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Contrastare la povertà educativa nel Mezzogiorno, l’unica scelta possibile è investire sulla scuola

Nel volume di Paolo Saggese un’analisi storica sulle peculiarità del ritardo del Sistema scolastico meridionale nei confronti delle regioni italiane più trainanti sul piano economico.

Ferdinando Di Dato

La scuola e la «Questione meridionale» nel primo secolo dell’Unità Nazionale. Vol. 2 Campania, Puglia, Sicilia e Sardegna, è il titolo del secondo libro, secondo di quattro volumi sulla scuola italiana, di Paolo Saggese. L’autore offre con questo suo saggio un’analisi storica sulle peculiarità del ritardo del Sistema scolastico meridionale nei confronti delle regioni italiane più trainanti sul piano economico. Per l’autore il presente è sempre gravido del passato, infatti, sostiene che il ritardo delle attuali debolezze del sistema scuola partono già dal primo secolo dell’Unità nazionale. Saggese esamina la spinosa questione attraverso l’ottica dei pedagogisti, economisti, politici, letterati che hanno dato un notevole contributo alla costruzione del nostro paese e che erano accomunati dalla stessa convinzione che solo attraverso la promozione di una scuola di qualità era possibile rilanciare il Mezzogiorno. Saggese mirabilmente fa conversare tra loro intellettuali come Francesco De Sanctis, Francesco Saverio Nitti, Antonio Gramsci, Don Sturzo, Aldo Moro, don Lorenzo Milani, Pasquale Villari, Giustino Fortunato, Jessie White Mario, Manlio Rossi Doria, che sembravano tutti concordi ad invitare governi e le istituzioni ad agire, vista la loro responsabilità storica. Molti intellettuali e politici del sud, purtroppo, sono sempre stati “individualisti” e adialettici, viziati da quella che Hegel definiva l’incapacità di vedere gli aspetti propositivi insiti nell’antitesi o nel negativo, limitandosi alla lamentela fine a se stessa e staccandosi perciò dai processi politici reali, che inglobano invece il negativo come parte di sé, per promuovere la sintesi. Per l’autore infatti il limite era nell’incapacità della classe politica meridionale e italiana di fine Ottocento, che non è stata capace di trasformare le lamentele degli spiriti più pensosi del tempo in un’immane forza del negativo che dialettizza la tesi e promuove la sintesi. Questa classe politica è stata incapace di sollevare soprattutto attraverso l’istruzione le popolazioni meridionali dalla loro condizione di marginalità e spingere alla modernità la società contadina, nella quale non c’era consapevolezza del valore dell’istruzione perché le stesse discipline scolastiche apparivano estranee alla vita quotidiana dei campi: la scuola, insomma, non era vista come strumento di riscatto sociale. Nel meridione mancavano le aule e i docenti e vigeva una scuola classista. Per comprendere ciò, basti leggere, in particolar modo, le pagine dedicate a Tommaso Fiore, a Giuseppe Di Vittorio, a Leonardo Sciascia e all’azione dell’Unla-Unione nazionale per la lotta contro l’analfabetismo.

Il testo parte dai tentativi di Carlo di Borbone e dei napoleonidi nel decennio francese di creare un minimo insegnamento elementare nelle province napoletane, con l’obiettivo di combattere l’analfabetismo vigente nel regno. Questo tentativo, purtroppo, fu messo da parte dal regime borbonico nella “seconda restaurazione”, dopo il Congresso di Vienna. Il Borbone per paura del liberalismo assunse atteggiamenti fortemente repressivi e di censura, controllando di tutte le attività culturali che potessero fare opinione, tra queste la scuola. Problematica che verrà definitivamente affrontata solo dallo Stato unitario italiano, che si propose di affrontare la tragica arretratezza sociale del Mezzogiorno. Ricordiamo che nel 1861 Francesco De Sanctis, allora ministro dell’Istruzione, effettuò un’epurazione dell’Università di Napoli, dei professori reazionari e filoborbonici, «lontani dalle moderne acquisizioni scientifiche e metodologiche allora dominanti in Europa». Ma, nonostante tutto, la nuova classe politica nazionale e locale rimase indifferente alle proteste della plebe meridionale che viveva in povertà nei fondaci e nell’ignoranza assoluta, subendo anche l’epidemia di colera del 1884.

Lo studio di Saggese pertanto è fondamentale per comprendere le radici storiche non solo delle disparità educative presenti tra nord e sud d’Italia, ma anche di quelle tra le varie parti del meridione d’Italia («la polpa e l’osso» di Manlio Rossi Doria). Il lavoro, partendo dalle tare storiche, vuole creare nel lettore anche una coscienza critica per evitare un uso pubblico e distorto della storia, attraverso il quale i politici e molti intellettuali corrotti e in cattiva fede costruiscono o influenzano le memorie collettive di un paese o di una parte di esso. Infatti l’autore, pur mettendo in evidenza i forti limiti del nuovo Stato unitario, non cade mai in atteggiamenti neoborbonici e neosudisti, ma sempre con toni meridionalistici ci mette in guardia dall’autonomia differenziata che, lungi dall’essere un vero aiuto per il Meridione, potrebbe solo aggravare le disuguaglianze tra le Regioni e allargare sul piano economico la forbice della povertà tra di loro. Per lo studioso irpino la questione meridionale quindi passa soprattutto attraverso la questione della scuola.

La “povertà educativa” genera “povertà economica” e l’impegno dei Governi deve essere sempre più orientato al Sistema dell’istruzione e della formazione di tutta la nazione, affinché il successo del nostro Paese sia il risultato di tutte le sue potenzialità, nessuna esclusa. L’investimento nella Scuola italiana e meridionale potrà dare lo slancio dell’Italia verso i paesi più ricchi e industrializzati d’Europa e del mondo. Secondo l’autore si deve quindi investire nella scuola, ma questo investimento non è un investimento solo materiale, ma sarà invisibile e di lunga durata, perché i risultati non saranno immediati sul breve tempo, ma tangibili solo sulla lunga durata: saranno visibili attraverso il miglioramento del benessere, del PIL, la diminuzione della manodopera non specializzata, della criminalità etc.

Le tesi di Saggese nei fatti non vogliono essere solo una critica teorica, ma politica. Non bisogna solo interpretare la realtà, che noi stessi abbiamo contribuito a creare attraverso il passato, ma agire per migliorare il futuro del nostro paese, per poter meglio competere a tutti i livelli con i paesi più ricchi e industrializzati d’Europa e del mondo.

La scuola può e, quindi, deve trasformarsi da estrattiva, finalizzata solo ad estrarre risorse per una minoranza di privilegiati, a inclusiva con una crescita economica che possa influire sullo sviluppo umano e civile, avendo così un impatto positivo sulla società, con la possibilità di ridurre la povertà, la criminalità organizzata e l’analfabetismo.

L’autore ricostruisce gli avvenimenti attraverso fonti primarie e secondarie, ma si serve in modo particolare di fonti quantitative, provenienti dalle statistiche dei rapporti della SVIMEZ e dell’ISTAT.

Il saggio è, dunque, a nostro avviso, una storia d’Italia e degli italiani attraverso la scuola.

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