*Recensione di Nuovo Meridionalismo, scritta nel dicembre 2024, pubblicata sul libro biografico “Amarcord” di Generoso Benigni
Finisco di leggere il secondo volume delle Rimembranze di Generoso Benigni, come il primo intitolato Amarcord, e mi prende quella carezzevole malinconia che si prova quando si rientra da una bella festa. Dapprima scorrono le immagini delle tante e interessanti persone che ho incrociato; poi realizzo il sedimento dell’incontro, cioè della lettura appena goduta.
Il titolo, sebbene felliniano, insegue la speranza di sfuggire alle aporie insite in ogni esercizio di scrittura autobiografica, quali – è stato felicemente detto – l’incompiutezza della vita, l’impossibilità di narrarne la fine, la pretesa di fedeltà e di verità della memoria a fronte della sua inevitabile labilità e deformazione (Emanuele Zinato).
Perché questo libro memorialistico, meticoloso come un diario? È stato scritto soltanto per il piacere di ricordare, in omaggio a una pur denegata poetica memorialistica. «Io scrivo questi ricordi del passato perché mi piace ricordare. Non c’è in me – assolutamente – una finalità letteraria… e, a testimonianza dei ricordi, mi piace trascriverli, così da dare corpo a tanti episodi un po’ confusi che sporadicamente, e il più delle volte disordinatamente, mi tornano in mente», si schermisce in esergo l’Autore, non senza aver prima convocato a suo mentore Vitaliano Brancati de I piaceri.
Eppure di voluttuario c’è ben poco, giacché trascrivere il ricordo serve a guadagnare la certezza di acquisirne il possesso per sempre. Si tratta dell’adesione all’insuperato programma di senso di ogni ricerca retrospettiva: il tucidideo «un acquisto per sempre» (ktêma es aieì). Ma anche dell’espediente necessario a scongiurare l’evanescenza della memoria involontaria.
I ricordi hanno urgenza di essere testimoniati.
Benigni confessa che gli anni del Liceo Colletta sono tra quelli a cui resta più legato di tante altre stagioni della sua vita, perché gli studi classici – anche se non coltivati nella scuola d’elezione, e cioè nel liceo classico – sono utili alla crescita umana o, meglio, alla formazione dell’uomo, e quindi fortificano l’Umanità nel suo complesso. L’Umanità con la maiuscola disegna l’orizzonte etico della famiglia Benigni.
Risalta tuttavia, in tale capitolo della biografia, la dolorosa separazione per bocciatura: di trenta alunni della quarta ginnasiale, ne transitarono alla quinta solo quindici. Il passaggio dal primo al secondo anno del ginnasio è avvertito, nella vitalità mnemonica del Narratore, come un’amputazione, una lacerazione tremenda, eppure pedagogica, per l’intera classe. Ebbe il merito di anticipare la severa competizione della vita adulta, non cedendole, invero, il monopolio ermeneutico dell’esistenza.
Il prof. Petitto, docente delle materie letterarie, viene ritratto in una condizione di irriducibile contraddizione: da una parte, l’estrema severità con cui decimò la quarta ginnasiale; dall’altra, la sconcertante ingenuità dimostrata allorché non si avvide del manifesto prelievo che un compagno di Generoso effettuò da uno scritto critico di Francesco De Sanctis, nel rocambolesco e riuscito tentativo di articolare comunque il compito di italiano. Altra storia con l’ineccepibile prof. Giannitti.
Dalla galleria di personaggi plasmati dalla narrazione emerge la figura paterna, l’avv. Achille Benigni: uomo dai multiformi interessi, dotato di personalità adattiva e di non comune intraprendenza economica e sociale; ma, soprattutto, di curiosità, che l’accorto Biografo definisce “impazienza”, nel senso della qualità caratteriale che letteralmente non permette di patire una vita quieta e ripetitiva. Nel libro è riportato, insieme allo stupore misto ad ammirazione dei familiari tutti, l’acquisto, nel 1956, di ben due case a Mercatello, la spiaggia di Salerno. Nulla di strano per le abitudini della buona borghesia avellinese del dopoguerra, se non fosse che papà Achille aveva sempre ostentato disinteresse per le vacanze balneari. Anzi – ha azzardato il figlio Generoso – pare non avesse mai fatto il bagno in acqua salata, sebbene ultraquarantenne.
Degno di nota è l’appunto critico che l’Autore oppone alla concezione paterna della preminenza della pratica professionale sullo studio teorico. Nel memoriale, alla stregua di quanto già accaduto con l’affettuoso ricordo dell’avv. Pasquale Stiso, l’Autore lamenta la scelta del padre Achille di fargli iniziare la pratica forense subito dopo la maturità. Si versa in una delle più spinose e mai risolte questioni del percorso educativo. Concordo con le perplessità metodologiche dell’Autore; ma – per esperienza personale – devo riconoscere che, seguendo tale via formativa, ho imparato a scrivere un atto processuale, pure complicato, già prima della laurea. Val più la pratica, dunque.
In definitiva, mette conto trascrivere come dell’avv. Achille Benigni venga riassunta, senza enfasi, la filosofia di vita (Weltanschauung): «È incredibile come egli riuscisse a fare tante cose, senza trascurare la professione e le numerose incombenze familiari e di natura varia che riempivano la sua esistenza. Egli visse intensamente»; del resto, «egli era convinto che l’avvocato, per la sua formazione accademica e per il largo respiro della sua attività, per la quale occorreva una vastità infinita di conoscenze in ogni campo, acquisiva una saggezza e una capacità di partecipazione alla vita che nessuna altra attività poteva generare».
Tanto basta a declinare la cifra costitutiva dello stile Benigni, per gli appartenenti al quale non esiste e non è mai esistito alcun vallo tra l’ambito familiare e quello professionale-sociale, pur nella consapevolezza delle loro complesse, impegnative e reciproche interferenze.
La prosa calviniana di Generoso Benigni denota, a dispetto della dichiarata “umiltà letteraria”, una pregevole valenza narrativa. Privilegia le persone, le cose e gli spazi concreti ai concetti. Si presta a essere goduta come accattivante saga familiare, storia di una città di provincia che partecipa del boom economico italiano, memoriale, silloge di ricordi. Anche – perché no! – come un romanzo. Non a caso il testo è impreziosito da intonate voci poetiche, una delle quali è appunto quella dell’Autore, il quale ha preferito affidare a versi delicati la propria inquietudine, abilmente tenuta a bada nella dinamica espressiva delle rimembranze.
I paragoni e gli antecedenti sono sempre di aiuto alla comprensione verticale di un libro. Di scrittura autobiografica, memorialistica, auto-fiction (come si dice oggi) sono pieni gli scaffali e le biblioteche. Ma il lessico “inclusivo”, compositivo delle dissonanze e pur immune dall’improbabile obiettivo di sintesi, riporta a Seneca e a Montaigne. Del primo si avverte l’eco di una serenità agita; del secondo si sente l’invito a guardarsi dentro attraverso le esperienze dell’Altro, senza pregiudizi. Anche denudandosi.
Il libro fonda sull’ideale rinascimentale dell’umanesimo integrale, mutuato dall’olimpico pensiero di Cicerone e compendiato nel paradigma catoniano del vir bonus dicendi peritus.
Insomma, rappresenta un riuscito manifesto di gratitudine alla vita, comunque vissuta. È dedicato ai familiari, ma è un dono per tutti coloro che lo leggeranno e, soprattutto, per le generazioni che verranno. Parla di un mondo passato che non c’è più – famiglia tetragona e numerosa, vocazione alla relazionalità totale, etica del lavoro e della responsabilità –; non è detto, però, che non ritorni.
Magari già domani.
Generoso Benigni non si è limitato a ricordare: ha perseguito e indicato, con successo, l’arte del bendessere.



