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Il gioco dell’oca della manovra

Come in un fantastico gioco dell’oca istituzionale, la manovra del cambiamento è tornata al punto di partenza, ma nei tre mesi trascorsi dall’avvio di un percorso tribolato come non mai ha perso dei pezzi e altri ne ha guadagnati. Poiché al momento non conosciamo i dettagli del dare e dell’avere, ignoti fino a ieri anche al Parlamento che da giorni sta discutendo sul nulla, possiamo solo soffermarci su due immagini, due fotografie pubblicate da tutti i giornali e quindi indiscutibilmente vere. La prima è del 28 settembre ma è stata scattata il giorno prima, e mostra i ministri dei Cinque Stelle esultanti sul balcone di palazzo Chigi per l’approvazione del documento del governo che fissava all’1,5% l’aumento del Pil per il 2019 e al 2,4% il livello del deficit da finanziare ricorrendo a prestiti o a ulteriore indebitamento dello Stato. Il secondo scatto è molto più recente: vi si vede il premier Giuseppe Conte che il 19 dicembre presenta al Senato la versione definitiva della manovra, o meglio il suo simulacro, perché si tratta ancora di un mero frontespizio privo di contenuto. Si sa solo che nella nuova virtuale versione la crescita del  Pil è ridotta all’1% (ma le agenzie di rating e lo stesso Fondo monetario parlano di un incremento ancora più basso) e il deficit è cifrato al 2% (scrivere 2,04 è una furbata lessicale priva di contenuto contabile). Ma quel che risalta nella foto sono le assenze: accanto al presidente del Consiglio, che è stato costretto a spostarsi dal suo scranno perché il microfono non funzionava, non c’erano i due vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio, ma il ministro dell’Economia Giovanni Tria e quello degli Esteri Enzo Moavero.

A quel che si dice, tre mesi fa Salvini non aveva affatto gradito la sceneggiata dei pentastellati, che si erano intestati spudoratamente tutto il merito di avere “sconfitto la povertà” con un semplice tratto di penna e una tabellina del dare e dell’avere. Naturalmente non ci sono conferme, ma l’assenza dall’aula di palazzo Madama dei due assoluti protagonisti di un durissimo braccio di ferro con la Commissione europea dovrebbe mostrare chiaramente chi ha vinto e chi ha perso la partita. Presentata come la prima “manovra del popolo”, la legge di bilancio in realtà di popolare ha ben poco. Per dire: a fronte di un taglio delle “pensioni d’oro” (misura certamente populista e quindi popolare) che porterà nelle casse dell’Inps qualche decina di milioni, c’è il blocco progressivo della perequazione delle pensioni superiori a 1.500 euro lordi, che costerà ai percettori dell’assegno due miliardi a regime; parte del reddito di cittadinanza che dovrebbe alleviare le condizioni di vita di una platea ancora indefinita di disoccupati, sarà pagata dal rinvio a fine 2019 dell’assunzione dei precari della pubblica amministrazione cui era stata promessa la stabilizzazione; di flat tax non si parla più da tempo; la Commissione, che ancora non si fida del tutto del governo italiano, ha messo al sicuro una caparra di due miliardi nel timore di ulteriori sforamenti, e la “clausola di salvaguardia”, cioè la minaccia di aumento automatico dell’Iva in caso di mancato rispetto delle intese, che finora ci è costata 12, 4 miliardi, ne costerà 23 nel 2020 e 29 nel 2021 e nell’anno successivo. E’ vero che si tratta di una tagliola che finora non è mai scattata, ma bloccarla anche nei prossimi esercizi finanziari sarà più oneroso e impedirà di intervenire per rilanciare la crescita.

Tutto ciò non vieta ai due partiti di governo di enfatizzare il successo ottenuto anche grazie alla mortificazione del Parlamento e senza deflettere – dicono loro –  dai propositi iniziali. Sta di fatto, però, che i saldi finali sono molto vicini a quelli indicati inizialmente dall’Europa e che lo stesso Di Maio si attribuisce il merito di aver sventato la procedura di infrazione che sarebbe stata inevitabile se il governo non avesse fatto marcia indietro. Già, il governo, ma quale governo? La sequenza fotografica rievocata dimostra, con l’assenza di Conte dal primo fotogramma  e quella dei due dioscuri dal secondo, che nelle more della trattativa con Bruxelles si è ricomposta una corretta gerarchia di competenze, che sarebbe auspicabile venisse mantenuta. Sarà così? Una settimana fa abbiamo evidenziato con favore il cambio di passo del presidente del Consiglio che si è assunto in proprio, con successo, il compito di ricucire con Bruxelles. Ma ora, con preoccupazione, registriamo quella che sembra una mezza marcia indietro: “Quanto al mio ruolo – ha detto Conte al Corriere della Sera –  in certi passaggi è necessario enfatizzarlo, altre volte preferisco operare sintesi in maniera più discreta”. Sembra quasi spaventato dal coraggio dimostrato in una emergenza gravida di incognite. Speriamo non sia così.

di Guido Bossa edito dal Quotidiano del Sud

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