“Il racconto di un magma immenso che è una vita di passione per la terra irpina e la Madre Terra”. Spiega così Paolo Saggese l’idea da cui nasce l’omaggio al poeta Giuseppe Iuliano per i suoi 50 anni dedicati alla poesia, racchiuso in un prezioso volumetto firmato Delta 3. Un omaggio che riunisce testimonianze di poeti, amici, giornalisti, critici letterari che hanno condiviso con lui un cammino segnato da battaglie in difesa del territorio e dall’amore per il genere umano, dalla difesa dell’Irpinia e del Sud contro ingiustizie e disuguaglianze. A curare il volume Paolo Saggese, amico di una vita, al suo fianco nella nascita del Centro di Documentazione per la poesia del Sud, nella promozione di festival, pubblicazioni, incontri perchè la poesia del Sud salisse finalmente alla ribalta nazionale ed entrasse finalmente nelle scuole. Un appello accolto nel 2019 dall’allora ministro Lorenzo Fioramonti. “Giuseppe Iuliano – sottolinea Saggese -non si pone con un atteggiamento messianico, profetico, non vuole fare proseliti come un santone, ma vuole scrivere per riflettere e per discutere come poteva immaginare di fare Rocco Scotellaro o Danilo Dolci, incontrando gli altri e sollecitando un dialogo e una discussione maieutici”. Molteplici gli aspetti della sua produzione che emergono con forza dalle testimonianze, dal senso dell’umano alla passione per la libertà, dal richiamo alla cultura contadina alla poesia come strumento di resistenza civile. Una produzione, quella del poeta originario di Nusco, che si fa racconto della storia del Sud, del percorso di un intellettuale che si interroga su emigrazione, questione meridionale, Europa, Africa. “Di fronte a una terra sofferente – scrive Saggese – Iuliano comprende e si pone al servizio, come strumento del cambiamento, lui giovane tra i giovani, disoccupato tra i disoccupati, indignato per le ingiustizie, interprete di un mondo senza voce, consapevole che senza la parola scritta tutto sarebbe cancellato dalla dimenticanza”. Un percorso che si snoda attraverso cinque stagioni e si apre con lo sguardo marcatamente realista, dagli anni Settanta al 1983, in cui pubblica le raccolte “Malinconia di terra”, “Il Sud non è forse”, “Per non morire”,”Oltre la speranza”, “Una misura di sole”, in cui la poesia di fa denuncia delle false promesse dei politici e indignazione. E’, invece, nella seconda fase, in cui pubblica “Semi diversi”, “Umangraffiti”, “Celie, giambi, elzeviri”, Antinomi e maschere”, un cambiamento radicale con il tono che si fa più satirico, il linguaggio più oscuro e allusivo e un’attenzione rivolta al Sud del mondo, ai problemi universali della nostra società quali guerra, inquinamento e corruzione. Un percorso che prosegue con le raccolte “Digressioni di un aedo”, “Parole per voce sola”, “Voli e nuvoli”, “Solo per amore”, in cui Iuliano sembra ripiegare la sua bandiera ed abbandonarsi ad un “canto liberatorio”, in cui come scrive Lia Fava Guzzetta, non c’è più il poeta vate, con i suoi segni di gloria. E’, infine, in raccolte come “Verso la cruna”,” Rosso a sera” che la poesia diventa indignatio, nel segno di una difesa costante della Terra. Fino all’ultima stagione che si fa sintesi del mondo poetico di Iuliano fino a raggiungere una maturità di scrittura, evidente in raccolti come “I paesi non sono centauri”, in cui l’autore si fa testimone del suo tempo, in un momento quantomai difficile per il Sud, minacciato dall’autonomia differenziata. Del resto, era stato lo stesso Dante Della Terza a sottolineare la forza della sua poesia “Trovo nel suo libro un forte impegno morale, sostenuto da passione per la scrittura, combattivo senso e gusto della forma letteraria. Passato e presente, mito e realtà diventano autoanalisi e coscienza di verità”. “La vocazione civile – scrive Francesco D’Episcopo – esplode oltre che come sentimento, come un richiamo, da profeta disarmato, quale è sempre un poeta, a valori che vengono da lui prosciugati da ogni falsa retorica, per imporre una presenza concreta, non immune da uno spirito di insofferenza e di rivolta”. Se Ugo Piscopo sottolinea la capacità di Iuliano di sollecitare i lettori “a rinnovarsi, a praticare tutt’altra relazione con l’esistente, per cambiarlo ad altezza del sogno”, Monia Gaita evidenzia come “Peppino Iuliano è poeta della terra, non solo della terra d’Irpinia, di cui si fa veggente e testimone ma di ogni terra pullulante di colline, monti, pietre, frutti e piante”. Gaetana Aufiero parla di “versi che portano alla luce stimmate che sono in noi ma che noi non vorremmo nè vedere, nè confessare, barricandoci nel nostro mondo in apparenza tranquillo e sereno, senza chiederci il perchè della cenere che si adagia sui nostri balconi”. “La sua voce – scrive Antonietta Gnerre – affonda in una radice che non è soltanto immagine naturale ma principio originario e generativo”. La sua produzione, scrive Anzalone, si snoda “insonne e appassionata, ispirata e concettosa, polifonica e unitaria, aprendosi a nuovi orizzonti di vita e di storia mentre scandaglia anche gli enigmi dell’anima”. “Leggendo te – sottolinea Franco Festa – ho imparato quali fossero il respiro, l’affanno, le speranze, i desideri, le ambizioni perdute, le sconfitte, le amarezze e insieme i sogni dei tuoi contadini, della piccola borghesia intellettuale dei nostri paesi, delle donne e degli uomini che hai saputo cogliere nella loro essenza drammatica, magica e poetica”. Raffaela La Sala pone l’accento sulla sua “testimonianza di poeta militante che non tace e non si rassegna, interprete di un rigore autentico, già testimoniato nell’impegno civile e nei versi di altre nobili voci d’Irpinia”. “La tua voce – scrive Ettore De Conciliis – mi fa desiderare un paese che uno vorrebbe ci fosse. Dove la poesia può aiutare a far vivere meglio. Continuiamo a lavorare per questa utopia”. Mino Mastromarino si sofferma sull’ermetismo dei suoi versi “Le inalienabili pagine di Iuliano si compiacciono di istituire traiettorie più che itinerari. Si sottraggono strenuamente alla tentazione della banale descrizione del vissuto. Insomma, diversione tra l’io lirico e la biografia individuale: l’interiorità come sorgente e non contenuto del pensiero. Dal lungo percorso poetico del Nostro non trapela l’ansia di dover essere fedele a sè stesso, bensì la provvidenziale diffidenza verso la concezione della poesia come specchio dell’interiorità soggettiva…La scrittura iulianea è umbratile, predicabile di oscurità, nell’accezione di rugosità semantica, di funzione poetica”. Aldo De Francesco si sofferma sui suoi “infuocati versi, sempre carichi di messaggi di fierezza, come se fossero scagliati da gigantesche fionde, da implacabili catapulte per illuminare un imperante buio”. “Iuliano non si muove – scrive Emanuela Sica – in direzione opposta alla sua terra, è trapassato dalla sua terra, come da una tempesta, ma da questa non vuole allontanarsi. Resta, esule nelle sue strada e riannoda il filo del neorealismo che non si spezza ma si allaccia alla verità dell’epos e di quelli che emigrarono senza mai andarsene veramente”. “A me sembra – conclude Giuseppe Acocella – che la poesia di Iuliano conduca con sè sempre questo profondo legame tra amore e libertà che lui sa scoprire negli eventi come il terremoto, nelle asprezze e nelle contraddizioni della esistenza vissuta nelle terre del Mezzogiorno, nell’incessante interrogarsi sulla vita umana e sul suo significato, nell’abbandono cercato ma spesso forzato del proprio paese, come nel dialogo su ciò che è oltre l’umano e oltre l’orizzonte della storia”. Per Ettore Catalano il poeta si assume la responsabilità di chiedersi ‘se l’essere rimasto in Irpinia e al Sud sia stato un momento di scelta cosciente o di capitolazione”. Per Antonio Crecchia la sua poesia “è una prova di coraggio e gusto sul piano della ricerca e della combinazione lessicale, che si avvale di moderni espedienti tecnico formali per dare valore a un’esperienza culturale che aspira a presentarsi come modello innovativo, un credo di resistenza alle diffuse forme di banalità riscontrabili nella poesia odierna”. Luigi Fontanella pone l’accento sul carattere aspro dei suoi versi “quintessenziale paradigma della condizione e della genialità creativa del nostro Mezzogiorno, da vivere con gioia e dolore all’interno di una dimensione esistenziale, nella quale la Poesia non ha ali mozze ma sa, con pertinacia, accalorare le sorti di chi, nonostante tutto, la vive e da essa trae nutrimento e rivalsa”. Antonio CrecchiaParole ribadite dallo stesso autore “Conservo e difendo, sentinella in servizio permanente sui monti d’Irpinia, la parola d’ordine mai mutata: Resistenza. ma cuore e mente sono aperti alla promiscuità, alla multietnicità, alla diversità che non è semplice tolleranza ma la costruzione del mondo di tutti, come auspicava Tagore”.



