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Concorsi docenti Pnrr: il grande bluff

Superare entrambe le prove previste non rende né abilitati, né idonei

di Egidio Leonardo Caruso

Con il primo bando concorsuale emanato lo scorso 11 Dicembre 2023 ha preso avvio una nuova fase dei concorsi scuola, che secondo quanto stabilito dal ministero prevede a stretto giro l’indizione di un secondo bando. Si tratta dei famigerati Concorsi PNRR così denominati, perché si utilizzano i fondi destinati dall’UE all’Italia nell’ambito del relativo programma di ripresa e resilienza, messo in campo per rispondere alla crisi innescata dalla pandemia da Covid -19.

Occorre illustrare alcuni aspetti importanti, stiamo parlando di procedure transitorie semplificate prima dell’entrata a regime del nuovo sistema di reclutamento (Dl 36/2022), figlie di una lunga interlocuzione con la Commissione Europea, entrambe le procedure hanno come obiettivo l’immissione in ruolo di 70.000 docenti nelle scuole di ogni ordine e grado entro il 2026.

Per raggiungere tale traguardo si è deciso di strutturare le procedure concorsuali predisponendo due prove, una scritta consistente in un test a scelta multipla a carattere multidisciplinare da svolgersi al computer, l’altra orale in cui i candidati sono chiamati ad illustrare dinanzi alla commissione, una lezione simulata relativa alla propria disciplina su un argomento estratto a sorte ventiquattro ore prima, inoltre durante la stessa gli aspiranti docenti estraggono sempre a sorte ulteriori due quesiti relativi alla propria disciplina, infine sono sottoposti a un colloquio in lingua inglese di livello B2.

La platea interessata riguarda tutte le diverse categorie di docenti nei diversi gradi di scuola, dai neolaureati con 24 Cfu, passando per chi è già in ruolo ma vuole cambiare grado/tipologia di posto in virtù di diverse abilitazioni detenute, per arrivare ai cosiddetti “precari storici”, coloro che pur avendo prestato almeno tre anni di servizio nella scuola pubblica, non sono stati stabilizzati definitivamente. Si mette così in moto la grande macchina della preparazione, corsi dedicati per tentare di superare le prove, acquisto di libri, ore e ore di studio per cercare di farsi trovare pronti, spesso dovendo conciliare la famiglia e il lavoro precario con tutto il carico di impegni e responsabilità che ciò comporta, senza tralasciare che in taluni casi non si tratta del primo tentativo di ingresso stabile al lavoro.

Nel frattempo, viste le lungaggini che storicamente caratterizzano i concorsi, i continui cambi di regole sul reclutamento attuati a turno da tutti gli schieramenti politici indistintamente, ci si trova a dover conseguire titoli su titoli, chilometri su chilometri spesso essere costretti quando possibile ad emigrare al Nord, per lavorare con maggiore continuità, sì perché anche un solo punto in più può fare la differenza, per poter raggiungere la meta tanto ambita, e restare in gioco in quello che è ormai diventato un “sistema di scatole cinesi”, dove quando finalmente pensi di aver raggiunto il traguardo dopo anni di studio, sacrificio, importanti investimenti economici e energie psicofisiche, qualcuno dai piani alti di Viale Trastevere, sede del Ministero dell’Istruzione e del Merito, nel nome del “ce lo chiede l’Europa”, decide che tutto questo non è abbastanza spostando via, via, il traguardo sempre un po’ più in là, fino a renderlo irraggiungibile o comunque sempre più difficile da agguantare. Cosi migliaia di aspiranti docenti si trovano di fronte al dilemma di dover scegliere se “gettare via tutto” reinventandosi in una nuova professione, oppure continuare a crederci ed investire per formarsi, con la concreta prospettiva di sedere in cattedra molto avanti con l’età, alla soglia dei cinquant’anni, ricevendo un misero stipendio.

Ci stiamo avvicinando a grandi passi al cuore di tutto il nostro ragionamento, quello che definirò “il grande bluff” onestamente non riesco a trovare un appellativo migliore. La situazione descritta fin qui risulta ulteriormente aggravata dalla scelta messa nero su bianco dal ministero all’interno del bando di concorso, di eliminare la possibilità di formare la graduatoria degli idonei, ovvero coloro che pur avendo superato tutte le prove previste non rientreranno tra i vincitori per l’esiguo numero di posti disponibili, utilizzando dunque una sola graduatoria, quella dei vincitori. Ecco servito “il grande bluff”, investire tempo, energie e denaro, per tentare di superare dei concorsi che non prevedono nessuna forma di premialità. Infatti a differenza del passato suddette procedure selettive, non hanno alcun valore abilitante, ne tantomeno prevedendo la creazione di una graduatoria degli idonei, costringendo dunque di fatto la stragrande maggioranza dei candidati, ad affrontare dei nuovi percorsi abilitanti il cui costo interamente a carico dei partecipanti, si attesta mediamente sui 3.000€ a seconda dei Cfu da conseguire.

Pur volendo abilitarsi infatti, in seguito alla soppressione dei precedenti percorsi TFA disciplinari (Dlgs 59/2017), fino ad oggi è stato impossibile, per manifesta incapacità politica della classe dirigente nazionale, strutturare dei percorsi ben definiti, certi e soprattutto stabili nel tempo.

Viene da chiedersi a chi giova tutto questo? Dov’è il tanto decantato merito? Beh come diceva un personaggio indiscusso della politica italiana: “a pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca.”  Una tale disastrosa situazione non può che giovare anzitutto al ministero, che indubbiamente dispone di un enorme esercito di precari cui attingere, mantenendoli legati all’aspettativa di un futuro più stabile, e poi anche alle diverse università e agenzie formative accreditate per conseguire i titoli ed erogare i diversi percorsi, che hanno trovato una sicura e preziosa fonte di guadagno.

Tuttavia è ancora possibile trovare un punto di equilibrio, vale a dire istituire come già avviene per il sostegno, un doppio canale di reclutamento che preveda parallelamente ai concorsi, la possibilità di assumere direttamente dalle GPS di I e II fascia anche per i posti comuni, essendo gli aspiranti inseriti già in possesso di titoli per effettuare le supplenze, andando a conseguire una volta selezionati per l’assunzione, l’abilitazione necessaria al perfezionamento della definitiva immissione in ruolo.

La politica tutta si muova rapidamente se non vuole che tra qualche tempo, oltre ai medici ci ritroveremo ad avere anche “docenti a gettoni”.

 

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