di Stefano Carluccio
Vivere nelle aree interne significa spesso fare i conti con una sanità lontana, fragile, a volte assente. In territori come l’Irpinia, caratterizzati da piccoli comuni, popolazione anziana e collegamenti difficili, il diritto alla salute rischia di trasformarsi da principio costituzionale a privilegio geografico. Una distanza che non è solo fisica, ma anche organizzativa e sociale, e che negli ultimi anni si è accentuata, mettendo in discussione l’equità del sistema sanitario pubblico.
Il primo nodo critico riguarda l’accesso ai servizi. Ospedali ridimensionati o chiusi, reparti accorpati, pronto soccorso in sofferenza: per molti cittadini delle aree interne ottenere una prestazione sanitaria significa affrontare decine di chilometri, spesso su strade non adeguate e con trasporti pubblici insufficienti. Un problema che pesa in modo particolare sugli anziani, sui malati cronici e su chi non dispone di un mezzo proprio. In queste condizioni, anche una semplice visita specialistica può trasformarsi in un percorso a ostacoli.
Alla carenza strutturale si aggiunge quella del personale sanitario. Medici di base difficili da reperire, guardie mediche con turni ridotti, specialisti che preferiscono le grandi città o il settore privato. In molti comuni irpini il medico di famiglia è prossimo alla pensione e la sostituzione non è garantita. Il risultato è un sovraccarico per i professionisti rimasti e una minore continuità assistenziale per i pazienti. Un vuoto che rischia di diventare strutturale se non si interviene con politiche mirate.
L’emergenza Covid-19 ha messo ulteriormente in luce le fragilità del sistema. Se da un lato ha dimostrato l’importanza della sanità territoriale, dall’altro ha evidenziato quanto le aree interne siano meno attrezzate ad affrontare crisi improvvise. Ambulatori sottodimensionati, carenza di dispositivi, difficoltà nel tracciamento e nella somministrazione dei vaccini nelle fasi iniziali: problemi affrontati spesso grazie allo sforzo straordinario di operatori sanitari e volontari, più che a una reale pianificazione.
Un altro tema centrale è quello della prevenzione. Nelle aree interne si registra una minore adesione agli screening e ai programmi di controllo, non per mancanza di consapevolezza, ma per difficoltà logistiche. Raggiungere un centro diagnostico può richiedere ore, e questo scoraggia soprattutto le fasce più fragili della popolazione. La prevenzione, che dovrebbe essere il pilastro della sanità pubblica, diventa così un’opzione secondaria, con conseguenze gravi sul lungo periodo.
Eppure, le aree interne potrebbero rappresentare anche un laboratorio di innovazione. La telemedicina, ad esempio, potrebbe colmare parte delle distanze, consentendo consulti specialistici a distanza, monitoraggio dei pazienti cronici e una maggiore integrazione tra ospedale e territorio. Tuttavia, la sua applicazione resta ancora limitata, frenata da carenze infrastrutturali, scarsa digitalizzazione e mancanza di formazione specifica. Senza investimenti concreti, il rischio è che resti solo una promessa.
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha acceso nuove speranze, prevedendo il potenziamento della sanità territoriale attraverso case e ospedali di comunità. Ma nelle aree interne il timore è che queste strutture restino sulla carta o che non siano accompagnate da un adeguato numero di professionisti. Costruire edifici senza garantire personale e servizi significherebbe replicare errori già visti, senza incidere realmente sulla qualità dell’assistenza.
La sanità nelle aree interne non è solo una questione di numeri e bilanci, ma anche di giustizia sociale. Garantire cure adeguate a chi vive lontano dai grandi centri significa contrastare lo spopolamento e difendere la dignità dei territori. Quando un cittadino è costretto a trasferirsi per curarsi, non si perde solo un residente, ma un pezzo di comunità.
Affrontare questa sfida richiede una visione di lungo periodo, che metta al centro il territorio e le sue specificità. Incentivi per i giovani medici, servizi mobili, integrazione tra sanità e assistenza sociale, coinvolgimento delle amministrazioni locali: sono alcune delle strade possibili. Senza interventi strutturali, il rischio è che la sanità continui a essere uno dei fattori che spingono ad andare via, invece che un presidio di sicurezza e fiducia.
La salute non dovrebbe dipendere dal luogo in cui si nasce o si sceglie di vivere. Ridurre il divario tra centro e periferia è una sfida che riguarda l’intero Paese, ma che nelle aree interne, come l’Irpinia, assume un valore ancora più urgente. Perché senza una sanità accessibile e di qualità, non può esserci futuro per questi territori.



