Salvare i castagneti, una sfida non più rinviabile. Migliaia di ettari di versanti montani in Italia sono coperti da castagni, ma versano in uno stato di abbandono che ne compromette il valore economico, ambientale e sociale. Eppure, se adeguatamente curati, questi boschi potrebbero tornare a essere una risorsa strategica. Serve un progetto organico di rilancio capace di accompagnare la crescita dell’intera filiera, dal frutto al legno, sul modello di quanto già avvenuto in passato per la vite e per il nocciolo. Due colture su cui si sono costruite filiere agroalimentari d’eccellenza, oggi pilastri dell’economia nazionale. Lo stesso percorso, sottolineano gli esperti, può e deve essere intrapreso anche per il castagno.
L’appello arriva dall’Uncem, l’Unione nazionale dei Comuni e delle Comunità montane, e poggia sui risultati del lavoro svolto nell’ultimo decennio dal Centro nazionale di Castanicoltura di Chiusa di Pesio, in collaborazione con numerose Università, a partire dal Dipartimento DISAFA dell’Università di Torino. Un’attività di ricerca che ha fornito risposte concrete per il recupero di centinaia di migliaia di ettari di castagneti, molti dei quali oggi abbandonati sui versanti montani.
A rischiare di scomparire è uno straordinario simbolo della biodiversità italiana, appenninica e alpina, oltre a una componente rilevante del patrimonio agricolo e forestale del Paese. Le azioni da intraprendere sono chiare: sviluppare nuovi prodotti a partire dal legno di castagno; migliorare la produzione, la trasformazione e la commercializzazione del frutto; creare marchi di qualità legati ai territori di origine; promuovere una gestione forestale attiva; investire in certificazione, formazione e comunicazione rivolte a tecnici, amministratori e cittadini.
Sono questi i capisaldi del Masterplan Castagno, che Uncem affida in primo luogo agli enti locali sovracomunali della montagna italiana. Un’iniziativa che si inserisce in un vuoto istituzionale evidente: il Piano di settore per il castagno, annunciato da anni dal Ministero dell’Agricoltura, resta ancora fermo. Da qui la proposta di un Masterplan Castagno. Frutto, legno, servizi ecosistemici, pensato come strumento operativo e condiviso.
«È necessario un grande lavoro sui territori – afferma Marco Bussone, presidente di Uncem – che coinvolga Unioni e Comunità montane, il Centro di Castanicoltura, le Università e le associazioni di categoria. Un’azione complessiva di rilancio della castanicoltura è ormai ineludibile, per sottrarre vaste aree all’abbandono, che nel tempo può avere conseguenze imprevedibili anche sulla stabilità dei versanti e sull’assetto idrogeologico».
La filiera del castagno, prosegue Bussone, è determinante per Alpi, Appennini e per l’intera montagna italiana: «Non esistono molte filiere così complete e ricche. Regioni come Toscana, Piemonte e Campania hanno già compiuto passi importanti dopo decenni di incuria, ma occorre fare di più, intensificare l’impegno, utilizzare al meglio le risorse europee e rafforzare il ruolo degli enti locali».
Dal castagno derivano frutti, legno per uso energetico, pali e materiale per opere, funghi commestibili, oltre a benefici rilevanti per il clima. Il Masterplan evidenzia che i castagneti producono in media otto metri cubi di legno per ettaro all’anno e che ogni metro cubo è in grado di fissare circa una tonnellata di CO₂. In totale, sarebbe possibile raccogliere fino a 1,6 milioni di metri cubi di legno all’anno senza intaccare il capitale forestale, di cui circa il 50 per cento facilmente accessibile. Al contrario, l’abbandono trasforma i castagneti da alleati del clima in fonti di emissione: con la morte degli alberi, infatti, cessano di assorbire CO₂ e iniziano a rilasciarla.



