di Gaetana Aufiero
Come ogni anno la legge n.92 del nostro Parlamento, istituita il 30 marzo del 2004, ci invita il 10 febbraio a ricordare la tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe nonché l’esodo dalle loro terre degli istriani, dei fiumani e dei dalmati italiani nel secondo dopoguerra.
Una delle tante pagine in ombra della nostra storia, un’occasione non solo per cercare di saperne di più, ma anche per interrogarci su quello che è stato definito da Susan Sontang il” dolore degli altri”.
Come “altro” infatti per il resto del paese è stato a lungo il dolore di quanti hanno vissuto in quell’intricato crocevia di popoli che era il confine orientale.
Una terra di frontiera, nella quale da secoli si erano incrociate nazionalità e culture diverse entrate a far parte dello Stato italiano nel1918, a conclusione del nostro processo di unificazione nazionale. Una vasta regione geografica, popolata da italiani, sloveni e croati, come racconta a proposito della sua esperienza Bettiza ”a volte in bilico perplesso e interrogativo fra genitori, zii, nonni, amici di diversa nazionalità…” Uomini e donne che hanno vissuto dopo un breve periodo di governo liberale, vent’anni di fascismo, sperimentando successivamente la dittatura nazista prima, quella comunista del maresciallo Tito dopo.
“In meno di sei lustri, fra guerre e paci, austriaci, italiani, germanici, jugoslavi, inglesi liberali fascisti nazisti e comunisti” si sono infatti succeduti, sovrapposti, separandosi in un alternarsi di giochi di potere e di intrighi internazionali, quasi che l’ago della bussola nella loro terra fosse “incapace di fermarsi” per trovare una direzione a cui rivolgersi.
Un fenomeno che si rinnova oggi con protagonisti diversi in tanti paesi del nostro vicino Medio Oriente, e non solo, le cui immagini, le cui foto ed i cui reportage su fughe e respingimenti sono sotto i nostri occhi e ci interrogano.
Riflettere sulle vicende del nostro confine orientale con la sua messe di dolore, vedere o ad a cosa hanno portato i nazionalismi e le ideologie del 900, può aiutarci invece a capire il presente ed a rifiutare tanti peccati di memoria e tante rimozioni del presente, non diverse da quelle di allora che miravano a sminuire la gravità della nostra partecipazione alla seconda guerra mondiale a fianco del Terzo Reich. Una guerra terribile la nostra, combattuta in Russia, in Grecia, in Africa… lontano, per giungere alla fine nella nostra terra e nelle nostre stesse case. Una guerra ancora più terribile nel Nord Est, essendo la Venezia Giulia, come sottolinea Raul Pupo” terra di frontiera non solo tra etnie e stati, ma fra due mondi, quello occidentale e quello comunista, che in quella parte d’Europa erano già contrapposti!”..
Così, mentre gran parte del territorio italiano con la conclusione del conflitto contro i nazifascisti si avviava ad un graduale ritorno alla libertà ed alla democrazia, un destino di ulteriore sofferenza attendeva gli italiani nelle zone occupate dalle truppe jugoslave. Terre divenute teatro di violenze, uccisioni e rappresaglie contro i nostri connazionali, colpevoli di essere italiani, ostacolo al progetto di conquista territoriale di Tito, uccisi in esecuzioni sommarie o addirittura gettati nelle profondità delle foibe, profonde voragini naturali molto diffuse in Istria, divenute simbolo di morte e violenza. Una tragedia iniziata nel 1943 subito dopo l’8 settembre quando, crollate le strutture dello Stato italiano, l’Istria interna divenne per breve tempo terra di nessuno.
Ad essere vittime di una sorta di selvaggia rivolta contadina, alimentata anche da odi politici e rancori etnici, familiari e di interesse, furono quell’anno non solo fascisti e rappresentanti dello stato italiano, ma anche insegnanti, farmacisti, privati cittadini… A quella prima esplosione un’altra ne seguì nel ’45 a Trieste e nella Venezia. Una vera e propria operazione di pulizia etnica realizzata non solo con le foibe, ma anche con processi sommari e condanne, per eliminare quanti si opponevano o potevano opporsi alla creazione di uno stato socialista. Una epurazione preventiva sulla quale tanto si è dibattuto e si dibatte ancora, cui seguì l’esodo di 300.000 persone dall’Istria, da Fiume, dalla Dalmazia. Italiani legati a quel mondo, ma costretti ad abbandonare le proprie case, le proprie aziende e le proprie terre. “Essere italiano, difendere le proprie tradizioni, la propria cultura, la propria lingua era infatti motivo di sospetto e persecuzione”
Ed “ecco che tutti partivano. Alla sera si parlava con un amico all’osteria… e lui diceva sempre -morire sì ma a casa mia- di colpo lo trovavi cambiato un poco anche lui e la mattina dopo sapevi che era andato ad Umago a presentare la domanda di opzione. Fu come una grandinata” racconta Fulvio Tomizza in Materada.
Un esodo volontario, continuo, che coinvolse anche un gran numero di soggetti dalla nazionalità incerta. Un dramma al quale seguì un’altra “straniazione”, questa volta in Italia, quella della comune opinione che di quel confine e di quelle terre non sapeva quasi nulla.
Un impatto doloroso quello dei profughi con la madre patria su cui mi sono soffermata con un lavoro di ricerca nel 2006, pubblicato su “L’Irpinia Illustrata” di Elio Sellino. In quella ricerca vi è la conferma che non mancavano anche nella nostra terra ricordi e tracce della presenza di quell’esodo. Sul Corriere dell’Irpinia del 5 maggio del 1953 ecco la descrizione precisa del campo profughi di Mercatello nel quale erano ospitati 37 profughi della Venezia Giulia. Sul Progresso irpino del 25 novembre1954 la denuncia del giornalista Filippo Visconti che si soffermava “sui profughi, solitari esuli che silenziosamente piangono, guardando i beni, le case i morti che si lasciano dietro”. Di qui anche alcune memorie raccolte con difficoltà! Tra loro i ricordi di un pensionato del comune di Avellino, nato a Montona il cui padre, impiegato nell’amministrazione italiana in Istria, era stato arrestato, minacciato, portato più volte sull’orlo delle foibe finchè aveva deciso di abbandonare tutto per ritornare a Vallata dove iniziare con i figli una nuova vita.
Un quadro drammatico della nostra storia così strettamente legata alle terre ed ai popoli di Nord est,”un groviglio di memorie e traumi” che il presidente italiano Sergio Mattarella ed il presidente sloveno Borut Pahor il 13 luglio del 2020 a Trieste hanno voluto ricordare. La conclusione di un processo di pacificazione in una “terra sbranata dalla storia” Tappe simbolo di un incontro tra idee opposte sulle frontiere “giuste”: la restituzione del Narodni Dom , la casa del popolo e della cultura data alle fiamme cento anni prima il 13 luglio da nazionalisti fascisti, la nostra notte dei cristalli, la visita dei due presidenti alla foiba di Basovizza memoriale di tutte le vittime gettate nelle foibe da Tito, la loro sosta silenziosa davanti al Monumento dove furono fucilati nel 1930 quattro militanti dell’organizzazione slovena Borba, condannati a morte dal tribunale speciale del regime.
Un incontro con i due presidenti “che supera il muro di un secolo di odio politico ed etnico”, la conclusione- ci auguriamo – “di un processo di pacificazione portato avanti negli ultimi vent’anni” ed il riconoscimento “del peso della memoria e della storia in tempi di chiusure europee rivendicate ed ostentate dalle nuove bandiere del sovranismo”



