peggio, sostituendo ad esso mistificazione e enfatiche sciocchezze. Cincischiare quindi, perdendo anche il proprio tempo, tra assegnazioni di ‘colpe’, o peggio, tra giustificazioni varie per ‘il fattaccio’ accaduto, mi sia consentito il ricorso al salvifico ‘francesismo del chi se ne frega’. Avellino ha altro a cui pensare, perché qui noi cittadini viviamo non bene anche il quotidiano, con strade rotte, con servizi costosi oltremodo etc etc”.
“Si ha voglia di girare pagina? Necessitano innanzitutto cenacoli di intellettuali e artisti in cui predomina il libero e gratuito conversare, vista l’assoluta abdicazione attuale che i partiti politici hanno fatto da questa sana abitudine, essendo indaffarati per tutt’altro, o, per la precisione, per la conta delle loro vettovaglie in dispensa. Poi, come doveroso, agli elettori ‘l’ardua sentenza’. ‘Dixit et salvavi animam meam’, ovvero tolto il fardello dalle spalle, si faccia come meglio aggrada”.