Pubblichiamo di seguito l’intervento di Franco Fiordellisi, già segretario provinciale della Cgil Avellino, proposto nell’ambito del reading letterario “Col cuore altrove” al Museo Irpino.
Il dominio non si esercita solo attraverso la forza materiale, ma prima di tutto sul piano simbolico. Ogni ordine di potere tende a legittimarsi producendo una narrazione che lo sottragga al conflitto, al giudizio e alla storia. In questo senso, l’uso politico del sacro ha svolto e continua a svolgere una funzione decisiva. Dio non è qui questione di fede, ma di mediazione del potere. Trasformato in fondamento trascendente dell’ordine costituito, il divino diventa strumento di naturalizzazione del dominio: ciò che è appare necessario, ciò che comanda inevitabile. Cambiano le formule “God bless…”, “In nome di Dio”, “Allah/Dio lo vuole” ma la funzione resta identica: sottrarre il potere alla responsabilità storica e ad altri poteri, autorità, di controllo. Tecnica, intelligenza artificiale nuova idolatria. Nella modernità avanzata la sacralizzazione passa anche attraverso la tecnica. Come gesti, sfiorare un prodotto tecnologico, o comando vocale, esaudisce “desideri” sacralizza la tecnologia. L’intelligenza artificiale non è neutra perché viene investita di un’aura di oggettività e inevitabilità. Appare come una nuova istanza sovrana che vede, calcola e giustifica tutto, trasformando la necessità tecnica in una nuova teologia secolarizzata, ad uso capitalistico. La ricostruzione artificiale di città distrutte, come nel caso di una Gaza “ricostruita” dall’AI, non è un esercizio estetico, ma un atto politico: trasforma la distruzione in simulazione, il crimine in immagine, la sofferenza in superficie manipolabile. L’orrore viene neutralizzato attraverso l’estetizzazione. Decisione sovrana, esecutivi e guerra permanente.
Nelle democrazie contemporanee il potere esecutivo tende a diventare il vero centro decisionale, soprattutto in materia di conflitto-guerra. La distinzione tra pace e conflitto si dissolve in una condizione di guerra permanente, giustificata come “operazione speciale” o “intervento mirato” contro chiunque dai narcos ai migranti, si nativi. Il ricorso alla forza armata non richiede più un mandato democratico pieno. Il diritto internazionale e il controllo parlamentare diventano ostacoli da aggirare. La decisione sovrana si emancipa dal diritto e si presenta come atto morale assoluto, così come ha detto Trump. Ma quando il potere si pone al di sopra del diritto, ciò che resta non è la sicurezza, bensì l’arbitrio. Religione, Stato e violenza legittimata. Quando il potere esecutivo si salda con una legittimazione religiosa, la violenza assume un carattere salvifico: non più colpa, ma dovere. La guerra condotta dal governo Netanyahu contro la popolazione palestinese, a Gaza e CisGiordania, rappresenta un caso paradigmatico: il nemico viene disumanizzato, il diritto sospeso, la violenza resa necessaria. Così come, in questo girone infernale, ci sono Hezbollah o Hamas.
In questa logica non esistono più civili, bambini, donne, giornalisti, medici, ma solo obiettivi, target; non esistono diritti, ma minacce; non responsabilità, ma necessità. Non entro qui nella discussione eserciti e associazioni armate o terroristiche, così definite da taluni governi che poi, comunque, si fanno beffa del diritto internazionale o dei diritti. Raccontare come atto politico. Partecipare, diventa un atto di resistenza. Il potere mira al silenzio e all’assuefazione. Dire ciò che accade, nominare la violenza, restituire volto e voce agli oppressi è un atto politico che riafferma la storicità del potere e la responsabilità umana delle decisioni. Diritto, repressione e democrazia. La criminalizzazione della solidarietà verso il popolo palestinese si iscrive nella stessa dinamica. Quando la solidarietà viene assimilata al terrorismo, prima ancora che il diritto/giustizia penale si esprima, siamo alla repressione del dissenso. Per questo l’indipendenza della magistratura resta una diga essenziale contro lo Stato di eccezione permanente, Madri e Padri costituenti avevano visto lungo e oggi, ancor di più, è fondamentale, la tutela della Costituzione, dei fondamentali principi e valori come la divisione dei poteri, autonomia e controllo. In questo quadro di drammatica realtà, la Palestina non è una periferia del mondo: è il luogo in cui si manifesta la crisi globale del diritto, della democrazia e della sovranità. Così come ben descritto in “Col cuore altrove”. Per cui difendere il diritto internazionale significa difendere anche la Costituzione italiana e l’idea che il potere debba rispondere delle proprie azioni. Difendere il popolo palestinese e la Palestina significa difendere la civiltà del diritto contro la sua dissoluzione tecnica, religiosa e militare. Perché non c’è pace senza giustizia, non c’è democrazia senza diritto, non c’è futuro senza legalità, libertà e partecipazione.



