Stessa idealità, stesso orizzonte europeo, la stessa idea alta della politica come servizio. Enzo De Luca e David Sassoli non sono stati soltanto compagni di strada, ma amici uniti da una visione comune: quella di una democrazia fondata sulla responsabilità, sul bene comune e sulla centralità della persona. Un’amicizia nata nella condivisione di un pensiero politico e nutrita da un dialogo costante.
Sassoli è venuto a mancare l’11 gennaio del 2021. “L’ho sentito l’ultima volta la vigilia di Natale del 2021. Si è spento dopo qualche settimana. Commentammo gli ultimi avvenimenti in Russia: Putin aveva dichiarato David persona non gradita dopo che, da presidente del Parlamento europeo, aveva condannato duramente quanto stava accadendo in Ucraina. L’aveva capito prima di tutti. Era sempre netto, rigoroso nelle sue dichiarazioni”, racconta De Luca.
Aveva previsto tutto.
Era profetico nella sua lungimiranza politica e per la sua concezione politica: rappresenta ancora oggi un modello di pensiero, collocandosi pienamente nella tradizione morotea. David è stato un interprete fedele del suo tempo e, con la sua azione, lo ha anticipato, pienamente consapevole della “complessità”, intesa come categoria del pensiero che si richiama alla filosofia di Mauro Ceruti e di Edgar Morin. Entrambi pongono al centro la fragilità delle comunità globali, sempre più interconnesse. Prima ancora della pandemia, Ceruti aveva avvertito che un “battito d’ali di farfalla” poteva mettere in crisi l’intero sistema mondiale. David Sassoli aveva questa concezione rispetto alla guerra, alla crisi ecologica, al riscaldamento globale, alle diseguaglianze sociali. Aveva intuito i pericoli che provenivano dalla Russia di Putin e li aveva messi in relazione con quella che Papa Francesco definisce, nelle sue encicliche, la “guerra a pezzi”.
La sua morte è legata anche a questa dimensione globale?
Sì, in modo tragico e simbolico. David è morto per le conseguenze di un virus legato alla malaria, una malattia che racconta drammaticamente le diseguaglianze del mondo.
Il suo pensiero affonda le radici nel moroteismo.
Profondamente. Sassoli si colloca in quel filone che va da Sturzo a De Gasperi, da Aldo Moro a Martinazzoli, fino a Gerardo Bianco e Ciriaco De Mita per quanto riguarda il nostro territorio. Ricordo spesso un pensiero di Moro del 1937, quando, a 21 anni, affermava che l’Europa era l’unica possibilità di equilibrio mondiale e di difesa della democrazia. Sassoli è stato un interprete rigoroso di quella lezione.
Questa eredità oggi da chi è stata raccolta?
Solo in parte dal Partito Democratico. C’è una componente del Pd, penso all’area che fa riferimento a Dario Franceschini, che conserva questa sensibilità morotea. Ma è un patrimonio che riguarda l’intero mondo cattolico democratico, sul piano culturale e istituzionale. È quella che per semplificazione chiamiamo “cultura di centro”, ma che in realtà è una cultura della responsabilità, del bene comune, dell’equilibrio democratico. L’eredità di David va tenuta viva. Eravamo amici e ricordo che è venuto più volte ad Avellino per partecipare ad alcune iniziative dell’associazione Democrazia Compiuta, di cui sono presidente (il presidente onorario è il professor Francesco Barra). Oggi Democrazia Compiuta vive nel nome di David Sassoli.
Viviamo una crisi della democrazia?
Sì, una crisi profonda: dei partiti, dei sindacati, delle istituzioni, della partecipazione. C’è il rischio di cadere nell’abisso, come dice Ceruti: una fragilità democratica, per dirla come padre Francesco Occhetta, che riguarda soprattutto i più deboli, il Mezzogiorno, il Sud del mondo. La forza del sistema democratico sta nella tutela del più debole. La libertà oggi non è ancora perduta, ma è seriamente a rischio.
Dove può nascere la speranza?
Sassoli lo diceva spesso: la speranza è l’imponderabile. Ma l’imponderabile è legato alla partecipazione e alla passione civile, a ciò che Moro chiamava “bene comune”. Non l’individualismo, non il trasformismo, non la legge del più forte. Senza tutto questo si scivola verso l’autocrazia, come vediamo in Russia, in Venezuela, nei conflitti in Ucraina e in Medio Oriente.
Che cosa possono fare i partiti, in particolare il Pd?
Il Pd è nato nel 2007 proprio per rispondere alla “complessità” dei tempi nuovi e per unire culture diverse – cattolica, socialista, ambientalista – per contrastare una destra sempre più aggressiva. Sul territorio, però, restano divisioni forti. Serve tornare all’idea del partito come comunità, come luogo di partecipazione reale, anche in vista delle grandi scadenze che ci attendono. David Sassoli parlava dell’“Europa della speranza”. Se oggi abbiamo risorse come il Pnrr, lo dobbiamo anche alla sua azione. Per questo fu attaccato duramente, anche in modo volgare, dalla Russia. Sassoli è stato un gigante, un profeta del nostro tempo. Recuperare la sua lezione significa difendere la democrazia, le libertà e l’umanizzazione della modernità. Altrimenti rischiamo davvero di perdere il senso del nostro futuro comune.





