Rosa Bianco
La Sala delle Arti di Manocalzati è stata attraversata da qualcosa che è andato oltre l’evento e oltre il calendario. Il concerto per il Capodanno Cinese, organizzato dall’Associazione Musicale Igor Stravinsky, con la raffinata Direzione Artistica del Maestro Nadia Testa ha preso forma come un tempo sospeso, un varco simbolico in cui la musica ha interrogato il senso dell’inizio, del ritorno e dell’appartenenza. Non si è trattato semplicemente di celebrare l’Anno del Cavallo, ma di sostare, collettivamente, davanti all’idea stessa di rinnovamento.
La tradizione musicale cinese, affidata a voci giovani e consapevoli, ha restituito una concezione del tempo circolare, lontana dalla frenesia occidentale del progresso lineare. Nei canti della Festa delle Lanterne, la parola poetica ha riacquistato il suo valore originario: non comunicare, ma evocare; non spiegare, ma custodire. Il suono del guzheng, affidato a Chuqiao Si, e quello dello hulusi, suonato da Zhenghong Li, hanno ricordato che la musica nasce come respiro del mondo, come gesto che precede la scrittura e sopravvive alla storia. Lo stesso Zhenghong Li, alternando hulusi e sax, ha costruito un ponte timbrico tra culture lontane.
Il pianoforte di Nadia Testa, strumento dell’Occidente razionale e temperato, si è posto non come antagonista ma come interlocutore. Nel dialogo con le timbriche orientali, ha rivelato che l’incontro tra culture non è fusione indistinta, bensì ascolto reciproco, riconoscimento della distanza come condizione della relazione. In questo spazio sonoro, Oriente e Occidente si sono guardati senza tradursi, senza annullarsi.
Le voci — il soprano di Chuqiao Si e di He Linjia, il mezzosoprano Guo Jiaxuan, e i tenori Hu Yizhu, Yanchao Dang, Han Ziguang e Wang Zhihao — hanno offerto interpretazioni misurate e interiori, capaci di evocare nostalgia, amore, natura e spiritualità. I brani eseguiti, dalla Nostalgia di casa al Sogno cinese, dalla leggenda di Liang e Zhu fino a Fiore di primavera e luna d’autunno, hanno articolato una filosofia dell’esistenza essenziale e profonda: l’uomo come viandante, fragile, legato alla memoria e al paesaggio interiore.
La montagna, la luna, il bambù e il fiume sono tornati a essere simboli e non decorazioni. La musica ha restituito loro la funzione originaria di specchi dell’anima. I giovani musicisti cinesi, formatisi nei Conservatori italiani e oggi parte viva del territorio irpino, hanno incarnato una verità spesso dimenticata: l’identità non è radice immobile, ma movimento consapevole; non possesso, ma relazione.
Il momento conviviale conclusivo, con la degustazione di piatti tipici cinesi, ha chiuso il cerchio secondo un’antica sapienza: dopo il rito, il corpo; dopo il simbolo, la condivisione. Così, alla Sala delle Arti di Manocalzati, il concerto per il Capodanno Cinese promosso dall’Associazione Musicale Igor Stravinsky ha ricordato che la cultura non è spettacolo, ma pratica del vivere insieme. E che ogni vero inizio, prima di essere celebrato, va pensato.



